Sono strabiliato – Intervista a Umberto Brindani, direttore di Oggi (Prima n. 419, luglio-agosto 2011)

Sono strabiliato
“Ho passato la mia vita credendo alla storiella che il giornalismo anglosassone fosse più forte del nostro, e inattaccabile”, dice Umberto Brindani, direttore di Oggi. E ci racconta quando è stato lui a far scandalizzare la stampa inglese pubblicando su Chi le immagini di Lady Diana agonizzante, e il Daily Mail ha pubblicato una sua foto con il titolo ‘Ecco il direttore psicopatico”.
“Lo sa cosa mi fa più schifo?”. No, me lo dica lei. “Il giornalismo dei portoni. Era la specialità  di Fabrizio Corona, ma non solo. Viene un fotografo e ti fa vedere lo scatto di un portone: vedi? È quello di casa di Tizia. Poi ti fa vedere Tizia che entra in casa, alla luce del tramonto o al buio. Poi un’altra foto dove c’è Tizio che entra a sua volta, e infine altri due scatti dove Tizia e Tizio, di giorno, escono sempre da quel portone. Ed è fatta: i due hanno trascorso insieme una notte di passione”. Per essere uno dei più sperimentati giornalisti italiani del settore (è direttore di Oggi, in precedenza ha guidato Gente, Chi, Tv Sorrisi e Canzoni dopo una lunga carriera a Panorama), Umberto Brindani, 53 anni, non va troppo per il sottile con il gossip made in Italy. E qui racconta che ne pensa di News of the World, del tracollo inglese di Murdoch, dei giornalisti che spiano e di quelli che vengono spiati. Giungendo alla conclusione che il giornalismo italiano, quello ‘serio’ come quello ‘popolare’, non è poi così male.
Prima – Brindani, qual è stata la sua prima reazione allo scandalo che ha travolto il tabloid inglese di Murdoch?
Umberto Brindani – Sono rimasto strabiliato. Nonostante tutto, ho passato la mia vita da giornalista credendo alla storiella che il giornalismo anglosassone fosse più forte del nostro, più robusto e inattaccabile. Sapevo che c’erano, da loro come da noi, degli ‘effetti collaterali’, ma non mi immaginavo un simile livello di illegalità .
Prima – Vuol dire che da noi si viaggia col codice penale alla mano?
U. Brindani – Magari non sempre. Ma, certo, per me le prime due regole sono la legalità  e la deontologia. Dunque, non si entra a casa delle persone, ovviamente non si intercettano le loro telefonate, e da quando esiste il reato di stalking anche i fotografi devono fare i conti con un concetto di persecuzione che può avere molte interpretazioni e che sta cominciando a rimbalzare nei tribunali. Rivendico la nostra differenza. C’è differenza tra cercare, e trovare, notizie anche pettegole su celebrities e politici, i quali sanno di avere una privacy limitata, e spiare la malattia di un bambino figlio di un politico.
Prima – Perché un sistema degeneri fino a questo punto, che cosa deve succedere? Occorre una scelta editoriale o basta l’ambizione, o la nevrosi, di un direttore e di qualche giornalista?
U. Brindani – Credo la seconda. Faccio fatica a vedere una filosofia del genere come frutto di una strategia editoriale, specie in un grande gruppo come quello di Murdoch che produce in tutto il mondo cose diversissime tra loro. No, credo che la malattia sia piuttosto nel dna di un certo giornalismo inglese, nella sua sensazione di impunità . In un suo libro, ‘The insider’ – che credo non sia mai stato tradotto in Italia -, un ex direttore di News of the World, Piers Morgan, che oggi ha preso il posto di Larry King alla Cnn, racconta i modi poco commendevoli che utilizzava per i suoi scoop. Il fatto è che poi gli stessi giornalisti non sopportano quando gli scoop li fa qualcun altro. È successo anche a me, e sono finito in prima pagina su un tabloid inglese come ‘il direttore psicopatico’.
Prima – Racconti.
U. Brindani – Nel 2006 dirigevo Chi e decisi di pubblicare, per la prima volta dopo dieci anni, la foto di Lady Diana nell’automobile, subito dopo l’incidente che le costò la vita. Era un’immagine non raccapricciante ma molto significativa, l’anteprima di un libro che stava per uscire in Francia e ricostruiva l’inchiesta giudiziaria, ormai chiusa. Pubblicai anche alcune testimonianze che erano negli atti, come quella secondo la quale Dodi Al Fayed avrebbe avuto i calzoni abbassati, come se al momento dell’incidente stesse facendo sesso. I colleghi inglesi non la presero bene, dissero che avevo causato ‘dispiacere’ alla famiglia reale, che, evidentemente, deve dispiacersi solo quando lo decidono loro. Risultato: non solo l’Ordine dei giornalisti della Lombardia allora presieduto da Franco Abruzzo mi ‘processò’ e mi diede un ammonimento per aver diffuso ‘dati sensibili sulla salute’, ma il Daily Mail mandò un paparazzo a seguirmi e pubblicò la mia foto sotto il titolo ‘Ecco il direttore psicopatico’: la conservo con una certa fierezza.
Prima – Legalità , deontologia, che altro serve?
U. Brindani – Buon senso. Mi faccio guidare da queste tre luci nella notte. Ci sono regole locali che vanno seguite: in Inghilterra può essere lecito pubblicare le immagini di Mosley che si fa frustare da una prostituta con dei costumini da nazista, da noi le foto delle feste di Arcore, ammesso che esistano, non si possono mostrare perché sono state scattate in una casa privata.
Prima – Lei però ha pubblicato su Oggi quelle delle ragazze accompagnate ad Arcore da Lele Mora. Perché?
U. Brindani – Non è stata una scelta facile, ma la rifarei. Aveva un valore sociale e di denuncia, come del resto le primissime foto di Berlusconi con cinque ragazze a Villa Certosa pubblicate sempre da Oggi, con un altro direttore, nel 2007: le prime, quelle che accompagnarono lo sfogo di Veronica Lario sul “ciarpame senza pudore”. In quelle di Lele Mora si vedeva invece che queste ragazze entravano ad Arcore senza nessun controllo. Il valore giornalistico mi pare chiaro.
Prima – Restiamo in Italia. Si pubblicano troppe intercettazioni?
U. Brindani – Non mi pare. In generale, il giornalismo italiano è ancora troppo indulgente verso i poteri. Ma credo che stiamo vivendo una stagione di riscatto, con iniziative forti che arrivano da più parti, non solo dalle testate che si collocano all’opposizione, e fanno discutere come è giusto che sia. È vero, escono a volte dettagli, come quando si pubblicano intercettazioni, che non dimostrano alcun reato. Se si tratta di particolari privati, si può non essere d’accordo. Ma se, pur non dimostrando un reato, servono a raccontare cose come gli accordi segreti tra Rai e Mediaset, è giusto pubblicarle.
Conclusioni finali: “Teniamo duro. In Italia, per fortuna, le intercettazioni le fa la magistratura e non i giornali, i quali però si stanno comportando come si deve. Continuiamo cos씝.

Intervista di Vera Schiavazzi

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