L’Italia sta scomparendo – Intervista a Eric Jozsef, corrispondente di Libération (Prima n. 419, luglio-agosto 2011)

L’Italia sta scomparendo
L’Italia non interessa più alla stampa internazionale, dice Eric Jozsef, corrispondente di Libération. “Perché non asseconda il cambiamento, perché i personaggi politici sono sempre gli stessi, perché altri Paesi emergenti la stanno sovrastando. A Napoli, per le recenti elezioni comunali, di giornalisti stranieri c’ero solo io. E a Milano eravamo in due”.
Mi incuriosiva conoscere il punto di vista sull’Italia, sulla politica italiana, sull’informazione italiana di un giornalista straniero, ma qualcuno in grado di spiare il nostro malridotto Paese non dal buco della serratura di un qualsiasi confine, bensì dall’interno. Un infiltrato: ecco, l’ideale sarebbe stato un infiltrato, cioè un giornalista che avesse vangato l’Italia da cima a fondo, che l’avesse vivisezionata, che vi abitasse da anni. E l’ho trovato. All’identikit risponde perfettamente Eric Jozsef, parigino quarantacinquenne di gentile aspetto, uno che ha messo piede in Italia per la prima volta a 12 anni, ci è tornato nell’età  scavezzacollo intorno ai 18, ci si è stabilito definitivamente a 26 con un ottimo bagaglio culturale, doppia laurea in economia e scienze politiche e un corso interrotto di storia dell’arte all’à‰cole du Louvre “perché per fare il giornalista occorre sapere di economia e di politica e se vuoi farlo in Italia devi conoscere l’arte”.
Figlio della buona borghesia parigina, papà  Robert era impiegato di banca, Sophie, sua madre, lavorava alla Eli Lilly, multinazionale farmaceutica statunitense. Ha una sorella, Corinne, che si è stabilita in Canada, cura le tournée della compagnia di danza Les Grands Ballets di Montréal. Due giorni dopo la nostra conversazione, che si è svolta domenica 3 luglio, Eric l’ha raggiunta. Corinne ha avuto un ruolo casuale ma importante nella carriera del fratello perché nel luglio del 1989 Eric andò a trovarla a Mosca (Corinne ha vissuto per un paio di anni anche in Russia) dove lei gli presentò Pierre Brianà§on, il corrispondente di Libération che gli aprì le porte della redazione parigina.
Poco prima il nostro ‘infiltrato’ aveva concluso brillantemente gli studi in due prestigiosi atenei: quelli di scienze politiche all’Institut d’études politiques, quartiere latino; quelli di economia al Paris X Nanterre, dove nel 1968 si sprigionò la prima fiammata del maggio francese. Uno dei docenti di Jozsef, il migliore, era un quarantenne di nome Dominique Strauss-Kahn: “Aveva una competenza della materia economica straordinaria, era capace di tenere una lezione di due ore senza un pezzo di carta, senza un appunto”. E un altro insegnante era Philippe Herzog, uno degli esponenti più progressisti del Pcf, che ha inciso non poco nella formazione politica di Eric. Il quale, con due lauree in tasca, era ormai pronto sia per il mestiere di giornalista sia per sbarcare in Italia.
“In casa mia, abitavamo a Saint-Cloud, periferia parigina, ho respirato da sempre l’aria del vostro Paese. Mio papà  parlava correntemente l’italiano, i nostri vicini di casa erano italiani. Famiglia Gambillo, Carlo e Silvana. Avevano cinque figli maschi: Bruno, Franco, Tommaso, Roberto e Paolo. Quando avevo tra i 15 e i 18 anni andavamo tutti assieme in vacanza nel loro paese d’origine, Castelnuovo Magra, tra Sarzana e Massa Carrara. Ma già  prima, con i miei, avevo più volte varcato la frontiera. Appena potevo scappavo in Italia. Nell’84, a 18 anni, giravo facendo l’autostop. Avevo pochi soldi, così mi fermavo a mangiare ai festival dell’Unità “.
Franco Recanatesi – Solo per mangiare?
Eric Jozsef – Beh, no, avvertivo già  una forte spinta verso la politica. Quel Pci era stimolante, possedeva una forte carica culturale e si proponeva come locomotiva del processo di modernizzazione. Aveva rapporti più stretti con il Partito socialista francese che non con quello comunista, sia con Berlinguer alla guida sia dopo la sua morte.
F. Recanatesi – C’era Mitterrand all’Eliseo e ciò poteva favorire certe convergenze. Ma torniamo a te, all”infiltrato’. Tendevi a sinistra e questo mi pare chiaro. Ma non eri ancora un giornalista.
