Via, fuori dalla Padania – Intervista a Stefano Boeri, assessore a Cultura, Expo, Moda e Design a Milano (Prima n. 419, luglio-agosto 2011)

Via, fuori dalla Padania
“Dobbiamo tornare a far respirare a Milano l’aria del mondo”, dice Stefano Boeri, assessore a Cultura, Expo, Moda e Design della nuova giunta milanese. “Abbiamo tre grandi risorse: un sistema di spazi straordinario, un potenziale finanziario privato da gestire, un bacino di energie intellettuali da mobilitare e valorizzare”.
Per far politica ha smesso di fare il giornalista. E anche un po’ l’architetto. Stefano Boeri, neo assessore a Cultura, Expo, Moda e Design della nuova giunta che da giugno governa Milano, è stato letteralmente rapito da un’avventura iniziata un anno fa – quando il Pd gli propose di fare il candidato sindaco alle primarie del centrosinistra milanese – e approdata all’elezione di Giuliano Pisapia a sindaco di Milano con annessa clamorosa sconfitta del sindaco uscente Letizia Moratti. Quando lo scorso novembre, a sorpresa rispetto alle previsioni, Boeri perse le primarie con Pisapia, quasi nessuno avrebbe scommesso sulla conferma del suo impegno in politica. Invece andò al contrario: Boeri non ha lasciato il campo, si è candidato come capolista del Pd, ha fatto campagna per l’ex avversario Pisapia, ha preso oltre 13mila preferenze personali trascinando il Pd milanese a una percentuale superiore al 28%, record storico per il partito. Per seguire a tempo pieno il suo incarico nel governo cittadino, Boeri ha lasciato a metà  luglio la direzione del mensile Abitare e, contemporaneamente, ha escluso dall’attività  del suo studio tutte le commesse legate in qualche modo a Milano. “Per allontanare qualsiasi ombra di conflitto d’interesse”, dice. Oltre a Cultura ed Expo, Boeri ha voluto anche le deleghe a Moda e Design. E per cominciare ha contestato l’uso di piazza Duomo e della Galleria come teatro delle sfilate.
Prima – Perché oltre a Cultura ed Expo ha chiesto che le venissero affidate anche le deleghe a Moda e Design?
Stefano Boeri – La cultura non è soltanto creazione e fruizione di eventi, rassegne, mostre o buona organizzazione di spazi museali. La cultura è anche un grande sistema che produce, che crea opportunità  e occasioni, che trasforma il lavoro, che mobilita e sviluppa energie intellettuali. Occuparsi di cultura in una grande amministrazione pubblica non può limitarsi alla gestione di musei e mostre. Design, moda e aggiungo editoria sono energie fondamentali. Filiere che danno lavoro a decine di migliaia di persone in una città  come Milano.
Prima – Non è che i suoi predecessori non se ne siano occupati: nelle ultime stagioni la moda ha letteralmente occupato il centro di Milano.
S. Boeri – Sì, con una logica da location, a volte addirittura sottoprezzo. È proprio questa la logica che va smontata. È insensato ed è stato persino offensivo, in qualche caso, vedere piazza Duomo o la Galleria Vittorio Emanuele colonizzate da installazioni totalmente fuori contesto e fuori scala. Per esempio, quell’incredibile baracca nordica di Tommy Hilfiger che ha chiuso il passaggio da piazza Duomo a piazza Diaz. O il gigantesco capannone bianco, da protezione civile, messo in mezzo alla piazza per le sfilate. Il rapporto fra pubblico e privato non può produrre presenze arroganti come queste.
Prima – Che vuol fare, assessore, cacciare gli stilisti dal tempio?
