Risate milionarie – Intervista a Gino & Michele, autori di Zelig (Prima n. 420, settembre 2011)

Risate milionarie
Gino & Michele, la coppia di maggior successo dell’intrattenimento televisivo, che con il loro Zelig riescono ancora a fare audience da sogno sulla televisione generalista, rappresentano molto per il mondo dello spettacolo italiano. Grazie a un sistema che scopre i talenti, li allena con il cabaret, li lancia con la televisione, gli gestisce la carriera, e riempie i teatri e i cinema. Come è successo con Checco Zalone, la star del momento
Altri tre anni in prima serata su Canale 5. Nell’estate televisiva dei divorzi e delle migrazioni clamorose (Santoro sul mercato, la Ventura su Sky, Ruffini a La7, Fazio diviso a metà  fra la Rai e La7, la Dandini ‘cacciata’ e la Rai che decide di mettere nelle mani di Giancarlo Leone tutto l’intrattenimento), Mediaset chiude in cassaforte, a tripla mandata, il suo più potente pezzo d’artiglieria. ‘Zelig’ rimane lì dov’è, a presidiare la prima serata del venerdì (a meno di improbabili cambiamenti), a macinare ascolti record e soprattutto incassi pubblicitari da record. “Non sapremo dire quanto incassa la trasmissione”, si schermiscono Gino & Michele, con Giancarlo Bozzo autori storici del programma, “però sappiamo che per ogni puntata vanno in onda non meno di 60 spot. E sappiamo che il valore della raccolta pubblicitaria corrisponde a otto, nove volte, il costo della trasmissione”. Sapendo che ogni puntata del cabaret show costa circa un milione di euro, due banali moltiplicazioni permettono di stimare in otto-nove milioni di euro la raccolta per ogni singola trasmissione e, minimo, in 120 milioni i ricavi complessivi del programma, che dall’anno prossimo andrà  in onda in 15 puntate, tre più dell’anno scorso. Un’enormità  in assoluto. E ancor di più considerando i tempi di vacche magrissime per il mercato pubblicitario italiano.
‘Zelig’ è un fenomeno per tanti motivi. È arrivato alla quattordicesima edizione e non dà  segni di stanchezza; è un format totalmente italiano; piace a un pubblico trasversale per età  e più colto della media dei pubblici dell’entertainment tivù; è fatto da autori e attori di sinistra che non si sono mai pentiti di essere ospitati nelle reti di proprietà  di Berlusconi. Lo ‘Zelig’ televisivo è il capolavoro d’equilibrio, e di straordinaria efficacia teatral-televisiva, della premiata coppia Gino Vignali e Michele Mozzati: alle spalle 36 anni di lavoro in comune iniziati a Radio Popolare nel ’76, decine di trasmissioni e di libri, decine di artisti lanciati, l’invenzione del fenomeno Smemoranda (l’agenda diario su cui sono cresciute tre generazioni di studenti), la casa editrice Kowalski, la finanziaria Gut, l’agenzia Bananas per la gestione degli artisti e le attività  televisive, oltre, naturalmente, al piccolo locale di viale Monza a Milano, quello Zelig che ha dato forma all’ambizione di riprendere e rilanciare la tradizione del Derby, il cabaret milanese di Fo, Jannacci, Cochi e Renato, Teocoli, Abatantuono.
Passati i sessanta, Gino e Michele governano la loro piccola galassia da una mansardina in viale Ortles, periferia sud di Milano, in una palazzina dove qualche anno fa è stato concentrato il cuore organizzativo delle attività . A dispetto di una simbiosi artistica pluridecennale e senza incrinature, Gino è Gino e Michele è Michele. Ovvero, due sensibilità  e modi di vedere, anche la televisione. Gino più freddo, tagliente e riflessivo. Michele più caldo, irruente e ‘cazzaro’. Ma anche una coppia vera, con una straordinaria capacità  di usare le diversità  come moltiplicatore e di ‘fare sintesi’, riuscendo a far sorridere e soprattutto capendo dove alberga il talento. E a conti fatti anche il business, visto l’esito delle loro intraprese.
Prima – Mediaset vi ha messo sotto contratto per altri tre anni. Contenti, immagino. Cosa cambierà  nella prossima edizione di ‘Zelig’?
