Otto milioni di utile – Intervista ad Antonio Padellaro, direttore del Fatto Quotidiano (Prima n. 409, settembre 2010)

Otto milioni di utile
A un anno dall’esordio in edicola il fenomeno Fatto Quotidiano è riassunto perfettamente in una cifra che nessuno – nemmeno il direttore fondatore Antonio Padellaro e il suo socio ‘icona’ del giornale, Marco Travaglio – avrebbe mai previsto e sperato.
C’è un numero che l’amministratore Giorgio Poidomani – uno che ha passato anni a far tornare i conti, spaventevoli, dell’Unità  – sussurra appena, con pudore: “Diciamo che una stima di 8 milioni di utile, lordo, per il 2010, è quanto ci aspettiamo”.
In tempi di crisi verticale delle copie, di contrazione del mercato, di stati di crisi, prepensionamenti, tagli di organico e bilanci in rosso l’avventura editoriale del Fatto si sviluppa in totale controtendenza. Un quotidiano, nato ‘piccolo’ e ringhioso per scelta editoriale e per necessità , riesce in un anno a portare la media del venduto oltre le 70mila copie in edicola (dichiarazione dell’editore) aggiungendo 40mila abbonamenti per gran parte sottoscritti per l’edizione on line. E lo fa con una formula d’impresa senza un padrone, con una parte di giornalisti azionisti (Padellaro, Travaglio, Peter Gomez) che per statuto ha in mano le chiavi della direzione e della linea editoriale. Lo fa, per giunta, quasi senza pubblicità : solo 800mila euro il fatturato previsto per il 2010. E senza scaricare colpe sulla piccola concessionaria Poster (la stessa del Manifesto), secondo l’amministratore Poidomani, “perché menando fendenti a destra e a manca senza risparmiare potenziali grandi inserzionisti come banche, grandi aziende di servizio, case automobilistiche, griffe della moda e via declinando, non si può pretendere di riempirsi il portafoglio di clienti e di fatturato”.
Soprannominato in modo un po’ spiccio ‘la gazzetta delle procure’, il quotidiano fondato da Padellaro a settembre del 2009 si è guadagnato in tempi brevissimi un ruolo da ‘trend setter’ dell’agenda giornalistica nazionale. Non solo, e non tanto, per l’ossessione giustizialista che, nove volte su dieci, lo porta ad aprire in prima con qualche requisitoria o rinvio a giudizio, ma anche e soprattutto per la qualità  di quel che riesce a trovare. L’inchiesta della Procura di Trani, nella primavera di quest’anno, ne è stato l’esempio più clamoroso, con la rivelazione delle telefonate fra Berlusconi e il direttore del Tg1 Minzolini e dell’interesse quasi ossessivo del presidente del Consiglio per la Rai. Un’inchiesta che per settimane ha tenuto banco sulle prime pagine di tutti i quotidiani.
Un profilo editoriale fortemente indipendente, e fortemente ‘irregolare’ per il panorama italiano, che ha sviluppato grande fascino e capacità  di attrazione di firme. E, si badi, non solo prepensionati o editorialisti entrati nel cono d’ombra delle loro testate di provenienza, ma anche uomini di prima linea del giornalismo d’inchiesta, come Marco Lillo e Peter Gomez dell’Espresso, Ferruccio Sansa ex di Repubblica, Il Secolo XIX e La Stampa, Luca Telese del Giornale, e fresco d’arrivo dall’Espresso Vittorio Malagutti, uno dei più capaci giornalisti d’inchiesta di formazione economica.
Da giugno Il Fatto ha esordito anche con la versione on line, affidata alla direzione di Peter Gomez e, anche in questo caso, i risultati sembrano confermare l’exploit della versione cartacea. Punte fino a 250mila utenti unici al giorno e fin dalle prime settimane un posizionamento nell’alta classifica dei siti di news. A ridosso della Stampa.it e con numeri già  più alti del Giornale.it.
