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Una selezione cruenta e convulsa – Intervista a Sandro Parenzo, presidente di Mediapason (Prima n. 412, dicembre 2010)

Una selezione cruenta e convulsa
[1]“Ci siamo riempiti la bocca con la parola ‘pluralismo’, sostenendo che il digitale avrebbe allargato il mercato”, dice Sandro Parenzo, editore locale di successo con il gruppo Mediapason. “Nei fatti si sono rafforzati Rai e Mediaset, mentre i piccoli editori sono disperati perché devono riconvertire gli impianti di trasmissione, altrimenti non esistono più. E non sanno cosa mettere dentro ai nuovi canali. Alla fine molti spariranno”.
Maurizio Giunco e Marco Rossignoli, i rappresentanti delle tivù locali della Frt e di Aeranti-Corallo, hanno deciso di sbattere la porta a Dgtvi, l’associazione guida del digitale terreste, accusandola di non aver tutelato gli interessi della categoria in questa fase decisiva della transizione al digitale. Una rottura clamorosa che il presidente di Dgtvi, Andrea Ambrogetti, ha cercato fino all’ultimo di scongiurare sapendo bene che l’emittenza locale è una lobby potente e spregiudicata che potrà  mettersi di traverso sul resto degli switch off (mancano ancora Liguria, Toscana, Marche, Umbria, Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia).
Da un pezzo le piccole antenne si sentono con l’acqua alla gola, e a dar fuoco alle polveri è stato l’articolo 1, commi 8 e 16, della legge di stabilità , la nuova Finanziaria in discussione al Senato, che prevede che a dicembre 2012 siano liberate le frequenze 61-69, già  assegnate alle locali, da mettere a gara per gli operatori della telefonia e dà  anche carta bianca al ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, per adottare misure di bonifica del settore.
Il fatto è che il digitale si è rivelato un boomerang per le piccole antenne che non reggono l’impatto col nuovo mercato: calano gli ascolti, si riducono i fatturati pubblicitari, crollano le televendite. In compenso, le piccole televisioni, che faticano a tenere accesa una rete, hanno ottenuto un mucchio di frequenze senza avere però i soldi né per riconvertire gli impianti analogici né per riempire di contenuti decenti i canali acquisiti. Si contava sul sostegno del governo, ma il clima è cambiato.
Non solo è slittato il pagamento dei 95 milioni di contributi relativi al 2009 che le locali aspettavano come il pane, ma il ministro Romani sembra deciso a porre nuovi vincoli per evitare lo spreco di risorse trasmissive da parte dei piccoli editori che occupano frequenze, un bene pubblico prezioso, ma non le utilizzano o non le utilizzano adeguatamente. Ma, soprattutto, per impedire che cedano parte della loro banda trasmissiva a soggetti nazionali o si consorzino tra loro per affittare multiplex a copertura nazionale. Si teme forse che possa approfittarne Sky per ampliare la sua presenza sul digitale terrestre dopo essersi eventualmente aggiudicato un primo multiplex al beauty contest. In ogni caso il filtro che vuol mettere Romani cala una pietra tombale sui progetti di business della piccola emittenza.
Come finirà  questa storia? Quale sarà  il futuro delle 600 reti locali? Ne abbiamo parlato con Sandro Parenzo, presidente di Mediapason, una società  che controlla una galassia di canali ben radicati in Lombardia come Telelombardia, Antenna3, Canale6, Top Calcio 24, Milanow, oltre a Video Piemonte e alla satellitare Tsat, che fattura 22 milioni di pubblicità  ed è sostenuta da soci importanti come Giuseppe Garofano del gruppo Industria e innovazione. Parenzo che da quarant’anni cavalca la scena televisiva, ben introdotto negli ambienti politici ed economici, è orgoglioso del suo essere un editore locale, ma abbastanza disinvolto per raccontare senza complessi il marasma che agita il suo mondo.
Prima – Allora, è scontro aperto col governo e le reti nazionali?
Sandro Parenzo – Direi di sì. Frt e Aeranti-Corallo hanno ritrovato uno scatto d’orgoglio. Meglio tardi che mai.
Prima – Ma come si è arrivati a questa situazione al limite del disastro?