Gino Vignali – Ricomincia a gennaio 2012. Passiamo da 12 a 15 puntate. Dovremo farci un mazzo tanto, ma è un bel riconoscimento. Ora riprendiamo con ‘Zelig Off’, la trasmissione propedeutica, in seconda serata ‘morbida’.
Prima – Che vuol dire morbida, scusate?
Michele Mozzati – Che dovremmo iniziare alle 22,30 su Italia 1, e non scivolare verso mezzanotte, come ormai sembra normale, purtroppo.
Gino – Sulle seconde serate hanno tagliato qualsiasi investimento. Per problemi di costo, dicono. Noi siamo, per così dire, privilegiati, ma è davvero un errore. Era lo spazio per le sperimentazioni. Quando abbiamo iniziato noi, addirittura, eravamo nella cosiddetta terza serata. C’era una progressione logica: se il programma funzionava saltavi in seconda serata e poi in prima. Ora la cosiddetta seconda serata o è approfondimento o dilatazione della prima. E inizia all’ora della terza.
Michele – Non ci si rende conto che così si scaccia il pubblico: quello delle seconde serate di una volta oggi è il pubblico delle tivù digitali e tematiche.
Gino – Fa una certa impressione guardare gli ascolti dei canali digitali o satellitari. Anche quelli più noti, tipo Sky Cinema 1 o Fox Crime, stanno sotto l’1%. Basti dire che il più seguito è Boing, il canale per bambini, che fa l’1,13%. Però sono tanti, l’offerta è polverizzata.
Prima – Farà  una certa impressione a voi, che siete delle specie di mosche bianche della share. Sempre sopra il 20%.
Gino – La media dell’anno scorso è stata superiore, al 24%. Quindi diciamo che quasi sempre siamo stati sopra i sei milioni. Ma noi ci ricordiamo d’aver fatto anche 10 milioni, qualche anno fa.
Michele – L’andamento della tivù generalista è verso il basso, non si scappa. Noi siamo un po’ un’eccezione perché abbiamo un pubblico un po’ più giovane, qualificato, colto. Non è una trasmissione di nicchia. La nostra è una grande platea, eppure la percentuale di pubblico con bassa scolarizzazione è minima. Fra il nostro pubblico e quello di Raiuno c’è un abisso.
Gino – La qualità  del pubblico fa la differenza anche per il mercato pubblicitario.
Prima – Lo sanno bene anche a Mediaset, dove vi portano in palmo di mano.
Gino – Direi di sì. Non credo sia un caso l’offerta di un contratto triennale.
Prima – E quindi in questo momento di grandi rimescolamenti, cambi di casacca, migrazioni, con La7 che si presenta con Paolo Ruffini sulla tolda di comando e Mentana scatenato, la Rai che riorganizza tutta l’area dell’intrattenimento, Sky che punta sulla Ventura e il nuovo ‘X Factor’, voi siete, di fatto, fuori dal mercato.
Michele – Noi restiamo a Mediaset, dove abbiamo sempre potuto lavorare con grande professionalità  e autonomia. Può sembrare contraddittorio vedermi sul palco in piazza Duomo a festeggiare la vittoria di Giuliano Pisapia e poi firmare per Mediaset. Ma quando c’è da lavorare seriamente e occorrono referenti credibili e professionali, beh, in Mediaset ci sono. E lo testimoniano 25 anni di collaborazione.
Gino – Con Mediaset abbiamo iniziato ai tempi di ‘Drive In’, a metà  degli anni Ottanta.
Michele – In Rai abbiamo avuto solo due esperienze: ‘Su la testa’ con Paolo Rossi e prima la collaborazione con Andrea Barbato per ‘Va’ pensiero’.
Gino – Per la verità  ce n’è una prima, ed è stato il nostro debutto televisivo, nell’81 su Raitre Lombardia. Era un programma incredibile, pensando alla nostra storia. Si chiamava ‘Paese che vai’ e parlava delle feste popolari fra la Lombardia e il Canton Ticino. La regia era di Mascia Cantoni, una svizzera, e per la Rai ci seguivano Franco Iseppi, Romano Frassa e Folco Portinari. Davvero pazzesco ripensarci: noi due più questi tre intellettuali superprofessionisti della televisione per un programma protoleghista.
Prima – Forse vi ha guardato anche Bossi. Sta’ a vedere che è colpa vostra se è nata la Lega. Ma scusate, la firma per altri tre anni con Mediaset significa che ‘Zelig’ non potreste farlo altro che con loro? Se vi chiamasse la Rai, o La7, o Sky cosa rispondereste?