Antonio Padellaro, 64 anni, del Fatto è la levatrice e il padre. Dai tempi del Corriere della Sera, di cui è stato il capo della redazione romana negli anni Ottanta, a quelli della vice direzione dell’Espresso e della guida dell’Unità  insieme a Furio Colombo e poi in solitaria, è cambiato, soprattutto, lo sguardo sul mondo. Tanto era compassato, britannico, disincantato, pessimista e malinconico prima, tanto oggi è incattivito, divertito e persino sfacciato nella difesa del suo giovane foglio urlante e irrispettoso. Padellaro, per dire, ha anche smesso di lamentarsi per la mancanza di un vice direttore che lo sollevi dall’incombenza quotidiana di dover aprire e chiudere il giornale. Che per un romano posato e apparentemente indolente come lui è una vera rivoluzione.
Antonio Padellaro – Cos’è stato quest’anno? Un clamoroso successo, inutile girarci intorno. Siamo un giornale che non ha pubblicità , o quasi, e che al 31 dicembre del 2009, dopo poco più di tre mesi di uscite, ha chiuso il bilancio con 3,2 milioni di euro di utile lordo, per un utile netto di oltre 2 milioni. Senza falsa modestia, sfido a trovare nel panorama italiano e anche europeo un caso analogo. E non è finita perché stiamo ancora crescendo.
Prima – Ci dia un po’ di numeri, direttore Padellaro.
A. Padellaro – Ad agosto, che non è proprio il mese migliore per la diffusione dei quotidiani, abbiamo avuto una media di 76mila copie vendute, con punte oltre le 80mila. A luglio la media è stata di 71mila copie, cui vanno aggiunti i 40mila abbonamenti per l’edizione on line.
Prima – Gli abbonamenti sono stati una delle sorprese dell’avventura del Fatto. Come sta andando il rinnovo?
A. Padellaro – Vedremo, per ora è presto. Può anche darsi che quest’anno ne avremo meno, ma intanto le copie in edicola crescono. Siamo euforici e non potrebbe essere altrimenti considerando che un anno fa avevamo dei conti basati su un breakeven a 12mila copie e 3mila abbonamenti. Trovo stupefacente che ci sia chi, come Il Foglio, dedica una mezza pagina alla ripresa della carta stampata in Europa e ignora completamente la nostra esperienza. Ciò detto, l’euforia va sempre contenuta, altrimenti rischiamo la sbornia.
Prima – Qual è stato e qual è il fattore più importante di quest’anno col botto?
A. Padellaro – Credo che i lettori capiscano, e apprezzino, sempre di più l’indipendenza del giornale. E intendo l’indipendenza dell’impresa, che è cosa diversa dall’indipendenza della redazione. E lo testimonia la quantità  di articoli in cui non abbiamo fatto sconti a nessuno. A Berlusconi, certo, ma anche a Di Pietro e al Pd. I lettori si sono convinti che, coi nostri limiti, tutto quello che si scrive è scritto e pubblicato perché i giornalisti pensano sia giusto scriverlo. Nessuno detta nulla. Se apriamo con un pezzo dedicato a Schifani è perché pensiamo che uno che ha fatto l’avvocato per personaggi legati alla mafia non possa fare il presidente del Senato, non perché siamo la quinta colonna di un partito. E se facciamo un pezzo sui conflitti di interesse del banchiere Passera siamo in grado di farlo perché non dipendiamo in nulla da Intesa Sanpaolo, che non sta nella proprietà  del giornale, non ci tiene per il collo con finanziamenti e non ci dà , liberi loro di non farlo, nemmeno una pagina di pubblicità .
Prima – Quel pezzo su Passera del 2 settembre è stato l’esordio di Vittorio Malagutti, un’altra firma di spessore dell’investigative journalism sottratta all’Espresso. Ci spiega come fate a pagare tutti questi transfughi dalle grandi testate? Non eravate il giornale dei giovani e del salario minimo contrattuale?
