Lodo Mondadori: ricorso Fininvest, 15 motivi di impugnazione

MILANO (MF-DJ)–Il ricorso di Fininvest alla Corte di Cassazione contro la sentenza d’Appello che condanna la societa’ a pagare a Cir 564 mln di euro per la vicenda Lodo Mondadori e’ composto da 226 pagine e si divide in tre parti e quindici motivi. Secondo una sintesi realizzata dalla stessa Fininvest con il primo motivo “Fininvest dimostra che la Corte di Appello di Milano non aveva il potere di rifare il giudizio svoltosi davanti alla Corte d’Appello di Roma nel 1990/91, perche’ il giudizio poteva essere rifatto solo dalla Corte di Roma a seguito di revocazione chiesta da Cir entro 30 giorni dal passaggio in giudicato della sentenza di condanna del giudice Metta (luglio 2007) (che pero’ Cir non ha chiesto)”. Con il secondo motivo “Fininvest chiede la cassazione della sentenza per come la Corte di Appello di Milano tratta il problema della collegialita’ della sentenza n. 259/91, e cioe’: poiche’ il giudice corrotto e’ risultato essere uno solo (Metta) dei tre che componevano il collegio (c’erano anche Valente, Presidente, e Paolini, consigliere, mai imputati di corruzione), occorre spiegare come e perche’ la corruzione di un giudice e’ stata determinante, posto che la sentenza e’ stata decisa dal Collegio di tre giudici”. Sempre nella sintesi si legge che “con il terzo motivo Fininvest contesta che l’eccezione di giudicato – che e’ l’altra faccia della questione della revocazione (poiche’ non e’ stato utilizzato l’unico mezzo idoneo a rimuovere la sentenza che aveva negato a Cir la spettanza delle azioni dei Formenton, non e’ possibile nessuna azione che presuppone la spettanza a Cir di quelle azioni) – e’ stata respinta dalla Corte milanese, incorrendo in un incredibile ‘infortunio’, e cioe’ scambiando un argomento di Cir (non identita’ delle due azioni, quella attuale e quella del 1990/91) con la tesi (del tutto diversa) accolta dal Tribunale (la transazione assorbe il giudicato)!” Anche il quarto motivo, prosegue la nota, riguarda “un’eccezione che, ove accolta, avrebbe reso improponibile l’azione di Cir. La Corte arriva a negare, contro l’evidenza, il carattere tombale della transazione: con la transazione le parti, volendo porre fine alla c.d. Guerra di Segrate, avevano definito qualsiasi contenzioso, presente o futuro, senza avere piu’ nulla a pretendere l’una dall’altra con riguardo all’appartenenza delle azioni del gruppo Mondadori/Espresso, e la transazione venne sottoscritta da Cir nella consapevolezza – sbandierata da Cir in sede penale – che la sentenza del gennaio ’91 potesse essere frutto di corruzione. Poiche’ per sua natura la transazione copre non solo liti in atto, ma anche possibili, Fininvest aveva sottolineato come l’azione di Cir non potesse essere esaminata se non chiedendo l’annullamento, una volta ‘scoperta’ la corruzione, della transazione del 29.4.1991; ma Cir voleva tenersi ben stretta la transazione che le ha dato Repubblica, L’Espresso e i giornali locali”. Con il quinto motivo “Fininvest dimostra come la Corte milanese, nel riscrivere la sentenza n. 259/91 abbia calpestato principi condivisi dall’unanime giurisprudenza e dalla stragrande maggioranza della dottrina di allora e abbia violato elementari principi processuali da sempre vigenti in materia di norme imperative che investono l’ordine pubblico economico”. Il sesto motivo “tratta della interruzione del nesso causale fra la sentenza romana – anche ammesso che fosse ingiusta – e danno di Cir. Proprio perche’ afferma che sarebbe evidente ed indiscutibile l’ingiustizia della sentenza romana, la Corte milanese non riesce in alcun modo a spiegare perche’ Cir, che aveva proposto ricorso per cassazione, vi rinuncio’ nonostante la sua ‘certa’ vittoria in Cassazione; ne’ riesce (e nemmeno prova) a spiegare perche’ tale rinuncia non abbia quanto meno contribuito a provocare il ‘danno’ lamentato da Cir”. Con il settimo e con l’ottavo motivo “(La responsabilita’ di Fininvest per l’illecito di Previti e per l’illecito di Berlusconi) si censura, sotto profili diversi, la riedizione delle presunzioni a catena (con annesso ritornello del ‘non poteva non sapere’) con le quali il Tribunale prima e la Corte milanese poi, mutuando il tutto dal primo giudizio penale, hanno affermato l’imputabilita’ a Fininvest, sia diretta che indiretta, della corruzione” mentre con il nono motivo “Fininvest censura la sentenza della Corte di Appello di Milano per aver accolto una domanda” di risarcimento per fatto illecito “quando sarebbe stata in astratto esperibile, al piu'” una di dolo incidente o di responsabilita’ precontrattuale: “azioni che, a tutto concedere, avrebbero provocato una condanna a cifre enormemente inferiori”. Nel decimo motivo invece “Fininvest dimostra come l’azione di Cir debba ritenersi prescritta per essere stata proposta oltre 13 anni dopo il verificarsi del presunto illecito, di cui peraltro la Cir ha dichiarato di essere stata consapevole fin dall’epoca in cui esso si sarebbe verificato”. Infine, si legge nella sintesi, nell’undicesimo motivo “Fininvest censura la condanna generica al risarcimento del danno non patrimoniale, una vera e propria “pena civile”, ignota all’ordinamento italiano” mentre “con il dodicesimo motivo e tutti gli altri a seguire fino al quindicesimo” la societa’ “contesta, sotto plurimi profili, il calcolo dell’abnorme danno liquidato a carico della societa’, dove la Corte va anche oltre quanto stabilito dalla Ctu; inventandosi perfino un danno ‘equitativo’ per l’ipotesi – definita irrealistica dalla stessa Cir – di una transazione conclusa con Cir vittoriosa nel giudizio romano”.

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