E. Jozsef – Cominciai a fare il giornalista a Libération come stagista al settore economia, nel luglio del 1989, a 23 anni. Dovevo stare un mese e invece… Senti che colpo di fortuna. Per il bicentenario della rivoluzione Mitterrand aveva organizzato le cose in grande. Prima il G7, il vertice dei capi di Stato dei Paesi in via di sviluppo, poi Gorbaciov a Parigi con una folta delegazione per tentare di ricomporre una vecchia questione fra Urss e Francia, un prestito fatto a inizio secolo allo zar di Russia e mai restituito. Il giornale mandò me perché sembrava un incontro di routine, c’erano già  stati dei precedenti che si erano sempre conclusi con una scrollata di spalle dei russi che affermavano “e noi che c’entriamo con gli zaristi?”. Questa volta, invece, un vice ministro di Gorbaciov dichiarò che l’accordo per la restituzione era stato fatto. I miei superiori furono molto contenti del mio servizio e io fui confermato.
F. Recanatesi – Libération non era più il giornale estremista di Jean-Paul Sartre, ma quello più moderato di Serge July, vicino alla socialdemocrazia.
E. Jozsef – È stato un giornale militante fino al 1981, poi si è schierato con la sinistra istituzionale. Diciamo, come se dal Manifesto fosse diventato La Repubblica. Sostanzialmente è il quotidiano della società  civile.
F. Recanatesi – Allora: tu, ragazzo della buona borghesia parigina con idee progressiste, arrivi in Italia come corrispondente del quotidiano francese più a sinistra quando la sinistra italiana va di corsa e la Dc crolla al minimo storico. Come un puzzle che si incastra alla perfezione.
E. Jozsef – Eh, come corri. Non è stato così facile, ne ho fatta ancora di gavetta. Ho dovuto aspettare il 1992 per poter tornare in Italia, sfruttando una norma che consente ai francesi di svolgere i 16 mesi della leva militare presso un’azienda o un istituto del nostro Paese all’estero. Riuscii, attraverso un concorso, a farmi nominare assistente del direttore di Villa Medici, Jean-Marie Drot. Arrivai a Roma il 6 febbraio. Il 17 il pm Antonio Di Pietro ordina l’arresto di Mario Chiesa, primo atto di Mani pulite. Libération non aveva un corrispondente, poiché Lanfranco Pace era fuori sede. Solo per pochi mesi, mi dissero. Pace, invece, tornò dopo due anni, nella primavera del 1994. E io, con la benedizione di monsieur Drot, cominciai a fare il giornalista per davvero.
F. Recanatesi – Un secondo colpo di fortuna. Complice non solo il direttore di Villa Medici ma anche Pace, l’ex leader di Potere operaio, che assieme a Franco Piperno fuggì in Francia perché imputato al ‘processo 7 aprile’. Imputato di…
E. Jozsef – Fermati. Lanfranco è un gran personaggio. Abbiamo lavorato insieme per tre anni. Siamo amici, anche se non sempre condividevo le sue analisi politiche. Lasciò Libération nel 1997 e fu allora che diventai ufficialmente il corrispondente dall’Italia del mio giornale.
F. Recanatesi – Ma in realtà  l”infiltrato’ comincia a perlustrare l’Italia dal 1992. Che Italia trovasti 19 anni fa? Io ricordo un Paese inquieto, dilaniato dalle bombe e dalle risse, un Paese tappezzato di cadaveri eccellenti, i corpi maciullati di Falcone e Borsellino, i suicidi del socialista Sergio Moroni e del magistrato Domenico Signorino…
E. Jozsef – Vero, vedevo naturalmente le stesse cose. Vedevo anche la svalutazione, il forte debito pubblico, una classe politica corrotta. Ma la differenza tra il 1992 e oggi è che allora il Paese aveva nel cuore una speranza molto più forte, una prospettiva, qualcosa in cui credere: la società  civile, una sinistra mai finora salita al potere, i giudici di Mani pulite e del maxiprocesso alla mafia; persino Berlusconi, un uomo che avrebbe potuto rilanciare il Paese. Oggi no. Oggi la gente guarda avanti e vede buio. L’Italia si è rimpicciolita, è vero che il fenomeno di un ripiegamento su se stessi è europeo, ma l’Italia più degli altri. In più, nel ’92 si poteva pensare a una soluzione esterna, europea, ora non più.
F. Recanatesi – Un quadro da brividi. È questo che i francesi leggono di noi?
E. Jozsef – Mica solo i francesi, anche il resto dell’Europa, tutto il mondo. Voi forse non vi accorgete sino in fondo di quanti gradini siete scesi.