A. Padellaro – Abbiamo sempre applicato una regola. Chi proviene da un’altra testata conserva la retribuzione d’origine. Per Vittorio è valsa questa regola e devo dire che c’è venuto incontro, capendo le necessità  del giornale. È successa la stessa cosa per Peter Gomez, Luca Telese, Marco Lillo, Giorgio Meletti, Ferruccio Sansa. La redazione del Fatto è composta da due blocchi di colleghi: queste firme e un gruppo di giovani trentenni che hanno accettato la regola, come del resto il direttore, del minimo contrattuale. Io ho un minimo contrattuale come direttore, che fra l’altro mi mangia una parte di pensione perché, come si sa, l’Inpgi non prevede il cumulo.
Prima – Ora qualcuno batterà  cassa, visto che il giornale macina utili…
A. Padellaro – Gli utili vengono accantonati. Però, certo, gli impegni vanno mantenuti. Ed è quello che stiamo facendo. Dal 1° settembre tutti i redattori assunti a tempo determinato sono passati a tempo indeterminato. Sono una decina. Quando siamo partiti gli avevo detto: fra un anno tiriamo una riga, se andiamo male si va tutti a casa. Se il giornale se la cava rinnoviamo i contratti a tempo determinato. Se le cose funzionano scatta l’assunzione a tempo indeterminato. E così è andata.
Prima – Quanti siete in redazione, ora?
A. Padellaro – Siamo partiti in dieci e ora siamo una trentina, più i collaboratori. In ogni caso meno di qualsiasi giornale che abbia le nostre vendite.
Prima – Avete cominciato con sedici pagine e da qualche mese la foliazione è stabilizzata a venti, tranne la domenica quando salite a 24 con l’inserto satirico ‘Il Misfatto’. Le sembra che quantità  e qualità  del prodotto corrispondano alle aspettative dei lettori?
A. Padellaro – La quantità  sì, la qualità  no. Venti pagine vanno benissimo. Ogni giorno rispondo a un sacco di lettere, rispondo a tutti come mi ha insegnato Furio Colombo. Bene: mai che qualcuno abbia protestato perché venti pagine sono poche. Noi proponiamo una lettura concentrata ma esauriente. È una foliazione giusta per le dimensioni dell’impresa. Il lettore vuole che i contenuti siano quelli. Il progetto del giornale è esattamente questo: venti pagine sono l’equilibrio perfetto, con qualche eccezione. Fra poco usciremo con un nuovo inserto culturale che ci farà  salire a ventiquattro in un altro giorno. E poi ci sono gli speciali. Che so, quando ci sono atti giudiziari o documenti di particolare rilievo. Non dimentichiamoci che la foliazione è sempre in relazione con la pubblicità . E siccome noi di pubblicità  ne abbiamo pochina il volume del giornale non è in discussione.
Prima – E che ragione vi siete fatti della mancanza di pubblicità ?
A. Padellaro – A parte la crisi, che morde ovunque, non è un problema di concessionaria. La nostra è piccola, ma non è che non ha contatti. Ci ricevono e formalmente ci trattano bene tutti ma, al massimo, arriva una paginetta ogni tanto. La verità  è che per il mercato pubblicitario e le sue consuetudini, diciamo così, non siamo affidabili. Credo prevalga l’idea che siccome siamo dei gran rompiballe e non abbiamo atteggiamenti di riguardo per nessuno, non possiamo pretendere di incassare la pubblicità  da chi attacchiamo oggi o potremmo attaccare domani. So bene che nel mondo perfetto dovremmo avere le nostre pagine di pubblicità  a prescindere da quello che scriviamo. Ma l’Italia non è il mondo perfetto. Di recente abbiamo avuto un incontro con un grande cliente, le Ferrovie dello Stato. Sono stati gentilissimi ma alla fine, all’osso, la richiesta implicita era: la pubblicità  ve la diamo ma non parlate male di noi. Ovviamente ci siamo salutati, cortesemente, ma il discorso è finito lì. Certo, a questo punto ce lo possiamo permettere.
Prima – Di rinunciare alla pubblicità ?
A. Padellaro – Ci abbiamo pensato seriamente. I conti ce lo permettono. Ma poi ho considerato che sarebbe stato un po’ spocchioso. Però mi si lasci dire che potersi permettere un po’ di arroganza, di fronte alla pubblicità , dà  una certa soddisfazione.