S. Parenzo – Diciamo le cose per quello che sono: il digitale da noi è un pasticcio colossale. In principio ci siamo riempiti la bocca con la parola ‘pluralismo’ sostenendo che il digitale avrebbe allargato il mercato. E così si è evitato anche il trasloco di Retequattro sul satellite. Nei fatti, questa cosiddetta rivoluzione si è trasformata nel rafforzamento del duopolio Rai e Mediaset a cui si è permesso di ampliare enormemente la propria capacità  trasmissiva. Alla fine dei giochi la Rai avrà  sei mux e prevedo che Mediaset ne avrà  a disposizione almeno otto, vale a dire un potenziale di 40-50 canali. Ha idea dell’impatto?
Prima – In altri Paesi la distribuzione delle frequenze televisive ha portato utili allo Stato, qui sono state date gratis.
S. Parenzo – In Spagna, ad esempio, i gruppi televisivi pubblici e privati hanno avuto un mux digitale corrispondente a una concessione. Ognuno quindi ha moltiplicato per cinque il canale analogico da rottamare. Finito. Il resto delle frequenze è in mano al padrone dell’etere che è lo Stato. In Spagna chi vuol fare televisione presenta il suo progetto al ministero competente e se ha i requisiti economici ed etico morali necessari, gli viene data la concessione e poi paga un affitto per trasmettere su quel canale. Lì effettivamente si è aperto un mercato nuovo.
Prima – In Italia se gli editori televisivi avessero dovuto pagare non ci sarebbe stata la corsa all’ultima frequenza.
S. Parenzo – Non ci sono state aste, nessuno ha sborsato un euro e ora si accingono ad assegnare l’ultimo stock a ‘beauty contest’. Saranno regalate al più bello, cioè le daranno a chi vogliono loro.
Prima – Sì, però anche lei si è portato a casa un bel po’ di canali. E questo sistema che lei critica tanto, perché indubbiamente favorisce Rai e Mediaset, è stato disegnato da un ministro delle Comunicazioni del governo Prodi, il suo buon amico Paolo Gentiloni.
S. Parenzo – Sarebbe bello poter dire che tutti i problemi del sistema televisivo italiano sono stati causati dal governo di centrodestra che fa capo al più grande editore televisivo. Anche i governi di centrosinistra hanno fatto danni perché hanno sempre affrontato i temi della televisione e della comunicazione in modo ideologico e astratto. Così, mentre loro discettavano di pluralismo e libertà  d’informazione, gli altri si pigliavano tutto.
Il risultato è che il digitale ha moltiplicato a dismisura il numero dei canali in un mercato che è più povero a causa della crisi e della contrazione del mercato della pubblicità . Avremo un mercato con centinaia di canali in cui Rai e Mediaset saranno sempre giganti con il 60% delle reti disponibili e soprattutto la possibilità  di spartirsi gran parte del mercato pubblicitario.
Le due corazzate che prima raccoglievano quasi il 90% della pubblicità  potranno sempre contare su un’enorme potenza di fuoco per raccogliere anche i budget pubblicitari più piccoli come fa da tempo Sky. Tanto per loro sono tutte risorse aggiuntive. Su questi temi il silenzio è assordante.
Prima – I primi a starsene zitti sono proprio gli editori locali che, pur di accodarsi al banchetto delle frequenze, hanno condiviso tutte le tappe del passaggio al digitale. E poi mi spiega come una piccola antenna, che fatica a tenere acceso un canale, può pensare di gestirne gli altri cinque o più regalati dal dtt?
S. Parenzo – Come funziona il nostro settore è sotto gli occhi di tutti. Sono pochissime le emittenti serie, quelle che creano lavoro, fanno informazione, assumono giornalisti. Il 70% dei cosiddetti editori gestisce la televisione, un’attività  quasi sempre in perdita, come uno strumento di consenso per fare utili in altre attività . E non a caso sono quasi tutti costruttori o imprenditori nella grande distribuzione.
Prima – Se lo scenario è questo, perché dare una valanga di concessioni?
S. Parenzo – L’anomalia locale l’ha creata lo Stato. Prima si è lasciato che si occupassero le frequenze, poi è arrivata la Mammì, detta anche ‘legge Polaroid’, che invece di disciplinare il settore lo ha semplicemente fotografato e ha chiuso le porte. E così i pochissimi, che come il sottoscritto volevano entrare nel business locale, hanno dovuto comprare un’azienda con una concessione per poter trasmettere. Capisce il paradosso?
Prima – E adesso col passaggio al digitale questi editori miracolati si portano a casa pure un fracco di frequenze.
