Dove potrei andare per stare meglio? – Intervista a Mario Calabresi, direttore della Stampa (Prima n. 417, maggio 2011)

Dove potrei andare per stare meglio?
“Alla Stampa e a Torino ho trovato la giusta dimensione per sviluppare la mia idea di giornalismo. Infatti con l’editore John Elkann stiamo facendo progetti per i prossimi cinque anni”, dice Mario Calabresi, direttore della Stampa, che grazie al bilancio in attivo adesso può pensare al futuro. E ci racconta cosa farà .
“Mi ricordo il primo anno come se l’avessi vissuto in apnea. Avevo a che fare con tanti problemi, combattere contro troppe ansie. Non sono riuscito a godermi niente, neanche quando siamo riusciti a fare il numero speciale sull’Africa in occasione del G8 del luglio 2009, quello famoso con Bob Geldof in redazione. Ero oppresso dal piano di ristrutturazione, da quei 24 milioni di euro di perdite che andavano tagliati se volevamo che il giornale sopravvivesse”.
Mario Calabresi ha un sguardo denso e irrequieto quando rievoca il suo impegnativo debutto come direttore anche se cerca di non darlo a vedere, sedendo compostamente dietro la scrivania in un ufficio in cui non cambia mai niente se non la disposizione dei libri e delle carte a seconda delle inclinazioni o delle manie dei titolari che via via si sono succeduti in questa stanza. Nel caso di Calabresi, il più informale di tutti, oltre ai libri e alle carte ci sono anche pupazzetti e qualche foto di famiglia. Sono passati due anni da quando è sbarcato a Torino direttamente dagli Stati Uniti, scelto da John Elkann, il giovane erede degli Agnelli, appassionato come il nonno Gianni di giornali, e capo dell’Itedi, la finanziaria editoriale del gruppo Fiat, e dell’Editoriale La Stampa.
Da tempo si fa un gran parlare delle novità  che bollono nella pentola di Via Marenco. Lui, il direttore, non vede l’ora di spiegare, di raccontare, di dettagliare la storia contemporanea di una delle testate più importanti di questo Paese, anomala per la sua solitaria eleganza ma anche e spesso in grado di interpretare il giornalismo migliore. Una storia, quella della Stampa, che lo coinvolge molto e che gli è costata molta fatica, malgrado abbia l’aria di essere un ragazzone indistruttibile.
“Sa qual è il punto?”, attacca. “È che se vuoi fare bene un giornale non puoi, ogni volta che fai una scelta giornalistica, pensare se ci sono o no i soldi. Scoppia la crisi in Egitto o la guerra in Libia e il tuo primo pensiero non può essere quanto-mi-costa-mandare-un-inviato? A meno che tu non sia disposto a sacrificare qualsiasi creatività , a uccidere qualsiasi slancio professionale. Quando sono arrivato la situazione economica era a dir poco difficile. Risanare i conti è stata la mia priorità , affiancando i vertici aziendali, il direttore generale Gino Vanetti e il vice Angelo Cappetti, che è anche direttore del personale, per analizzare dove si potevano fare tagli e risparmi. Ora posso finalmente respirare: il bilancio 2010 si è chiuso con 300mila euro di utili. Va bene, lo so, non è una gran cifra ma è un buon segno soprattutto se uno parte da un buco di 24 milioni. Persino Marchionne, che non è un tipo facile ai complimenti, ha detto pubblicamente che ‘non avrebbe mai creduto che ci saremmo riusciti'”.
Ora Calabresi tace soddisfatto, forse in attesa che gli dica almeno quanto lo capisco. Quanto, oggi, deve sudare un direttore, che non è più quello dei tempi passati, non è più un signore che impartisce ordini ai suoi vice, che conversa amabilmente con qualche collaboratore illustre e una volta al mese sorseggia il caffè nel salotto dell’editore.
Mario Calabresi – In effetti oggi è tutta un’altra storia. Non si può mollare sugli aspetti gestionali perché ormai il lavoro del direttore presuppone un’attenzione ai costi e ai fattori organizzativi che non puoi sempre delegare. Adesso, però, sono tornato a fare quello che mi piace, a metter mano al giornale, a costruire le pagine, a lavorare con la redazione. È che credo che mi sia rimasta nel cuore la passione per il lavoro del caporedattore centrale.
