A sette anni dalla nascita – Intervista a Luca Dini, direttore di Vanity Fair (Prima n. 412, dicembre 2010)

A sette anni dalla nascita Vanity Fair non smette di dare zampate.

Quel delicato equilibrio su cui si regge ogni numero, mescolando attualità  di presa vivace, opinioni di grandi firme, intrattenimento a base di celebrities ritratte in modo un po’
complice e un po’ irriverente, reportage di grande respiro, gran bei servizi di moda e di bellezza, regge al passare del tempo e conferma il settimanale della Condé Nast come il femminile che ha mandato al macero i cliché di questo genere, costringendo i concorrenti a fare i conti con la sua carica di novità  e affermandosi sul mercato pubblicitario con la forza dei suoi numeri e la costante capacità  di crescita (la stima d’incremento di fatturato pubblicitario in un anno difficile come il 2010 è del 9%).
Il numero del 17 novembre con in copertina Gianna Nannini – madre a 54 anni, fotografata con il pancione e una t-shirt che proclama ‘Dio è donna’ – ha fatto il giro del mondo sul web ed è stato ripreso da un bel po’ di giornali e tivù italiani e stranieri. “Era la copertina perfetta: il personaggio giusto e la notizia. In edicola abbiamo venduto 200mila copie tonde tonde. Sono picchi normali in agosto, ma alle soglie dell’inverno è roba da non crederci”, dice ancora un po’ sorpreso il direttore di Vanity Fair, Luca Dini. Ma nel giro di un mese di copertine giuste Vanity Fair ne ha azzeccata almeno un’altra, quella del 6 ottobre con Tiziano Ferro che per la prima volta dichiara ‘Mi voglio innamorare di un uomo’ (195mila copie in edicola), e ha fatto un bel botto anche con quella del 3 novembre (181mila copie in edicola) dove campeggiava il fisico statuario del cantante Biagio Antonacci nudo con un lp a coprire le pudenda.
E il 13 dicembre, dopo una preparazione lunga un anno, Vanity Fair ha debuttato nella Rete con un sito nuovo di zecca, Vanityfair.it, sul quale Condé Nast punta molto per quel posizionamento di qualità  al quale ambisce anche nel mondo digitale.
Prima – Condé Nast ha presentato Vanityfair.it come il primo sito d’informazione al femminile, ma cosa vuol dire esattamente?
Luca Dini – L’idea è di un sito che copra l’esigenza quotidiana d’informazione su tutti gli argomenti: l’attualità , la politica, la cronaca, le grandi questioni sociali, la cultura, l’intrattenimento. Insomma tutto quello di cui si occupano i grandi mezzi d’informazione, ma trattato con il nostro taglio più trasversale e aperto. In questo senso parliamo d’informazione al femminile. Le donne sono meno schematiche, badano al sodo, sui temi che hanno un impatto diretto sulla vita delle persone se ne fregano degli schieramenti di destra e di sinistra e decidono con la loro testa e il loro cuore.
Prima – È un bell’impegno. Come ha riorganizzato il lavoro della redazione? Anzi delle redazioni, visto che Vanityfair.it ne ha una propria.
L. Dini – Sì, sono nove giornalisti con un caporedattore responsabile del sito, Germano Antonucci, che è appena arrivato da Corriere.it, e un vice caporedattore, Matteo Gamba. Nella nuova organizzazione ci sono dei capidesk che si occupano sia del giornale sia del sito: il caporedattore attualità  Francesco Briglia, il caporedattore di Spy Giovanni Audiffredi, il caposervizio di Show Silvia Bombino, il caporedattore Bellezza Marta Caramelli e, naturalmente, per tutta la parte moda e bellezza il condirettore Cristina Lucchini. L’unico modo perché ci sia sinergia è responsabilizzare le persone anche sul sito. È necessario che il sito sia visto come una parte fondamentale del nostro lavoro e del futuro del nostro posto di lavoro.
Prima – Senza togliere importanza all’informazione, l’altra grande attrattiva di Vanity Fair sono le celebrities. Cosa cambia nel parlarne sul web?