S. Parenzo – Si è dovuto giustificare la regalia di canali elargita alle reti nazionali estendendola anche a livello locale. Si fa finta che la legge sia uguale per tutti ben sapendo che sarà  il digitale a fare la dura selezione di mercato. I piccoli editori sono disperati perché dall’oggi al domani devono riconvertire gli impianti di trasmissione. Se non lo fai, semplicemente non esisti più. E inoltre non sanno cosa mettere dentro ai nuovi canali. Alla fine molti spariranno: sarà  un processo cruento e convulso che avrebbe potuto essere evitato con una rottamazione ordinata prima dell’assegnazione delle frequenze digitali.
Prima – Rottamare in che modo?
S. Parenzo – Come hanno fatto negli Stati Uniti, dove nel ridisegnare il piano delle frequenze il governo se ne è riappropriato rimborsando le aziende. E poi le ha rimesse in vendita.
Prima – Adesso la situazione è più complicata anche perché sono spuntate come funghi nuove frequenze. Come se lo spiega?
S. Parenzo – A ridosso degli switch off c’è stata una specie di trading che ha fatto sì che chi aveva semplici permessi trasmissivi per una zona piccolissima o una frequenza iperlocale o iperprovinciale si è allargato facendosi riconoscere un mux regionale, altri sono riusciti a strapparne uno in più rispetto a quanto dovevano avere.
Prima – E il ministero delle Comunicazioni ha lasciato fare?
S. Parenzo – Ha lasciato fare per chiudere i tavoli tecnici. Hanno distribuito frequenze a tutti sapendo che molti non avrebbero avuto le risorse per gestirle. Qualcuno cercherà  di salvarsi consorziandosi, ma alla fine vedremo sul terreno cadaveri e frequenze. Quando il ministero farà  un censimento sullo stato del digitale, saranno molti quelli pronti a cedere banda in cambio di un indennizzo.
Prima – L’accusa è che vi siete abbuffati di frequenze con l’idea di fare soldi affittandole al miglior offerente. Le sembra corretto utilizzare un bene pubblico per fare un business privato?
S. Parenzo – Dobbiamo affittare banda per poter rientrare dei costi che siamo stati costretti ad accollarci per il digitale. Non si può obbligare un’azienda a fare investimenti e poi dirle che non può metterli a rendita.
Prima – Sono anni che lo Stato finanzia l’emittenza privata con milioni di euro, soldi che potevano essere spesi in tecnologie. Mi sembra che lei e i suoi soci abbiate messo mano al portafoglio per potenziare Mediapason. Il ministro Romani adesso sembra deciso a razionalizzare il settore e la nuova Finanziaria vi toglie le frequenze che vanno all’asta della telefonia.
S. Parenzo – Questa partita è tutta da giocare. Bisogna anche vedere che fine farà  questo governo. Le frequenze ci sono state assegnate dal ministero, dunque dovrà  aprirsi una trattativa. E si dovrà  cercare un certo consenso, altrimenti esistono vari gradi di giudizio per opporsi. Se i quattro gatti delle quote latte hanno bloccato le strade mi chiedo che effetto farebbero i pulmini di centinaia di emittenti fuori dai cancelli di casa Berlusconi ad Arcore.
Prima – Mediapason intanto si è consorziata con sette emittenti regionali (tra cui Telenorba e Videolina) che condividono banda per offrire un multiplex a copertura nazionale a eventuali editori interessati. Romani e Agcom sono però contrari a operazioni del genere.
S. Parenzo – Stanno provando a varare dei provvedimenti per proibire i consorzi e, per cominciare, non vogliono dare un numero dell’Lcn nel blocco delle reti nazionali agli editori nazionali che utilizzino mux regionali. Un modo per depotenziare la nostra rete e obbligare i potenziali nuovi player a passare solo dall’imbuto di Rai e Mediaset. È come se un editore della carta stampata non potesse servirsi di distributori regionali. Avviene normalmente, ma quello che nessuno si sogna di sindacare nell’editoria lo si può vietare in televisione che guarda caso è il business del presidente del Consiglio. Provvedimenti del genere sono incostituzionali e ci confronteremo in sede europea.
Prima – Parliamo dei progetti per la sua piccola flotta di televisioni. Come vi siete attrezzati per affrontare il cambiamento del digitale?