Prima – Prima di parlare del futuro, ossia dei suoi progetti, mi parli del passato. Del passato recente e spinoso: come diavolo ha fatto a frenare un’emorragia di 24 milioni di euro? Non mi racconti che ha tagliato le mazzette dei giornali, che ha ridotto l’uso dei cellulari e che ha chiesto a tutti di spegnere la luce quando escono dalle loro stanze perché tanto non ci credo.
M. Calabresi – Come prima decisione c’è stato l’aumento del prezzo del giornale a un euro e 20, primi fra tutti gli editori. Ma è sul taglio dei costi che ci siamo impegnati lavorando con il bisturi.
Prima – Immagino che si riferisca al piano di riorganizzazione che prevedeva di mandare a casa in prepensionamento un bel po’ di giornalisti. Un bel debutto come direttore!
M. Calabresi – Non se ne poteva fare a meno. Lo sapevo fin dall’inizio e mi sono impegnato su come e dove tagliare. Ero fresco dell’esperienza americana dove avevo visto i disastri fatti al Washington Post o al Los Angeles Times dove i manager hanno tagliato redazioni e sedi di corrispondenza importanti minando la qualità  informativa delle due testate. Non volevo che alla Stampa succedesse qualcosa del genere.
Prima – E così è entrato nella partita. Un ruolo non facile per un giornalista poco più che trentenne alla sua prima esperienza di direttore.
M. Calabresi – Era necessario che dentro al giornale tutti condividessero quello che si stava facendo perché in ballo c’era, e lo dico senza un filo di retorica, il nostro futuro. In ballo c’era la possibilità  di continuare a fare del buon giornalismo e di farlo in piena libertà . E ci compravamo anche la garanzia di stare in questo gruppo, perché sul mercato ci sono acquirenti interessati a un giornale che pesa nell’opinione pubblica come La Stampa ed è interesse di noi tutti che gli attuali proprietari non abbandonino la partita perché sfiancati dai bilanci in rosso.
Prima – Quando John Elkann le ha offerto la direzione della Stampa, le aveva parlato chiaro.
M. Calabresi – Molto più che chiaro. Mi aveva detto che per lui l’editoria non è un’attività  filantropica. A Elkann non interessa il giornale come strumento di giochi politici o scambi di potere. Lui ha una vera passione per l’editoria e per i giornali. Non è un caso che si sia comprato il 5% dell’Economist. Conosce bene cosa è il mercato dell’editoria oggi, e mi ha detto chiaramente che non poteva pensare di continuare a metterci dentro soldi e a perderci tutti gli anni.
Prima – Roba da far passare la voglia di avere un giornale.
M. Calabresi – A loro, agli Agnelli, la voglia non è passata. Sono felici di avere il giornale e ci garantiscono una libertà  e un’indipendenza incredibile.
Prima – Se c’era un pericolo, quel pericolo si chiamava Sergio Marchionne che ha sempre considerato un’anomalia che il gruppo Fiat avesse una casa editrice e un quotidiano.
M. Calabresi – Rimettere a posto i conti era importante anche per questo. Adesso credo che siamo perfino simpatici a Marchionne. Anche se non mi ha mai chiamato, quando ci vediamo mi chiede come sempre come vanno le cose, si interessa davvero, è curioso di capire come funziona la macchina del giornale.
Prima – Torniamo alla cura dimagrante che ha rimesso in forma La Stampa, ai prepensionamenti dei giornalisti, di solito degli ossi duri, che siete riusciti a concludere senza un giorno di sciopero.
M. Calabresi – Il progetto di risanamento non prevedeva nessuna costrizione e questo ci ha permesso di costruire un piano di uscita per ciascun giornalista con i tempi e nei modi più convenienti. Alcuni hanno preferito prendere una buonuscita, altri ottenere la garanzia di una collaborazione. Su 60 prepensionamenti previsti dal piano hanno già  lasciato in 55. Entro l’anno si dovrebbe chiudere con gli altri.