S. Boeri – Ma figuriamoci! Però va pensato un rapporto diverso. Io sono assolutamente d’accordo che ci sia un museo, un luogo per la moda a Milano. Però vorrei provare a costruire un discorso sugli spazi da destinare alle diverse vocazioni ed energie della città  sulla base di una visione complessiva, non su una logica episodica, occasionale, come se Milano fosse il fondale di uno spettacolo che parla di tutt’altro. La parola chiave, per me, è riposizionamento. Abbiamo tre grandi risorse: un sistema di spazi straordinario; un potenziale finanziario privato da gestire sulla base di diversi gradi di generosità ; un bacino di energie intellettuali da mobilitare e valorizzare. Lavorare su queste tre grandi risorse della città  sarebbe un grande passo in avanti. Dico di più, si tratta di un passo obbligato, tenuto conto che il pubblico ha le casse letteralmente vuote, dopo il taglio dell’80% dei fondi per la cultura e gli ulteriori tagli dovuti al buco che ci ha lasciato in eredità  la giunta di Letizia Moratti.
Prima – E sul design che c’è ancora da fare? Fra Salone del mobile e Fuorisalone, è uno dei plus di Milano che non sembra in discussione.
S. Boeri – Attenti a non farsi prendere in controtempo dalle trasformazioni in corso. Il fenomeno del design milanese e lombardo è nato dalla manualità  straordinaria degli artigiani brianzoli, dagli intellettuali e dalla borghesia urbana, che esprimeva un forte bisogno di identificazione e che rappresentava il primo mercato del design. In sintesi: produzione, creatività  e mercato. Oggi questi elementi vanno tenuti insieme con un nuovo collante. La produzione, ad esempio, per buona parte resta qui, ma ci sono pezzi del ciclo produttivo nelle Marche, in Piemonte, in Friuli, mentre la creatività  è internazionale e non si può pensare di imbrigliarla. Quanto al mercato, sarebbe ora di aprire gli occhi sui nuovi bisogni espressi dalle città  che stanno cambiando. Milano è una città  mondo con oltre 300mila cittadini immigrati da tutte le parti del globo, che esprimono bisogno di spazi, arredi e servizi diversi da quelli che il nostro immaginario concepisce. Mi piacerebbe rifare a Milano, in scala più grande, un esperimento condotto a Torino gli scorsi anni, quando 40 piccole comunità  di cittadini hanno lavorato per quattro mesi insieme a 40 creativi e a 40 imprese per realizzare prototipi di oggetti che non c’erano, che nemmeno erano stati immaginati. Io credo che molte imprese italiane in difficoltà  nel reggere la concorrenza internazionale farebbero bene ad andare alla scoperta di questi nuovi, potenziali, consumi interni. Il bello del design è che la filiera è tutta in scena: dalla micromeccanica alla prototipazione alla commercializzazione, tutto ruota intorno al sistema Milano. Quando c’è il Salone del mobile si accende tutto. Nella moda questo non avviene.
Prima – Ce l’ha con gli stilisti, lo dica!
S. Boeri – Nella moda vediamo soltanto la punta di un iceberg. Ci vuole più luce e ci vuole anche un po’ di coraggio in più. Il sistema va visto e riconosciuto in tutte le sue componenti. E comunque io non voglio chiudere spazi alla moda, penso che occorra un po’ più di regia e di sensibilità . Per capirci ancor meglio, quando dico che si può portare la moda in periferia non sto sostenendo che Dolce&Gabbana devono sfilare a Quarto Oggiaro per il pubblico di Quarto Oggiaro (storico quartiere popolare periferico di Milano: ndr). Dico che ci sono spazi, anche decentrati, bellissimi, che le sfilate possono ospitarle meglio dei capannoni in piazza del Duomo. O delle passerelle allestite nell’Ottagono della Galleria, per le quali il Comune addirittura pagava migliaia di euro. Pazzesco!
Prima – L’organizzatore è Mondadori.
S. Boeri – Per me questa cosa è finita. Dopodiché il confronto con i protagonisti del sistema moda è iniziato e continuerà , ci mancherebbe altro. Con Franca Sozzani abbiamo già  confermato la Vogue fashion’s night out della moda per settembre. Ho avuto un bello scambio con Stefano Gabbana. Con Mario Boselli della Camera della moda abbiamo cominciato a parlarci e a programmare iniziative. Ho già  parlato anche con Prada e Cavalli. Vedrò Valentino e tutti gli altri. Vorrei che la moda uscisse dai suoi fortilizi e che si mostrasse un po’ più generosa con la città . Sapendo che non offriamo pezzi di città  a gratis.
