Sulla pelle del presidente – Intervista a Lorenzo Sassoli, presidente Upa e fondatore di Valsoia (Prima n. 418, giugno 2011)

Sulla pelle del presidente
Lorenzo Sassoli, che sta organizzando la prossima assemblea dell’Upa sul tema della complessità  della comunicazione nell’epoca delle nuove tecnologie, ha sperimentato sulla sua Valsoia gli effetti devastanti di notizie farlocche diffuse da politici, Internet e media su cetrioli, soia, broccoli e altri germogli come vettori di infezione da Escherichia Coli.
“Siamo passati da Gutenberg a Zuckerberg”, dice Lorenzo Sassoli de Bianchi, presidente dell’Upa, il potente organismo associativo che riunisce le più importanti e prestigiose aziende industriali e commerciali e di servizi che investono in pubblicità  e che il 6 luglio prossimo vedrà  riuniti in assemblea i suoi componenti su un tema (‘Che mi dici di nuovo? I linguaggi del presente, del futuro, del possibile’) ormai centrale per chiunque si occupi di comunicazione. A dominare la scena saranno due esperti con visioni differenti: da una parte il grande specialista di linguistica cognitiva, l’americano George Lakoff, e dall’altra Paris Kafantaris, vice presidente marketing della Procter & Gamble, chiamati a fare il punto sull’evoluzione della comunicazione e dei suoi linguaggi in un’epoca in cui la complessità  dei media rischia di creare cortocircuiti molto pericolosi. Basti pensare a quel che è successo – e sta ancora succedendo – sulla questione sanitaria del batterio E. Coli. L’allarme lanciato da politici e media, nonostante la sua inconsistenza e infondatezza, ha già  travolto settori non marginali dell’economia ortofrutticola. L’accusa, poi rivelatasi del tutto infondata, che i responsabili dell’avvelenamento fossero i cetrioli, ne ha portato al macero 200mila nella sola Spagna. Man mano il ‘dalli all’untore’ è passato a colpire l’insalata, le carote, i piselli, la soia e ora gli hamburger. I giornali e i telegiornali si sono sbizzarriti in ipotesi fantasiose, sostenute peraltro da dichiarazioni di uomini politici che per uscire dall’imbarazzo non hanno trovato di meglio che accusare questo o quell’ortaggio. Nell’anarchia internettiana, poi, il tam tam di leggende e immaginazioni si è diffuso a una velocità  impressionante. L’ha sperimentato in prima persona Lorenzo Sassoli de Bianchi, che nel 1990 ha fondato la Valsoia, società  specializzata nella produzione di alimenti vegetali che sfrutta le elevate proprietà  nutrizionali della soia rispondendo a una domanda sempre crescente di salute e benessere.
Prima – Anche voi avete ricevuto un bel colpo dalle dichiarazioni dei vari politici tedeschi che accusavano i germi di soia di essere la causa di misteriosi casi di morte nel Land di Amburgo per prodotti contaminati da Escherichia Coli. Come avete reagito?
Lorenzo Sassoli de Bianchi – Quando è scoppiata la crisi sanitaria, siamo subito intervenuti sul nostro sito Internet e poi sul blog, tentando di spiegare che i nostri prodotti confezionati non hanno nessun problema, essendo sterilizzati e pastorizzati.
Prima – Come è stato possibile che delle dichiarazioni senza prove scientifiche abbiano provocato così tanti danni?
L. Sassoli de Bianchi – All’inizio è il ministro della Salute del Land tedesco a incolpare i cetrioli. Un disastro per le coltivazioni spagnole, mentre la Russia decideva il blocco delle importazioni di prodotti ortofrutticoli dall’Europa. La storia è pazzesca: un problema localizzato in meno di 50 chilometri quadrati sta devastando un intero continente.
Prima – Ma la soia che c’entra?
L. Sassoli de Bianchi – In piena crisi, quando tutti accusavano tutti, quando i bollettini sanitari assomigliavano a quelli di guerra, qualcuno ha individuato come responsabile un’azienda che produceva germogli di fieno, broccoli e aglio (ma non di soia). Un giorno, era domenica, il ministro tedesco salta fuori dicendo che il killer è il seme di soia e la sera tutti i telegiornali europei sparano la notizia in apertura generando il panico totale. Intanto sulla Rete si scatena l’inferno. La mattina del lunedì sulla mail di Valsoia c’erano ottocento e-mail di gente che voleva essere rassicurata, chiedendo se poteva consumare o no il latte di soia, o gli yogurt che noi produciamo. Il lunedì lo stesso ministro si rimangia tutto e dice che gli esami sui germogli di soia erano risultati tutti negativi. Giovedì tocca ai germogli di fagiolo a essere messi sotto accusa.