Prima – Il suo ruolo quindi è stato quello di far mettere d’accordo giornalisti e proprietà  evitando spargimenti di sangue. È così?
M. Calabresi – Veramente io mi sono impegnato perché non si chiudessero redazioni e uffici di corrispondenza e ho difeso quello che considero importante per garantire la qualità  e la sopravvivenza del giornale. Cosa sarebbe rimasto della Stampa se avessimo ridotto di due terzi la redazione romana o annientato quella milanese o eliminato gli uffici di corrispondenza che abbiamo a Bruxelles, Parigi, Londra e New York? Se chiudi gli occhi sul mondo cosa ti resta? Avremmo ridotto di botto tutti i nostri problemi economici, ma La Stampa sarebbe diventata un’altra cosa. Sicuramente avrebbe mantenuto il primato nel Nordovest, rinunciando però a essere un giornale nazionale: noi vendiamo veramente un terzo a Torino e provincia, un terzo nel Nordovest e un terzo nel resto d’Italia, in parte con i panini con giornali locali in edicola e in parte con gli abbonamenti. Abbiamo analizzato tutte le voci di spesa e abbiamo tagliato dove si poteva, ad esempio tantissimo sui viaggi, non riducendone il numero, ma comprando i biglietti su Internet con la carta di credito, anziché passare attraverso le agenzie.
Prima – Vi siete convertiti alle compagnie low cost. Chissà  quanti sopraccigli alzati, chissà  quanti sbuffi!
M. Calabresi – Io sono stato il primo a rinunciare alle comodità . Quando sono andato a Hong Kong per un accordo con il China Morning Post, la differenza del volo era tra i 1.500 euro del viaggio in economy e i 4.500 euro della business. Stiamo parlando di una differenza di 3.000 euro che è quanto costa un inviato a Bengasi. Ho detto ai miei giornalisti: “Se viaggio con le ginocchia in bocca io, che sono alto un metro e 93, lo potete fare anche voi che siete tutti più bassi di me”.
Prima – Suppongo che anche grandi firme e collaboratori hanno dovuto sottostare a un bel ridimensionamento dei compensi.
M. Calabresi – La prima ipotesi era di ridurre tutte le collaborazioni del 20%, ma a me sembrava ingiusto penalizzare chi lavora per le province e prende 20 euro lordi a pezzo. Così a chi prendeva 200-300 euro a pezzo ho chiesto di rinunciare al 20% fino a salire al 30% per chi era pagato di più.
Prima – Alla fine la gran parte ha, obtorto collo, accettato. Ma andiamo avanti con le forbici.
M. Calabresi – Un lavoro di fino è stato fatto anche sui costi delle foto delle pagine locali, il che ci ha portato a creare un archivio che ci permette un controllo su cosa utilizziamo e cosa paghiamo, ottenendo di conseguenza notevoli risparmi. Soldi che ci permettono di investire sulle fotografie di qualità  e sui reportage che sono uno degli elementi che contraddistinguono questa testata. È stata una vera soddisfazione poterci permettere di avere al Cairo e in Libia un grande fotografo come Pietro Masturzo, vincitore del World Press Photo 2009. Così come considero un vero lusso giornalistico il grande reportage di Domenico Quirico, il nostro inviato a Zarzis in Tunisia, che è stato per giorni insieme a un gruppo di migranti in attesa di partire e poi ha fatto il viaggio con loro su un barcone verso Lampedusa. Questo è un tipo di giornalismo che Internet non ti può dare.
Prima – Eppure alla Stampa state facendo grandi investimenti in tecnologie e anche in uomini per rafforzarvi proprio su Internet e su tutte le varie applicazioni digitali. E c’è in arrivo anche un nuovo sistema editoriale.
M. Calabresi – Sì, è un impegno economico notevole che l’editore ha deciso di fare, indispensabile per arrivare a una buona integrazione tra prodotti editoriali diversi, dal giornale di carta al web, all’iPad, eccetera, realizzati contestualmente. Abbiamo scelto Méthode, la piattaforma multicanale, già  in uso al Secolo XIX di Genova, e al debutto al Corriere.it, e scelta anche dal Sole 24 Ore. Piattaforma che utilizzeremo per l’intero processo produttivo redazionale. Io l’ho provato ed è facile da usare. Mentre scrivi, puoi impostare il tuo pezzo per mandarlo in diversi formati: su carta, web e telefonini e puoi creare ipertesti, link e cose simili. Crediamo così tanto all’integrazione che abbiamo deciso perfino di cambiare sede.