F. Recanatesi – Che spiegazione dà  Libération di questa catastrofe?
E. Jozsef – Negli anni Ottanta il vostro Paese, il mio Paese se mi permetti, aveva un benessere economico, una vitalità , un entusiasmo senza pari. Ma tutto è stato vanificato dall’incapacità  della classe politica di accompagnare il cambiamento. Il Pd ha avuto dieci anni di ritardo, doveva nascere subito dopo la caduta del muro di Berlino. Il voto cattolico è stato disperso. Il voto operaio è sparito con la scomparsa del Pci, il più grande partito d’Europa. L’Italia arriva al ’93-94 quando le famiglie politiche sono saltate. Lo capisce Berlusconi…
F. Recanatesi – Secondo te una delle grandi speranze durante la crisi del 1992. Ma dicevi sul serio?
E. Jozsef – Allora sì, gli italiani ci contavano, te lo posso garantire, io giravo, ascoltavo la gente. Del resto, quel che è successo pochi anni dopo la dice lunga. Purtroppo Berlusconi fa politica commerciale, televisiva, che deve rispondere al pubblico dei teleschermi. Nel 1994 come liberista, nel 2006 come protezionista, seguendo le mutevoli esigenze dell’elettorato.
F. Recanatesi – Il premier si lamenta spesso per gli attacchi della stampa straniera, sostenendo che voi corrispondenti da Roma subite l’influenza dei vostri colleghi italiani. Naturalmente di sinistra.
E. Jozsef – È solo colpa sua. A lui la stampa straniera non interessa perché ragiona solo in termini di mercato: gli stranieri votano? No, e allora chi se ne frega dei loro giornali. Toccai con mano questa sensazione quando, nel 2000, gli feci l’unica intervista, su una nave durante la sua crociera elettorale. Con noi, corrispondenti di altri Paesi, è sempre stato vago e frettoloso.
F. Recanatesi – Già , ma la manifesta ostilità  che lamenta Berlusconi dev’essere motivata, non suggerita da antipatia o rivalse.
E. Jozsef – Chiaro. Sono due gli elementi che spiegano questa ostilità . Primo, il conflitto di interessi e il suo rapporto con la giustizia non hanno paragoni al mondo; secondo, la difficoltà  per i giornalisti stranieri di capire il fenomeno politico di Berlusconi, il suo concetto di politica come mercato.
F. Recanatesi – Qualcuno ha vagheggiato anche di un progetto autoritario di Berlusconi. Posso aggiungere: avventatamente?
E. Jozsef – All’inizio Berlusconi faceva paura. Lo stesso Mitterrand fece squillare un campanello d’allarme: attenti, pericolo. Perché con lui c’erano i fascisti e c’erano i leghisti xenofobi e antieuropeisti. Poi, devo dire abbastanza in fretta, quel timore si stemperò e la stampa straniera prese a dipingere il premier con epiteti cialtroneschi: fantoccio, marionetta, barzellettiere e ogni altro difetto dello stereotipo italiano.
F. Recanatesi – Hai omesso ‘puttaniere’, un aggettivo emerso da molte intercettazioni. Come vengono giudicate dalla stampa francese le predisposizioni sessuali tanto particolari di un politico così in vista? Voi avete avuto il caso Strauss-Kahn, per certi versi assimilabile.
E. Jozsef – La diversità  fra noi e voi sta nella valutazione e nell’esposizione mediatica di certi fatti. In Francia c’è un maggior rispetto per la privacy. I giornali sapevano di certe propensioni di Strauss-Kahn ma si sono autocensurati. E la pubblicazione delle intercettazioni è un caso rarissimo perché un magistrato viene comunque ritenuto responsabile di una fuga di verbali e rischia la carriera. Io penso che la stampa francese dovrebbe essere un pochino più aggressiva e quella italiana meno disinvolta. Il filo comune sta invece in un concetto semplice e persino condivisibile: il privato è affar nostro. Solo che quando rivesti certe cariche il privato diventa inevitabilmente pubblico. Riguardo al mio vecchio maestro (in economia, solo in economia) Strauss-Kahn, la Francia si è scandalizzata per lo stupro, così almeno sembrava, non per altro. E oggi crede alle nuove versioni. Quanto alle avventure erotiche di Berlusconi, hanno strappato sorrisi, nient’altro, e nei giornali francesi non trovano più spazio. In realtà  è l’Italia che dalla stampa internazionale sta scomparendo. A Napoli, per le recenti elezioni comunali, di giornalisti stranieri c’ero solo io. E a Milano eravamo in due. L’Italia non interessa. Perché non asseconda il cambiamento, perché i personaggi politici sono sempre gli stessi, perché altri Paesi emergenti la stanno sovrastando. Oggi per qualsiasi giornale è più importante un corrispondente da Pechino che non da Roma. Io, come amo sottolineare, ho passaporto francese, cultura europea e cuore romanista: amo l’Italia come la mia patria, ma confesso che lavorare qui mi diverte sempre meno.