Prima – Torniamo al punto, la qualità  del Fatto. Cosa non le piace?
A. Padellaro – Va migliorata. Dovremmo prendere un altro correttore di bozze, perché alcune volte escono errori intollerabili. Dobbiamo risistemare la grafica interna, che continua a non piacermi mentre trovo che la prima pagina sia efficace ed equilibrata. E dovremmo anche arricchire un po’ gli esteri, che sono un po’ poverini.
Prima – Non trova che Il Fatto somigli un po’ troppo al Giornale? Che stiate diventando due giornali, per così dire, a specchio? La stessa aggressività , la stessa assertività  da due sponde politiche opposte…
A. Padellaro – Feltri è bravo. Ha capito che i quotidiani generalisti costano troppo. I problemi del Corriere della Sera sono legati al fatto che ha la pretesa di coprire tutto. E questo, oltre a rendere il giornale meno leggibile, comporta una struttura pachidermica e costi enormi. Feltri ha fatto un’innovazione importante prima con L’Indipendente, poi con Libero e ora con la sua seconda direzione del Giornale. Ha capito che c’è un mercato pronto a ricevere dei prodotti con un’identità  forte, che fa dello schieramento e della nettezza delle posizioni il suo tratto distintivo. Ha fatto e continua a fare dei giornali che hanno grande protagonismo sulla scena editoriale e politica. Con Libero credo abbia raggiunto il massimo, da questo punto di vista. Con Il Giornale sembra che le scelte giornalistiche siano più asservite a una scelta politica, ma d’altronde Feltri l’ha sempre fatto, fin dai tempi dell’Indipendente, nei primi anni Novanta. Noi stiamo facendo un po’ una cosa analoga. Sapevamo che c’era un pubblico, un mercato di lettori. E l’abbiamo intercettato. La differenza è che Il Giornale ha un padrone politico e noi no. Le campagne del Giornale vengono sempre viste in relazione agli interessi di Berlusconi. A noi questo non lo si può dire. L’ho già  detto e ribadisco l’esempio: se attacchiamo Schifani non è perché c’è un mandante politico, ma perché pensiamo che avendo avuto frequentazioni professionali con personaggi legati alla mafia non possa ricoprire l’incarico di presidente del Senato.
Prima – Non solo l’accostamento al Giornale non suscita imbarazzo, lei addirittura lo rivendica.
A. Padellaro – Non mi ripugna, certo. Feltri è un innovatore. Nei giorni scorsi Massimo Fini, che con lui ha lavorato molto ai tempi dell’Indipendente, gli ha fatto un ritratto pungente, definendolo ‘il pitbull del Cavaliere’. Lo dico per spiegare che non siamo e non saremo mai teneri con Feltri. Ma onestamente non si può dire che non abbia innovato. E poi, mille volte meglio chi ci mette la faccia, come Feltri, piuttosto che questo insopportabile cerchiobottismo della maggior parte degli editorialisti, che quando scrivono sono preoccupati solo di salvarsi le chiappe, invece di prendere una posizione. Non funzionano più.
Prima – Sa come si dice in Lombardia: ‘Chi vùsa pusè la vaca l’è sua’, ovvero chi strilla di più porta a casa la vacca. Questo mi pare funzioni benissimo, di questi tempi.
A. Padellaro – Ah sì, faremmo del giornalismo urlato. Roba detestabile, signora mia che orrore! Ma intanto cominciamo a dire che prima di una voce forte noi abbiamo delle idee forti. E poi cosa si vuole? Qui è tutta l’Italia che urla, altro che giornalismo urlato! Questo è un Paese dove Berlusconi e Fini litigano tirandosi addosso le cucine Scavolini, dove ogni giorno si scopre una cricca, un caso Marrazzo, dove i precari sono costretti a incatenarsi nelle piazze, dove la ‘Ndrangheta controlla mezza Lombardia. In questo Paese, che è anche uno spettacolo straordinario e stupefacente, come si può pretendere che il giornalismo sia tutto pettinato e a modino? Non siamo a Eton o a Oxford. Non stiamo a far le cronache di un Senato accademico di parrucconi. L’Italia che esiste davvero, l’Italia vera – ci piaccia o no – è questa specie di bolgia spettacolare. Ed è quella che cerchiamo di raccontare sul nostro giornale. Trovo patetico che si dedichino pagine su pagine all’uninominale, al doppio turno alla francese, al sistema tedesco… Ma con giornali fatti così i lettori avrebbero diritto a tirarcele in testa, le copie. Altro che andare in edicola a spendere un euro e venti!