Prima – Lasciare via Marenco è una decisione storica. Dove e quando vi trasferite?
M. Calabresi – Spero che riusciremo a traslocare entro un anno. Del resto il luogo di lavoro è fondamentale per avere un’organizzazione redazionale adeguata all’integrazione di giornale e prodotti digitali. Stiamo cercando una sede che ci permetta di produrre il sistema informativo della Stampa in modo completamente nuovo, con un layout e una logica differenti. La redazione del Daily Telegraph, che siamo andati a visitare, sta in un immenso open space circondato da sale riunioni, studi televisivi per la web tv, dibattiti e interviste. Anche il Wall Street Journal è organizzato così e lo sarà  anche il Times che sta traslocando. Il nostro progetto sarà  lo stesso: un grande spazio con al centro l’ufficio centrale intorno al quale, a raggiera, si sviluppano i vari servizi: Esteri, Interni, Sport, Società , Cultura e Internet. Spazi che si allargano a spicchio. Quindi le teste dei desk, dove stanno i capiredattori e i capiservizio sono tutte vicine intorno all’ufficio centrale, per comunicare e interagire meglio. Il sistema Méthode permette anche di avere le pagine del giornale in fattura su maxi schermi visibili a tutti. È un modello di integrazione trasparente, un’organizzazione democratica che permette un maggior scambio di pensiero, dove non solo il direttore e i capiredattori sanno come si sta costruendo il giornale. Uno spazio che dovrebbe funzionare per i prossimi 20 anni.
Prima – Sento che qui alla Stampa fa progetti a lunga scadenza eppure in giro non si sente altro che parlare di lei come di uno che sta tramando per diventare il prossimo direttore del Corriere della Sera.
M. Calabresi – Chiacchiere. Chiacchiere inutili. Qui dentro, insieme a John Elkann, stiamo pensando ai prossimi cinque anni. E poi, mi creda o no, mi sto divertendo come un pazzo. Sempre con Elkann siamo da poco andati in Germania alla Axel Springer per vedere come stanno lavorando sul digitale. Non è frequente avere un editore, per giunta più giovane di te, con cui vai in giro a fare esperienze interessanti, parli del tuo lavoro, discuti di editoria. Mi spiega lei perché dovrei andarmene da un’altra parte?
Prima – Via, Calabresi, non mi faccia dire cose ovvie e anche imbarazzanti: uno come lei potrebbe voler andare al Corriere per fare carriera e per avere più potere. Sembra che la poltrona di Via Solferino sia il miraggio di tutte le star del giornalismo italiano.
M. Calabresi – Io le posso dire che alla Stampa ho trovato la mia dimensione. Non solo mi diverto ma ho anche modo di sviluppare la mia idea di giornalismo facendo cose nuove, dialogando con mondi diversi.
Prima – Un mondo diverso per un giornale laico come La Stampa è sicuramente il Vaticano su cui lei ha messo in cantiere un progetto giornalistico per un sito Internet. Non mi dica che anche lei è stato folgorato sulla via di Damasco ed è diventato un baciapile o un ateo devoto.
