Pubblico giornalismo – Intervista a Morten Là¸kkegaard, ex giornalista danese, eletto al Parlamento europeo (Prima n. 415, marzo 2011)

Pubblico giornalismo
Fa discutere la proposta dell’eurodeputato danese Morten Løkkegaard di far finanziare l’informazione indipendente e di qualità  dall’Unione europea e dai singoli Stati.
Eletto nel 2009 tra i liberaldemocratici al Parlamento europeo, Morten Løkkegaard ha lavorato per oltre dieci anni come giornalista per la televisione nazionale danese. La sua risoluzione, approvata dai deputati europei a settembre, nel corso della plenaria di Strasburgo, è il rapporto più aggiornato del Parlamento contenente proposte e giudizi per il giornalismo di oggi (vedi nei Documenti di Primaonline.it).
Contestato e rivisto drasticamente, prima di essere approvato dagli europarlamentari, il rapporto apre il dibattito a livello europeo sulla comunicazione e sulle nuove forme che potrebbe assumere. Tra le proposte c’è l’idea di inserire una maggiore copertura delle notizie europee nel servizio pubblico radiotelevisivo di ogni Paese, di mostrare più attenzione verso i social media – capaci di attirare i più giovani e di permettere una maggiore interazione tra cittadini e politici – e di aumentare i corsi destinati alla formazione dei giornalisti europei.
Ne parliamo con il deputato ed ex giornalista danese.
Prima – Europa e giornalismo, quali sono i problemi più pressanti?
Morten Løkkegaard – È un argomento molto complesso. Il giornalismo non ha problemi soltanto in Europa, ma in tutto il mondo. Semplicemente il modello che conosciamo da anni non sta più funzionando. Da quando c’è Internet le notizie sono diventate qualcosa di gratuito e tutti i modelli tradizionali di business sono crollati. E questo dilemma coinvolge ogni giornalista, ogni quotidiano, rivista o emittente pubblica. Probabilmente in futuro l’unico modo per far sopravvivere un giornalismo di qualità  sarà  quello di farlo finanziare in parte dagli Stati membri e dall’Unione europea. È molto difficile tuttavia dire che cosa succederà  nei prossimi anni. La situazione si sta evolvendo molto velocemente. La domanda che ci facciamo adesso è come riuscire a finanziare un giornalismo valido e affidabile senza comprometterne l’indipendenza.
Prima – Quali erano le sue priorità  nel corso della stesura del rapporto?
M. Løkkegaard – Aprire la discussione sulla crisi della comunicazione tradizionale tra Unione europea e cittadini e sull’emergere dei nuovi media. La verità  è che la comunicazione non è una priorità  per la Commissione. È frustrante vedere a volte come non siano interessati a migliorarla. E poi i processi europei sono troppo lunghi per essere compresi dai cittadini: quando si arriva alla fine di un procedimento è passato talmente tanto tempo che le persone hanno dimenticato l’inizio. Rispetto al passato, stanno aumentando le aspettative degli elettori verso una maggiore comunicazione, ma i politici non stanno rispondendo.
Prima – Ci sono state tantissime polemiche e modifiche alla prima stesura del testo. Quali sono stati i punti di maggiore divergenza?
M. Løkkegaard – Il primo è stato sicuramente la proposta – non approvata – di creare una task force di giornalisti per coprire le notizie sull’Unione. Ma anche la discussione sulle emittenti pubbliche e sul ruolo che potrebbero svolgere per dare più informazioni sull’Europa. In molti Stati membri quest’ultimo è considerato un argomento molto delicato. Alcuni deputati mi hanno chiesto espressamente di non intervenire al riguardo, perché non è tra le materie di competenza dell’Unione europea. Un’affermazione che soltanto in parte è corretta. Il servizio pubblico ha il dovere di informare la gente su quello che sta succedendo e potrebbe quindi diventare parte integrante del piano per migliorare la comunicazione tra cittadini europei e Unione.
Prima – Ma cosa potrebbe fare il servizio pubblico e perché tante opposizioni?
M. Løkkegaard – Io credo che dovremmo parlare con i servizi pubblici di ciascun Paese e dire loro chiaramente cosa ci aspettiamo: che prendano sul serio una maggiore copertura delle notizie europee. In Danimarca, per esempio, ogni quattro anni negoziamo un contratto con il servizio pubblico radiotelevisivo. Mentre lavoravo al mio rapporto in Parlamento, l’anno scorso, era tempo di trattative e ho chiesto ai colleghi in Danimarca di lottare per inserire nel nuovo accordo una maggiore copertura delle notizie europee, ma i giornalisti si sono opposti. “Volete minare la nostra indipendenza”, accusavano. La verità  è che i giornalisti sono sempre stati contrari a questa proposta. Anch’io quando facevo questo lavoro lo sarei stato per ragioni di principio. Non ha un buon sapore l’idea di farsi dire dagli altri cosa fare. Ma nella mia idea non c’è la minima intenzione d’interferire nel lavoro quotidiano dei giornalisti, ma soltanto d’inserire nel contratto con il servizio pubblico, tra le aree che devono essere coperte, anche l’Unione europea.
Prima – E quali sono gli obiettivi raggiunti dal suo rapporto?
M. Løkkegaard – Due in particolare: riaprire il dibattito sul giornalismo, di cui solitamente a Bruxelles non si parla molto, e ideare un pacchetto di proposte per il settore che vadano tutte nella stessa direzione: migliorare l’informazione, renderla più forte e indipendente, formare i giornalisti. Nel bilancio 2011 siamo riusciti a strappare dei fondi per i nostri progetti. Non era tutto quello che avevamo chiesto, ma inizia a esserci la consapevolezza sulla necessità  di un miglioramento della comunicazione europea.