F. Recanatesi – Pare anche a te, ‘infiltrato doc’, che Berlusconi sia al capolinea?
E. Jozsef – Dal 2004 la gente ha smesso di credere che Berlusconi possa risolvere i problemi del Paese, ma si dibatte nella mancanza di alternative. Bersani raccoglie firme per farlo dimettere invece di prepararsi per il fine legislatura. Dovrebbe concentrarsi sul 2013. Veltroni ci aveva provato a dare una scossa con quel magnifico discorso del Lingotto, ma poi in campagna elettorale ha fatto tutto il contrario. Visione politica moderna ma coraggio… antico. Peccato. La classe politica italiana, purtroppo, è piccola, provinciale. La politica non si fa a Montecitorio né a Palazzo Madama, quelle assomigliano a riunioni di condominio; la politica si fa nel Consiglio dei ministri di Bruxelles. Questo in pochi, pochissimi lo hanno capito.
F. Recanatesi – Citamene qualcuno.
E. Jozsef – Un europeista convinto è Enrico Letta. Monica Frassoni, presidente del Partito verde europeo, e Alessia Mosca, giovane del Pd di Monza, potrebbero contribuire al rinnovo della politica italiana. Matteo Renzi, capace di farsi ascoltare dalla destra. Sandro Gozi e Silvio Sircana, vicini a Prodi.
F. Recanatesi – Un po’ pochino. E tutti dalla stessa parte.
E. Jozsef – Non è colpa mia.
F. Recanatesi – E i colleghi giornalisti italiani? Con quali ti fermi a parlare più volentieri nei corridoi di Montecitorio?
E. Jozsef – Frequento giornalisti, ma non Montecitorio dove non vado quasi mai per i motivi di cui abbiamo parlato poco fa. Sì, devo dirlo, anche loro, per la maggior parte, hanno una mentalità  regionale. Una visione più ampia viene da coloro che sono o sono stati corrispondenti all’estero. Mi interessa parlare, faccio un paio di esempi, con Maurizio Molinari (corrispondente della Stampa dagli Usa) e con Corradino Mineo (ex corrispondente Rai da Parigi e direttore di Rainews24). Quanto alla politica italiana imparo sempre qualcosa da Peppino Caldarola, Massimo Bordin (di Radio Radicale), Giancarlo Loquenzi (L’Occidentale.it), Anaà¯s Ginori (giornalista di Repubblica e scrittrice), Marco Travaglio, Gianni Barbacetto (del Fatto), Antonello Piroso (La7).
F. Recanatesi – Veniamo alla stampa italiana: quali sono le testate di riferimento di un corrispondente estero, per avere un quadro reale della situazione italiana?
E. Jozsef – Nessuna.
F. Recanatesi – Non la conosco.
E. Jozsef – Non è una battuta, ogni vostro giornale offre una visione personalizzata e quindi ristretta e parziale di ciò che accade. Per avere un quadro reale, come dici tu, io mi faccio ogni giorno una bella rassegna stampa.
F. Recanatesi – Dammi il tuo ordine di lettura.
E. Jozsef – Leggo tutto.
F. Recanatesi – I primi tre della giornata, il podio. Nell’ordine…
E. Jozsef – Corriere della Sera, La Stampa, La Repubblica.
F. Recanatesi – Gli editorialisti che non puoi fare a meno di leggere.
E. Jozsef – Alla rinfusa: Travaglio, Pansa, Diamanti, Scalfari, Folli, de Bortoli, Polito. Perché fanno opinione, non perché condivida sempre il loro pensiero.
F. Recanatesi – Sei stato catastrofico, caro ‘infiltrato’: vuoi terminare questa intervista aprendoti (aprendoci) a una speranza?
E. Jozsef – Non vado a Montecitorio ma giro in lungo e in largo la vostra meravigliosa penisola: la gente è lucida, si informa, si accende. Basterebbe una scintilla per rianimarla. Aspetta solo un’offerta politica seria per accodarsi. Gli italiani sono disponibili a muoversi, bisogna schiodarli dalla delusione e dalla rassegnazione. Abbiamo tanti piccoli ma significativi segnali: De Magistris e Pisapia, il tg di Mentana, il successo del Fatto. Basterebbe davvero poco…

Intervista di Franco Recanatesi

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