Prima – E poi arriviamo al giorno dell’11 giugno, quando il Corriere della Sera pubblica in prima pagina una fotona con i germogli di soia. Posso immaginare il colpo al cuore che le è venuto.
L. Sassoli de Bianchi – E la soia non c’entrava niente! Così come i cetrioli o gli altri prodotti ortofrutticoli.
Prima – E ne è venuto fuori un caso mondiale.
L. Sassoli de Bianchi – In altri tempi la vicenda sarebbe rimasta confinata alle cronache locali e noi avremmo letto che in Germania c’era un problema sanitario. Invece la notizia ha cominciato a girare in Rete e poi sulle televisioni e i giornali e la questione ha colpito mezzo mondo causando un crollo del mercato ortofrutticolo italiano del 50-60%.
Prima – Dobbiamo trarne la morale che Internet è capace di far saltare le dittature ma anche le aziende?
L. Sassoli de Bianchi – È fuor di dubbio che Internet sia uno strumento fenomenale di democrazia, ma è anche diffusore fuori controllo di notizie false e può essere facilmente manipolabile, tanto che Paesi come la Cina, la Russia e l’Iran stanno imparando a usarlo al rovescio. Uno specialista americano mi raccontava che il regime iraniano si inserisce su Facebook, crea falsi appuntamenti per gli oppositori e poi li arresta tutti. Un altro metodo è inserire materiale pornografico sul profilo di una singola persona che vuoi eliminare. A quel punto Facebook cancella il profilo e lo toglie dal circuito.
Prima – È inquietante anche il modo in cui alcune aziende possono usare quel sistema per autopromozionarsi usando in modo distorto ad esempio i social network.
L. Sassoli de Bianchi – Credo che Internet ci obblighi a una maggiore responsabilità . Obbliga le aziende, ma anche chi si occupa di comunicazione, a essere cauti e certi. I giornali autorevoli non possono prendere per buono ciò che esce su Internet. In altri tempi avrebbero mandato un inviato a intervistare il ministro che aveva fatto quelle affermazioni, mentre ora molto giornalismo si fa guardando quello che scrivono i siti Internet e ci si costruisce sopra una verità .
Prima – A giorni lei presiederà  l’assemblea dell’Upa che, non certo a sproposito, affronta il problema dei linguaggi della comunicazione. Che idea se ne è fatto, soprattutto dopo aver sperimentato in prima persona le conseguenze di linguaggi ubriachi che vagano senza nessun tipo di controllo?
L. Sassoli de Bianchi – È che la complessità  è in crescita. Se consideriamo tre ambiti – la tecnologia, i media e il legislatore – ci accorgiamo che la prima è molto più veloce dei secondi che a loro volta la rincorrono. E il legislatore? Il legislatore dovrebbe anticipare. Mi viene da pensare al caso della Rai che da sessant’anni è la stessa mentre il mondo non è più quello. E la Costituzione? È mai possibile che l’articolo 21 sulla libertà  di stampa non faccia alcun riferimento a Internet, alle nuove tecnologie? Il mondo è cambiato e il legislatore è chiamato a proteggere chi fruisce i contenuti, ma anche i diritti di chi li produce i contenuti, altrimenti rischiamo l’impoverimento di quelli stessi.
Prima – All’assemblea dell’Upa avete chiamato dei grandi esperti per studiare le modifiche del linguaggio della comunicazione. Per quale motivo avete scelto questo tema?
L. Sassoli de Bianchi – Tutto sta cambiando a una velocità  incredibile, linguaggio compreso. Abbiamo chiamato George Lakoff, che è il maggior esperto di linguaggio al mondo, proprio per avere un quadro di riferimento autorevole. Io ho intenzione di affrontare il nostro rapporto con la complessità , la necessità  di crearci un alfabeto che ci aiuti a interpretare e a intervenire all’interno della modernità . Direi che ne abbiamo tutti un gran bisogno.

Intervista di Alessandra Ravetta

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