Prima – Lei insiste molto su questo tasto della generosità  e dell’adozione, da parte dei privati, di luoghi e spazi. Cos’ha in mente, di replicare a Milano l’esempio di Della Valle con il Colosseo a Roma? E che dice della Moratti, che un mese dopo aver perso le elezioni annuncia una cordata di sponsor per il progetto Grande Brera, fermo da anni?
S. Boeri – C’è un dato di necessità , l’assoluta mancanza di fondi pubblici, e un dato politico culturale, che riguarda il rapporto fra il mondo delle imprese, la sfera pubblica e la città . Io vorrei superare la logica del pubblico che affitta e del privato che sponsorizza, per passare al privato che ‘adotta’ uno spazio dove si producono eventi. In questa logica ben venga anche la Moratti e i suoi imprenditori che vogliono investire sulla Grande Brera. Naturalmente riconoscendo all’amministrazione il suo ruolo. Sul progetto Grande Brera, d’intesa con il commissario straordinario Mario Resca, abbiamo dato al Politecnico l’incarico di un piano di fattibilità  che farà  da base al progetto. Quanto al perché la Moratti oggi faccia da privato quel che da amministratore pubblico non ha mai fatto, non so davvero che dire. Tranne riconfermare che avere i soldi non significa mano libera per poter fare quel che si vuole. Vorrei che il sistema dell’adozione diventasse la cifra della nuova politica culturale dell’amministrazione. Milano ha una densità  di spazi per la cultura strepitosa, unica direi.
Prima – Qualche esempio?
S. Boeri – Ma pensiamo a Palazzo Reale e all’idea che diventi un grande polo dedicato al Novecento, estendendo il concept del nuovo museo. E poi la Rotonda della Besana, lo stesso Castello Sforzesco, il Pac (Padiglione d’arte contemporanea: ndr). Spazi per i quali va identificata una propensione, una vocazione, una rete di rapporti internazionali.
Prima – Immagina dei musei abbinati a dei brand commerciali?
S. Boeri – Immagino dei musei affiliati ad altre istituzioni internazionali. Si seguiranno le propensioni. Per esempio il Pac sta in un parco come la Serpentine Gallery di Londra, in Hyde Park. Allora creiamo un gemellaggio, individuiamo un curatore, costruiamo un programma fondato sugli scambi e una progettualità  condivisa con i partner internazionali. E poi offriamo questo programma ai privati. Questo metodo vale anche per strutture più grandi e complesse, come Palazzo Reale, che ha tutte le potenzialità  per mettersi in rete con gli altri grandi poli museali europei e americani. La differenza con la sponsorship tradizionale sta nella progettualità  e nella regia che il pubblico deve assolutamente mantenere. Dobbiamo tornare a far respirare a Milano l’aria del mondo, dobbiamo uscire dalla Padania.
Prima – Ha accennato anche all’editoria.
S. Boeri – È un altro dei terreni su cui voglio muovermi. Milano è il mercato del libro più importante in Italia. Il 30% del venduto è qui. Ma per il libro si fa troppo poco. Oltre alla Milanesiana (la rassegna estiva curata da Elisabetta Sgarbi: ndr) non andiamo. Ci vogliono almeno due altri grandi eventi. E voglio che entrino in circuito anche le 24 biblioteche civiche, che negli anni scorsi sono state abbandonate. E poi mi interessa che si crei un altro clima. Che la cultura torni un ingrediente della quotidianità . Su questo mi ha dato un’idea straordinaria Ludovico Einaudi, a costo zero.
Prima – Quale?
S. Boeri – Piano city: per un giorno i pianisti di Milano, tutti i pianisti, aprono le loro case e suonano per i cittadini. Sarà  una festa straordinaria.

Intervista di Ivan Berni

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