L. Dini – Né il nostro approccio né il nostro metodo di lavoro cambiano. Ci siamo conquistati una credibilità  nel mondo del people proprio perché quando pubblichiamo una notizia la controlliamo e la verifichiamo alla fonte. È l’aspetto su cui possiamo fare la differenza. Ci permette di entrare nella vita di questi personaggi dalla porta principale, d’instaurare un rapporto di fiducia, cioè di correttezza, con loro e con chi ci legge. Sul web una notizia ha bisogno di un livello di verifica inferiore ma, senza sacrificare la rapidità , intendiamo lavorare molto sul controllo delle fonti. Non è poi così difficile: chiunque faccia questo lavoro sa quali sono i giornali e i siti credibili come fonti e quali quelli da cui bisogna stare alla larga.
Prima – Molti personaggi dello spettacolo e della musica ormai usano sapientemente il web per comunicare. Il sito che nuove opportunità  vi offre?
L. Dini – Tantissime, tutti si sono resi conto che il marketing virale che fa Internet non può farlo nessun altro mezzo. E che, almeno per le fasce di pubblico che gli interessano, Internet ha una forza di penetrazione maggiore e soprattutto più mirata di quella della tivù. Difatti capita che ci offrano delle esclusive già  pensate per l’on line. Da parte nostra c’è un grande interesse per tutte le possibili forme d’interazione con i social network. Ad esempio, due settimane prima del lancio del sito abbiamo inaugurato su Facebook un’applicazione che permette di fare tre domande a un personaggio, il primo è Jovanotti, che poi intervisteremo su Vanity Fair facendogli anche cinque domande selezionate tra quelle proposte su Facebook.
Prima – Lei quanto crede a uno strumento come Facebook?
L. Dini – Ci credo moltissimo. Non bisogna aver paura di aprirsi alla Rete, di mandare fuori le cose dal sito, perché poi ti ritornano alla grande. Non lo dico solo perché per il giornale e per il sito i social network sono un’enorme cassa di risonanza, ma anche perché funzionano un po’ da termometro del tuo pubblico. La reazione può essere brutale e a volte anche crudele: magari scrivi o proponi una cosa che ti piace o ti convince molto e viene spernacchiata, ma è comunque utile. Del resto a Vanity Fair noi abbiano un’esperienza speciale con la rubrica delle lettere, che consideriamo un piccolo social network ante litteram.
Prima – È una delle parti più interessanti e divertenti del giornale. Ma quante lettere ricevete alla settimana?
L. Dini – Tra le 300 e le 400. L’idea di far diventare le lettere una rubrica così importante è stata di Carlo Verdelli, all’inizio della sua direzione nel 2004.
Prima – E quelle risposte così spiritose le scrive tutte lei?
L. Dini – Sì, grazie. E mi diverto pure a leggere le lettere, anche se devo sempre sacrificarne tante. Ormai è diventato un gioco, molto apprezzato dai lettori. E a volte qualcuno di loro mi ha anche dato delle buone idee per il giornale. Pensi a cosa potrà  succedere ora sul sito…
Prima – Negli ultimi mesi su Vanity Fair si sente un po’ meno profumo di Hollywood. Ci sono più personaggi italiani, anche in copertina. È una scelta editoriale o è diventato troppo complicato avere a che fare con le grandi star internazionali?
L. Dini – Seguiamo l’interesse del pubblico, e ultimamente non ci sono tanti nuovi personaggi internazionali. Oppure sono in settori che coprivamo meno, come la musica. Nel mondo del cinema lei vede una Lady Gaga? I grandi di Hollywood da un po’ di tempo sono sempre gli stessi e il rapporto con loro non è cambiato. C’è un iter preciso che passa attraverso i publicist, figure fondamentali che curano i rapporti con la stampa di tutto il mondo in modo molto selettivo e strategico. Gli americani sono legati a logiche promozionali, oppure sono disposti a dare un’intervista per parlare di una causa che gli sta molto a cuore. Con gli italiani il rapporto è più semplice, però anche il nostro cinema in questo momento non offre grandi possibilità . Di attori nuovi, e bravi, ce ne sono. Peccato che non abbiano la riconoscibilità  e l’appeal di una Bellucci o di un Raoul Bova. Quindi è diventato più difficile trovare dei personaggi giusti, soprattutto da copertina.