S. Parenzo – Ci siamo preparati per tempo e già  tre anni fa abbiamo allestito la più grossa fabbrica di contenuti del settore privato al di fuori di Mediaset. Alla Bovisa, un quartiere alla periferia di Milano, abbiamo dieci teatri di posa dotati delle migliori tecnologie dove produciamo tutti i nostri canali e siamo in grado di sfornare fino a dieci canali digitali.
Prima – Lei da sempre sostiene che il punto di forza della tivù locale sta nella capacità  di raccontare il territorio e le sue reti leader, Telelombardia, fatta d’informazione e sport per un target più maschile e giovane, e Antenna3, più popolare e femminile tutta intrattenimento e informazione, rispecchiano fedelmente il suo teorema. Questo modello ha retto all’urto della maggiore concorrenza portata dal digitale?
S. Parenzo – Il digitale ha provato che la mia intuizione era giusta. Nelle aree all digital sono morte tutte le locali che scodellano nei loro palinsesti solo film, fiction, cartoni e televendite, che poi sono la maggioranza dei circuiti e delle piccole antenne. Così nel Lazio Super 3, la rete di Rebecchini, che era la prima della regione, è dovuta uscire dall’Auditel, mentre in Campania, dopo la prima botta, le emittenti fidelizzate sull’informazione, come ad esempio Tv Oggi, si sono riprese. È quasi banale dire che l’unica ragione di esistenza di una tivù locale è l’informazione locale. Ma per farla bisogna investire e assumere giornalisti, avere studi, inventare programmi. Un film invece lo noleggi con 500 euro.
Prima – Il digitale dunque vi ha portato bene.
S. Parenzo – Siamo cresciuti. Il mio core business è e resta quello della tivù locale e mi confronto con i miei concorrenti naturali che sono i due circuiti Telecity/7 Gold e Telereporter/Odeon e la rete a sola informazione Telenova. Come gruppo raccogliamo complessivamente il 68,2% dell’ascolto della piccola emittenza in Lombardia e in valori assoluti oscilliamo dal 2% al 3% di share. Con Telelombardia siamo la prima televisione del Nord, mentre Antenna3 è la prima rete lombarda. Ma sul miglioramento dei nostri risultati incide anche il nuovo canale digitale terrestre Top Calcio 24, che abbiamo lanciato qualche mese fa e ci sta dando risultati straordinari. In pochi mesi si è imposta come la quarta rete più seguita in ambito locale e si avvicina all’ascolto di Telecity.
Prima – Il 24 novembre avete lanciato Milanow, l’all news della città .
S. Parenzo – Abbiamo l’ambizione che diventi la rete più vista a Milano.
Prima – Per quanto riguarda la programmazione dei nuovi due canali quanto c’è di materiale originale e di recupero da Telelombardia?
S. Parenzo – A parte un rullo la mattina che ritrasmette il programma andato in onda la sera precedente su Telelombardia, sono due canali inediti che trasmettono fino a dieci ore di diretta al giorno. Hanno lo stesso format: li abbiamo pensati come un incrocio tra radio, web e televisione, un po’ sul modello di Bloomberg, con lo schermo dove, oltre ai talk e agli approfondimenti, sono aperte due finestre con un aggiornamento continuo di notizie. Generano un’audience interessante sulle 24 ore.
Prima – Con i canali di calcio e di news avete declinato i contenuti storici di Telelombardia. È vero che il prossimo lancio sarà  un canale di intrattenimento legato al territorio che è la punta di diamante di Antenna3?
Prima – Sì, lo stiamo già  sperimentando come una specie di jukebox di canzoni popolari e folk di cui abbiamo un vasto archivio già  digitalizzato. Ci sarà  un conduttore che apre alle telefonate degli spettatori e manda in onda i titoli a richiesta. Ma stiamo preparando anche un quarto canale sull’high tech che parlerà  di computer, iPad e prodotti di tendenza, smonterà  i videogiochi e darà  la parola agli hacker. Argomenti che hanno un loro pubblico visto che i lombardi sono i maggiori consumatori di tecnologia.
Prima – Quanto spendete per un canale digitale?
S. Parenzo – I contenuti in sé hanno un costo limitato perché li produciamo direttamente con i giornalisti e i tecnici che abbiamo in casa. Siamo una realtà  di 160 dipendenti di cui 46 giornalisti, ma i numeri si raddoppiano con i freelance, gli opinionisti e i consulenti che lavorano stabilmente con noi. Abbiamo investito 30 milioni per costruire la ‘fabbrica’, cioè i teatri di posa, le macchine e le attrezzature e ne abbiamo pianificati altri sei per la digitalizzazione degli impianti. Un grosso impegno che dovremo digerire nell’arco di sette anni.