Prima – Tra le proposte più contestate, e respinte, c’era l’idea di creare una task force di giornalisti “residenti a Bruxelles, ma reclutati all’esterno delle istituzioni europee” che si occupassero di coprire quotidianamente le notizie europee.
M. Løkkegaard – So che quella della task force era tra le proposte più controverse. Da parte mia è stata anche una provocazione voluta. Dopo aver lavorato per anni come giornalista, immaginavo che molti, e non ultimi i corrispondenti da Bruxelles, sarebbero rimasti turbati dall’idea di un gruppo di giornalisti finanziati dall’Unione. Ma l’idea era nata dalla consapevolezza che, a causa della crisi, ben pochi media riescono ormai ad assicurare una buona copertura delle notizie dell’Unione. Inoltre i corrispondenti qui a Bruxelles diminuiscono, anche se non dobbiamo enfatizzare il problema. Credo che attualmente ce ne siano circa cento in meno rispetto all’anno scorso e non possiamo aspettarci che la situazione migliori molto nei prossimi anni.
Prima – Tra i suoi punti c’è anche la necessità  di continuare i programmi di formazione dei giornalisti. Erano a rischio?
M. Løkkegaard – Commissione e Consiglio avrebbero voluto tagliare il 30% di questi programmi, ma siamo riusciti a strappare anche per quest’anno gli stessi finanziamenti dell’anno scorso. Ci sono molti programmi di formazione dei giornalisti qui a Bruxelles. Sono organizzati dalle istituzioni europee e hanno una forte risposta.
Prima – Il suo rapporto contiene il primo vero riconoscimento del ruolo crescente dei social media nel panorama della comunicazione. Quanto li ritiene importanti?
M. Løkkegaard – Molto importanti. Possiamo sempre discutere dei media tradizionali, ma il futuro è nei social media. Sono una rivoluzione nel senso che per la prima volta danno la possibilità  ai politici di tutta Europa di avere un dialogo diretto con gli elettori. Le istituzioni esistono da una cinquantina d’anni, ma non è mai stato possibile coinvolgere i cittadini nel processo decisionale come facciamo adesso. Ci sono anche dei rischi. C’è ancora bisogno del giornalismo per interpretare che cosa stia succedendo. Però penso che i social media possano essere parte della soluzione dei problemi comunicativi europei, naturalmente non l’unica soluzione. È tutto piuttosto complesso con 27 Stati membri e altrettante culture.
Prima – Un finanziamento europeo potrebbe essere il modo per risolvere la crisi del giornalismo?
M. Løkkegaard – Potrebbe aiutare. L’Europa sta già  finanziando alcuni media attivi nell’informazione, come Euronews. E poteva essere un modello funzionante anche il progetto che abbiamo proposto sui finanziamenti a inchieste congiunte fatte da giornalisti provenienti da diversi Stati europei. Con borse di studio al giornalismo raggiungiamo due obiettivi: garantiamo l’indipendenza dei giornalisti e diamo loro i fondi necessari per proseguire il lavoro.
Prima – Ma è una soluzione veramente realizzabile?
M. Løkkegaard – Non soltanto lo è, sarebbe anche uno dei modi migliori per uscire dalla crisi. Non vedo alternative per i media che hanno bisogno di trovare dei finanziamenti. E non è soltanto una mia idea. Molti editori di grande esperienza stanno arrivando alla stessa conclusione. Non abbiamo ancora sviluppato un nuovo modello, ma io mi immagino un tipo di finanziamento che passi attraverso la creazione di un grande fondo indipendente a cui vengono assegnate risorse. A controllarlo potrebbero essere i giornalisti stessi, oppure persone di provata autorevolezza e affidabilità . Un altro modello possibile è quello danese: lo Stato finanzia il servizio pubblico e ogni cittadino paga una parte che va direttamente nelle casse dell’emittente pubblica.
Prima – Un finanziamento europeo non metterebbe a rischio l’indipendenza dei media?
M. Løkkegaard – No, se riusciamo a trovare il modello giusto per farlo. So che in Italia avete grandi problemi nel rapporto tra politica e media, ma nel mio Paese, la Danimarca, abbiamo un servizio pubblico che funziona benissimo ed è totalmente indipendente nonostante riceva i finanziamenti dello Stato. Credo sia in gran parte una questione di atteggiamento: se i politici non interferissero e se fosse impedita loro ogni possibilità  di farlo, il finanziamento pubblico sarebbe un buono strumento.
Prima – L’Europa dovrebbe avere più influenza sulle norme che regolano il giornalismo negli Stati membri?
M. Løkkegaard – La nuova legge ungherese fortemente restrittiva nei confronti dei media è un buon esempio di come in Europa ci sia ormai bisogno di una normativa comune sui media che rispetti quei valori e criteri fondamentali su cui gli Stati membri si sono già  accordati. È un progetto non soltanto possibile, ma che sono sicuro un giorno verrà  realizzato. Anche per evitare che il progetto europeo perda credibilità  ogni volta che si presentano casi problematici come quello ungherese, o altri che in precedenza hanno riguardato l’Italia o la Romania. Inoltre, se avessimo una legge comune sui media, sarebbe più facile finanziare il settore stabilendo dei criteri obiettivi per tutti, in presenza dei quali ogni giornalista europeo potrebbe fare domanda per ottenere un finanziamento per i propri progetti. Se i leader nazionali prendessero in considerazione i fondi al giornalismo con la stessa serietà  dei fondi concessi per esempio al settore agricolo, se considerassero una buona comunicazione altrettanto importante di un’agricoltura funzionante, potremmo davvero creare dei finanziamenti a livello europeo. Ma nelle discussioni purtroppo siamo ancora molto lontani da questo.

Intervista di Roberta Giaconi

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