Prima – Be’, non è che il cambiamento della legge elettorale sia un dibattito superfluo o che non conti niente per il Paese. Non trova?
A. Padellaro – Guardi che non sto dicendo di non occuparsene, so benissimo quanto sarebbe necessario cambiare una legge che ha mandato in Parlamento dei nominati, e non degli eletti. Ma da questo a farne l’architrave informativa di un giornale ce ne corre. Il giornalismo è prima di tutto racconto. Noi abbiamo avuto una risposta straordinaria alla ricostruzione, a puntate, del caso della marchesa Casati Stampa scritto da Luca Telese. Quando ho dovuto, per problemi di spazio, rimandare una puntata, sono stato subissato dalle e-mail e dalle telefonate di protesta.
Prima – A proposito: come funziona il rapporto con i vostri lettori? Quando girate per teatri continuate a fare il pieno? Non c’è il rischio di confezionare un giornale che somiglia troppo a quello che i lettori vogliono sentirsi raccontare e non a quello che succede?
A. Padellaro – Con i lettori c’è un rapporto straordinario per intensità  e frequenza. E non sono solo rose e fiori, arrivano anche critiche. Per esempio ho ricevuto una valanga di lettere su alcuni pezzi piuttosto crudi scritti da Massimo Fini sulle donne. E più d’uno scriveva: “Pensavo che Il Fatto fosse il mio giornale, non lo comprerò più”. A questi rispondo che io faccio giocare i migliori, poi sono i giornalisti in campo a decidere come giocare. Fini ha argomenti contestabili ma ben esposti e costruiti per creare discussione e confronto. E perciò scrive. Un secondo caso è stato quando abbiamo lanciato una raccolta di firme per la libertà  dei dissidenti a Cuba. Anche qui un’alluvione di lettere di filocastristi che minacciavano di non comprarci più. Ho risposto che difendere il diritto del dissenso a Cuba è fondamentale e che lo rifaremo. Poi sono piovute proteste perché abbiamo intervistato la Santanchè, Gasparri e il superberlusconiano Stracquadanio. Come se intervistare degli ‘avversari politici’ significasse sposarne le tesi e le posizioni. Detto questo, quando io, Travaglio e Gomez giriamo per l’Italia troviamo, sempre, teatri pieni e gente entusiasta. Il 23 settembre, anniversario del nostro battesimo in edicola, saremo a Napoli, per rafforzare la presenza al Sud.
Prima – Da giugno è partito anche il sito del Fatto. C’era la preoccupazione che un sito di news ‘cannibalizzasse’ il giornale, visto che chiudete alle 8 di sera. Come sta andando la convivenza?
A. Padellaro – Mi pare molto bene. Il rischio di sovrapposizione col giornale mi pare non ci sia. Anzi, c’è una forte sinergia. Credo che Peter (Gomez, direttore del sito Ilfattoquotidiano.it: ndr) abbia avuto una grande idea: da ammiratore dell’Huffington Post ha impostato il sito come una galassia di blog accanto alle news. Questa specie di blog dei blog sta funzionando alla grande. Mi pare che siamo già  al quinto o sesto posto fra i siti d’informazione più seguiti. I ragazzi che ha preso Peter stanno andando benissimo. Certo, c’è anche lì un problema di pubblicità  che non arriva. Per ora non ci poniamo il problema e, naturalmente, speriamo che il vento cambi. Però, lo lasci dire a un vecchio giornalista di carta stampata, per il momento gli utili li fa il giornale, mentre il web sta sulle spese. Strano, ma vero.

Intervista di Ivan Berni

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