Prima – Per far tornare i conti dovrà  crescere la pubblicità , un tasto dolente per i player televisivi locali.
S. Parenzo – Dopo un 2009 da dimenticare, negli ultimi sei mesi di quest’anno abbiamo visto buoni segnali di ripresa tanto che chiuderemo l’anno con il 4,5% in più sul budget di previsione. Per l’anno prossimo con l’incremento delle nostre offerte digitali puntiamo a un crescita della raccolta del 15%.
Prima – Ammetterà  che col digitale il gioco si fa duro perché si moltiplicherà  anche l’offerta locale.
S. Parenzo – Non c’è dubbio. In Lombardia sono nati una ventina di nuovi canali come Rete Lombardia, Lombardia Channel e Lombardia 24. Ma il problema è di andare in Auditel che è l’unico strumento per misurare l’efficacia degli investimenti. Top Calcio 24 è rilevata, gli altri no. Il nostro obiettivo è di cercare di restare tra le prime cinque antenne lombarde perché è lì che si concentra l’attenzione delle aziende investitrici. Tutto il resto non esiste.
Prima – E c’è anche la Rai che col suo mux di servizio pubblico potrebbe dar vita a canali regionali.
S. Parenzo – In teoria potrebbe farlo, ma glielo vieta il contratto di servizio. La Rai non avrebbe potuto fare neppure ‘Buongiorno Regione’ (il programma di news regionali in onda alle 7,30 di Raitre: ndr) tanto che Primo Canale ha fatto un ricorso in sede europea. Noi, dopo una prima fase, non ne abbiamo risentito. E, poi, se andiamo a vedere gli avvenimenti di cronaca più rilevanti degli ultimi anni, dal ritrovamento di Moro al disastro di Linate, ai fatti del G8, è sempre stata l’informazione locale ad arrivare prima delle nazionali.
Prima – Ultima domanda sul suo gruppo: perché avete deciso un grosso cambiamento al vertice con l’arrivo del nuovo amministratore delegato Sara Cipollini al posto di Raffaele Besso che era al suo fianco da una vita?
S. Parenzo – È stato un passaggio deciso d’accordo con gli altri soci di Mediapason. In un mutamento tanto radicale del business si sentiva il bisogno di un ricambio generazionale e di una figura come Sara Cipollini. Una giovane manager di quarant’anni con alle spalle una complessa esperienza editoriale alla guida del gruppo E Polis e che conosce molto bene i centri media e le agenzie di pubblicità .

Intervista di Anna Rotili

Sandro Parenzo, veneto di Camposampiero in provincia di Padova, classe 1944, azionista di maggioranza di Mediapason, società  che controlla una galassia di canali ben radicati in Lombardia come Telelombardia, Antenna3, Canale6, Top Calcio 24, Milanow, oltre a Video Piemonte e alla satellitare Tsat, che fattura 22 milioni di pubblicità  ed è sostenuta da soci importanti come Giuseppe Garofano del gruppo Industria e innovazione. Parenzo, laureato in architettura, da quarant’anni cavalca la scena televisiva dopo essersi avvicinato al mondo dello spettacolo facendo lo sceneggiatore cinematografico negli anni Settanta e Ottanta (per Salvatore Samperi firma ‘Malizia’ e ‘Peccato veniale’). Nel 1980 Silvio Berlusconi gli dà  l’incarico di aprire la sede della Fininvest a Roma. Il rapporto tra i due dura poco. Parenzo passa a Retequattro, che lascia quando viene acquistata da Berlusconi. Si occupa di distribuzione cinematografica e nell’85 si dedica alla produzione di programmi per la Rai con Videa e sporadicamente di film. Nell’88 compra gli studi Vides e ottiene in affitto i teatri di posa Dear Film che riaffitta alla Rai per girare fiction, eccetera. Nel 1995 acquista Telelombardia, di cui entrano a far parte anche industriali veneti come Mario Carraro; nel 2004 è la volta di Antenna3 Lombardia; nel 2007 di Videogruppo, emittente di Torino, tutte società  che vengono accorpate in Mediapason spa.