M. Calabresi – Ne dicono di tutti i colori, anche che voglio ingraziarmi il Vaticano per diventare direttore del Tg1, un posto dove non andrei nemmeno se mi ci trascinassero con le catene. Il sito si chiama Vatican Insider e l’idea mi è venuta l’anno scorso parlando con il direttore del Financial Times sulle possibilità  di far pagare l’informazione su Internet praticamente inesistenti per un sito generalista come LaStampa.it e per qualsiasi altra fonte di informazione fatta in Italia e in italiano. E sa quello che mi ha detto? “You have the Pope, voi avete il Vaticano… ti sei mai chiesto perché tutte le televisioni americane stanno a Roma? Non per Berlusconi ma per il papa, per la Chiesa cattolica che è una fonte inesauribile di notizie e di temi che interessano tutto il mondo”. Da quel momento l’idea ha cominciato a ronzarmi per la testa. Ho fatto le mie brave ricerche e mi sono reso conto che non esiste nessun sito di informazione laico a livello internazionale sul Vaticano e sulla Chiesa, mentre ce ne sono tanti gestiti da gesuiti, da università  cattoliche, dalla Cei. Insomma, roba di parte. Ci abbiamo ragionato un po’ su, e abbiamo deciso di fare Vatican Insider, un nuovo canale che sarà  in italiano, inglese e spagnolo, per un target internazionale che va dalla Corea del Sud agli Stati Uniti. Informazione con un taglio rigorosamente laico ma firmata da grandi specialisti della Chiesa e del Vaticano. Per questo abbiamo preso Andrea Tornielli, vaticanista tra i più apprezzati che ci ha permesso di verificare come l’informazione su quel mondo funzioni e paghi. La prova è stata con un suo articolo – ‘Quattro angeli per Ratzinger’ – in cui racconta delle laiche consacrate che da sei anni governano l’appartamento papale. Dopo averlo pubblicato sulla Stampa in prima pagina, l’abbiamo messo su Worldcrunch, che traduce e pubblica on line articoli di giornali da tutto il mondo. Risultato: Time Magazine l’ha messo sul proprio sito dove per una settimana è stato tra i 10 articoli più letti, e per due giorni è stato al quarto posto.
Prima – Qual è il modello di business di Vatican Insider? Come pensate di mantenere una struttura informativa che immagino ricca e costosa?
M. Calabresi – È un modello di business nuovo: il sito sarà  a pagamento e garantirà  agli abbonati in esclusiva tutte le notizie per 24 ore, dopo di che quell’informazione diventerà  gratuita per tutti.
Prima – E chi può essere interessato ad abbonarsi?
M. Calabresi – Dalle testate d’informazione che possono acquistare i diritti di utilizzo del materiale, come se noi gli fornissimo un servizio di corrispondenza da Roma, alle numerosissime associazioni e organizzazioni religiose di fedi diverse che ci sono nel mondo, seguite da varie organizzazioni e istituzioni politiche. Il primo abbonamento l’ha fatto l’American Jewish Association. Con gli abbonamenti contiamo di coprire le spese. E dovremmo avere anche degli sponsor.
Prima –   Chi si occuperà  dell’informazione di Vatican Insider?
M. Calabresi – La Stampa può contare su un terzetto di vaticanisti molto noti e apprezzati, Andrea Tornielli e Giacomo Galeazzi a cui si affianca Marco Tosatti, nostra firma storica che, pur essendo in pensione, continua a collaborare con il giornale. Tutti e tre hanno dei blog molto seguiti su Stampa.it che dovrebbero entrare nel nuovo canale. Abbiamo inoltre una serie di collaboratori internazionali come John Allen, il vaticanista di Cnn, ed esperti illustri. Sono convinto che riusciremo a fare un’informazione approfondita e innovativa su un mondo vasto ma sempre un po’ misterioso.
Prima – Chi, dal punto di vista redazionale, gestirà  il sito?
M. Calabresi – Paolo Mastrolilli, che ha lavorato a lungo negli Stati Uniti, ha lasciato la responsabilità  della redazione di Roma ed è venuto a Torino per seguire il lancio e l’organizzazione di Vatican Insider. E poi abbiamo preso tre giovani, un inglese, uno spagnolo e un americano, in redazione.
Prima – Niente a che fare con la struttura di Stampa.it?
M. Calabresi – Anche se dal punto di vista formale si tratta di un canale della Stampa.it – ci si potrà  accedere passando dal nostro sito, ma non obbligatoriamente – Vatican Insider ha una propria struttura. Non potevo chiedere ad Anna Masera e a Dario Corradino, i due capi del web, che già  fanno un lavoro enorme con la loro redazione, di accollarsi altri compiti.
Prima – Nei giornali si continua a parlare molto di integrazione tra carta e web, di sinergie con il digitale, ma continuano a sopravvivere situazioni organizzative molto squilibrate tra le due produzioni, con la maggior parte delle risorse giornalistiche sempre impegnate sull’edizione di carta stampata.