Prima – Che caratteristiche devono avere?
L. Dini – Devono essere dei personaggi condivisi, in sintonia con quel momento e possibilmente al centro di una notizia. Come nel caso di Tiziano Ferro e di Gianna Nannini, appunto.
Prima – Quante copie ballano tra una copertina buona e una sbagliata?
L. Dini – Trentamila, ma anche 50mila. Ed è un fenomeno sempre più accentuato. Non posso dire che la scelta della copertina prenda la metà  del mio tempo, ma la metà  dei miei pensieri forse sì. È evidente che non siamo costretti a seguire il cliché Hollywood e Cinecittà , l’importante è che il personaggio abbia un grande appeal. Difatti stiamo sperimentando anche copertine diverse come quella con Roberto Saviano, che abbiamo pubblicato prima della sua trasmissione in tivù con Fazio e che è andata benissimo.
Prima – Pensa che il sito la aiuterà  a capire meglio quali sono i personaggi giusti?
L. Dini – Penso proprio di sì: se fai una copertina straordinariamente azzeccata un po’ di lettori ti scrivono per dirti quanto sei stato bravo. Ma devono aver voglia di mandarti una e-mail, invece se vai su Facebook e clicchi su ‘mi piace’ ci metti un secondo. Quindi abbiamo e avremo sempre più informazioni sul gradimento, e analizzarle è molto utile per capire quali personaggi muove la Rete.
Prima – Su Vanity Fair ci sono tanti e importanti opinionisti che raccontano e commentano l’attualità  e le vicende politiche della settimana. Che contributo daranno al sito?
L. Dini – Molti di loro collaboreranno attraverso i blog, che formano una sezione del sito molto nutrita. Per ora on line ne abbiamo una decina: quello collettivo, al quale partecipano la redazione e alcune firme, ‘Vanityblog’; il mio, ‘Caro direttore’; ‘C’è Mina per voi’; ‘Barbablog’ di Daria Bignardi; ‘Mediablog’ di Marco Pratellesi; ‘L’infedele’ di Gad Lerner; ‘Lui&Lei live’ di Irene Bernardini; ‘Ritorno di Fiamma’ di Fiamma Satta; ‘Visti da Vincino’; ‘Masquerade’ di Paola Jacobbi; ‘PopUp’ di Luca Bianchini e ‘VanityOroscopo’ di Antonio Capitani. Ne arriveranno altri, perché sul sito la cosa rilevante è dare accesso e vicinanza a queste firme, esattamente come lo diamo alle celebrities.
Prima – Vanityfair.it è un sito molto ricco di contenuti e con tante soluzioni nuove e spettacolari. Ma cosa non può mancare per non tradire lo spirito del giornale, la ‘Vanity philosophy’?
L. Dini – Il nostro modo di vedere le cose, dall’attualità  alla moda. Le persone vogliono che tu faccia una scelta per loro, vale tanto più sul web dove c’è di tutto. Vanityfair.it non punta sulla quantità , ma sulla qualità  e sulla selezione. Penso che ognuno si debba concentrare su quello che sa fare bene, perché è lì che può fare la differenza.

Intervista di Dina Bara

Share on FacebookTweet about this on TwitterPin on PinterestShare on LinkedIn

Articoli correlati

La parola Covid spopola sui media (e prende il posto di Coronavirus). Nella TOP TEN seguono terapie intensive e contagio; boom vaccino

La parola Covid spopola sui media (e prende il posto di Coronavirus). Nella TOP TEN seguono terapie intensive e contagio; boom vaccino

Editoria, Riffeser: giornali cerniera tra istituzioni e cittadini. Servono aiuti come in altri paesi e progetti per modernizzare le edicole

Editoria, Riffeser: giornali cerniera tra istituzioni e cittadini. Servono aiuti come in altri paesi e progetti per modernizzare le edicole

Allarme Snag. Nel primo semestre chiuse 1.410 edicole, drastica riduzione vendita quotidiani: 1.2 milioni di copie al giorno (erano 8  mln 15 anni fa)

Allarme Snag. Nel primo semestre chiuse 1.410 edicole, drastica riduzione vendita quotidiani: 1.2 milioni di copie al giorno (erano 8 mln 15 anni fa)