M. Calabresi – Lo so bene. Qui le cose cambieranno completamente con il passaggio al nuovo sistema editoriale. Ci saranno nuove risorse dal punto di vista tecnologico anche perché non possiamo più continuare a subire rallentamenti quando facciamo molto traffico. È la peggior frustrazione per Anna Masera e Dario Corradino, che hanno portato risultati straordinari se si considera che nel 2010 il sito ha avuto un trend di crescita ampiamente superiore alla media del comparto: oltre 5 milioni di utenti unici la media mensile, con un incremento del 55% rispetto al 2009, e 75 milioni la media mensile delle pagine viste, più 33%.
Prima – La Stampa conta più di 200 giornalisti. Quanti di loro pensano e lavorano già  in un’ottica di sinergia con il digitale?
M. Calabresi – L’anno scorso abbiamo firmato l’accordo con i sindacati che prevede che i nostri giornalisti lavorino per l’intero sistema informativo, cioè per la carta stampata, per il web e gli altri device. Ma non basta firmare un accordo sindacale, bisogna creare una mentalità , e soprattutto un’organizzazione.
Prima – Facile a dirsi, un po’ meno a farsi.
M. Calabresi – Ci stiamo lavorando, ma anche in questo caso niente obblighi.
Prima – Tutti i giornalisti però sono tenuti a scrivere anche per il sito Internet.
M. Calabresi – Certamente. Ma è diverso per quanto riguarda i video e le altre forme di giornalismo che puoi sviluppare sul digitale. Io credo nella passione e ci sono già  tanti che vanno in giro, fanno un video, se lo montano, gli mettono la musica sotto… Stanno venendo fuori dei prodotti molto interessanti: Niccolò Zancan, ad esempio, ha fatto un bellissimo servizio video in un campo nomadi a Torino, così come Francesca Paci in Egitto, e il nostro corrispondente Maurizio Molinari negli Stati Uniti.
Prima – Siamo d’accordo che il web e le varie applicazioni digitali – iPhone, iPad, Android, e chissà  quante altre ne vedremo ancora – sono il futuro. Ma La Stampa, come tutti gli altri quotidiani, il bilancio lo fa ancora con la vecchia carta stampata.
M. Calabresi – Con Vittorio Sabadin, Cesare Marinetti e Massimo Gramellini, discutiamo continuamente su come trasformare il giornale tenendo conto che oggi i nostri lettori le informazioni le hanno in tempo reale da una miriade di fonti. Credo che La Stampa, rispetto ai suoi concorrenti, abbia il grande vantaggio di essere il piccolo fra i grandi, il che ci consente una flessibilità  e una velocità  nel fare le cose che il Corriere e La Repubblica, molto più strutturati e imponenti, non hanno. Me lo diceva un giorno Ezio Mauro quando lavoravamo ancora insieme, e io era caporedattore centrale a Largo Fochetti, sottolineando la pericolosità  per La Stampa di mettersi in gara con i due giganti. Io mi sono tenuto ben in mente questa lezione che è alla base del nostro modo di fare il giornale, cercare sempre di scartare, di contraddistinguerci con la nostra informazione rispetto alla potenza di fuoco dei nostri concorrenti.
Prima – Tradotto in lavoro giornalistico?
M. Calabresi – Detto in poche parole: fare il giornale del giorno dopo, non quello con le notizie del giorno rimasticate dopo che si sono viste in televisione, sui cellulari, sul web.
Prima – Fare il giornale del giorno dopo è il sogno di tutti i giornali. Il problema è il come.
M. Calabresi – Le faccio un esempio concreto: 3 maggio, il giorno dopo la morte di Bin Laden, notizia data da tutti con dovizia di particolari e fiumi di commenti a caldo. In redazione ci chiediamo: e noi che facciamo? Dopo aver discusso a lungo decidiamo di dare le notizie fondamentali e di puntare tutto su cosa significava l’uscita di scena di Bin Laden sul nostro futuro, sulle nostre paure. Insomma notizie, ma soprattutto una chiave per capire gli effetti dell’evento.
Prima – Quel numero però ha fatto clamore grazie alla bella soluzione impaginativa, l’uso di una copertina con in prima due grandi foto di Ground Zero: a sinistra i segni della distruzione dell’11 settembre 2001, a destra giovani americani festanti il 2 maggio 2011. Una pagina così bella che il sito Newseum di Washington l’ha segnalata tra le migliori copertine mondiali del dopo Osama.
M. Calabresi – L’idea della sovracopertina, che abbiamo usato in occasione di numeri speciali per sottolineare l’eccezionalità  dell’iniziativa, è stata di Vittorio Sabadin. Poi abbiamo incominciato a ragionare su che cosa metterci. Sabadin ha cominciato con lo scaricare da Internet tutte le prime pagine dei giornali usciti con la notizia di Bin Laden, mentre io sono andato da Cynthia Sgarallino, la nostra art director, per scegliere le foto della prima pagina. Insomma, è stato un gran divertimento.
Prima – Alcuni vostri critici giudicano l’informazione della sua Stampa, un po’ leggera, troppo poco schierata, senza posizioni politiche nette nei confronti del governo e di Berlusconi.
M. Calabresi – La Stampa non ha mai pubblicato paginate di intercettazioni su Berlusconi, ma abbiamo sempre dato tutte le notizie che lo riguardavano. Sono contrario all’uso che si fa delle intercettazioni. L’ho scritto in lungo e in largo in tre editoriali. Ho addirittura buttato nel cestino gli audio di Avetrana (quelli legati all’omicidio di Sarah Scazzi: ndr). All’inizio soffrivo perché sentivo che le nostre scelte venivano fraintese, giudicate come una mancanza di coraggio giornalistico, poi ho deciso di rivendicarle perché ci vuole coraggio anche per non gridare, non estremizzare, cercare una posizione diversa. Un altro tema che non sopporto più di vedere sventolato dalla stampa italiana è quello del declino del nostro Paese con gli inviti di mandare i nostri figli all’estero. Un’autoflagellazione inutile, un vittimismo che vedo anche in alcune lettere di lettori che arrivano in redazione.
Prima – Non mi verrà  a dire che le cose nel nostro Paese vanno benissimo, che viviamo un momento economico e sociale sfavillante!
M. Calabresi – Siamo tutti d’accordo sull’analisi del disastro della politica italiana, sulla crisi economica e sul fatto che l’Italia è incriccata come non lo è mai stata. Ma cosa facciamo? Dichiariamo la resa? Rimaniamo paralizzati? Sono convinto che tutto quello che non va debba essere raccontato, e noi sulla Stampa lo facciamo senza sconti a nessuno. Ma penso anche che i giornali debbano stimolare i propri lettori a reagire, a ripartire, riconoscendo anche le cose buone che sono state fatte, quanto in Italia sia migliorato il livello della vita di tutti, e quante persone per bene ci sono.
Prima – Immagino che sia per questo che lei abbia scritto ‘Cosa tiene accese le stelle. Storie di italiani che non hanno mai smesso di credere nel futuro’, appena uscito da Mondadori, in cui fa raccontare ad esempio a Franca Valeri o a Umberto Veronesi com’era la vita cinquanta o sessant’anni fa per far capire cosa abbiamo adesso.
M. Calabresi – È un libro di testimonianze e non un saggio che racconta cosa eravamo, cosa è stato fatto e cosa potremmo e dovremmo fare. La stessa idea che c’è come tema di fondo nella Stampa e nella trasmissione che sto preparando con Fernando Masullo a Raitre ‘Hotel Patria’ che andrà  in onda a giugno. Quattro puntate in cui affronto temi come la criminalità , la ricerca e l’università , l’integrazione dell’immigrazione e la scuola, raccontando storie di persone che stanno dentro a questi universi e che combattono, provano ad andare avanti, tutte le mattine si alzano e fanno questa battaglia con passione.
Prima – A proposito del suo libro, hanno scritto e detto che lei è il portabandiera del neo buonismo.
M. Calabresi – Posso dirle una cosa fuori dai denti? Non me ne frega niente. Dicano quello che vogliono. Io non mi vergogno di scommettere sul futuro di questo Paese e sulle cose che si possono fare.

Intervista di Alessandra Ravetta

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