Gino – E chi può dirlo? In realtà  in 25 anni di rapporto con Mediaset abbiamo fatto davvero di tutto. E lo abbiamo fatto in autonomia, consegnando il prodotto finito. I rapporti con le reti – si trattasse di Italia 1 o Canale 5 – e con gli uomini che le hanno guidate e le guidano, sono sempre stati eccellenti.
Michele – Li vediamo due volte l’anno.
Prima – Beh, Mediaset però non vi tratta proprio da estranei. Lo show case d’apertura per la presentazione dei palinsesti del gruppo, quest’anno, era roba vostra.
Gino – Quest’anno hanno deciso di puntare sui volti di Canale 5. Inevitabile venire da noi.
Michele – Comunque io penso che ‘Zelig’ si potrebbe fare anche in Rai. Però va tenuto conto che è nato a Mediaset e che certi meccanismi non sono affatto scontati e replicabili. La Rai è più dispersiva, il progetto avrebbe fatto molta più fatica a partire. E poi la Rai è più presente sul prodotto. Il funzionario, ai nostri tempi, era quasi un autore. Era una figura che interveniva nel merito del programma, soprattutto a Raitre, ai tempi di Frassa, Voglino e del gran capo Guglielmi. In Mediaset il direttore di rete cura i palinsesti e segue alcune trasmissioni. Ma non le nostre. E del resto se il programma va bene e non crea problemi insuperabili non ha nemmeno bisogno di controlli. Noi siamo fuori dalla loro struttura di potere ma siamo anche affidabili. Credo.
Prima – Vi pungono, da sinistra, proprio per questo. Siete affidabili perché non date fastidio al grande manovratore. Perché fate una comicità  anestetizzata. È una satira indolore.
Gino – Anestetizzati? Chiariamo una cosa di fondo, allora. ‘Zelig’ nasce come una trasmissione che parte dalla tradizione del cabaret milanese. Che parte dal mitico Derby e dai suoi personaggi: da Cochi e Renato, Enzo Jannacci, Diego Abatantuono, Felice Andreasi. E sottolineo cabaret milanese, perché il cabaret italiano è già  un’altra cosa. In questo quadro la satira politica c’entra così e così. Noi abbiamo portato in tivù l’esperienza di un locale che ha ripreso e rinnovato questa tradizione. Ma questo, naturalmente, non vuol dire che non ci sia spazio per Paolo Rossi o che ci sia solo se gli mettiamo la mordacchia.
Michele – Quando sono venuti da noi Ficarra e Picone a proporre il loro pezzo su Angelino Alfano abbiamo detto sì, pur sapendo che qualche problema l’avrebbero creato.
Prima – Eccezioni alla regola di non disturbare.
Gino – La trasmissione è lo sfogo televisivo dello Zelig cabaret. Non è comicità  televisiva e non è parodia. È uno spettacolo con un suo taglio preciso che viene ripreso e proposto per la tivù. Con i suoi tempi teatrali e nel rispetto delle 2.400 persone che ci seguono dalle poltrone del teatro Arcimboldi di Milano. Non a caso non abbiamo mai avuto imitatori a ‘Zelig’, mentre l’ottima trasmissione della Dandini è costruita sugli imitatori. Nel cabaret l’imitatore non ci sta perché ci mette cinque ore al trucco e i tempi teatrali saltano completamente. Detto questo, se Corrado Guzzanti fosse disponibile a farci Tremonti, porte spalancate a ‘Zelig’. Sarebbe il sogno della nostra vita. Subito.
Michele – Per dire dell’ossessione del rispetto dei tempi, l’anno scorso abbiamo avuto qualche problema con la Cortellesi, che si doveva cambiare spesso. Perché per noi è fondamentale mantenere l’identità  di un programma che è fatto, in diretta, sul palcoscenico davanti a una platea di spettatori che hanno pagato 22 euro per assistere. Un biglietto vero, anche se a un prezzo popolare.
Prima – Praticamente siete fra gli impresari teatrali più grossi d’Italia, se non il più grosso.
Gino – La seconda puntata dello ‘Zelig’ del prossimo anno sarà  il centesimo spettacolo sul palco dell’Arcimboldi. È il quinto anno che siamo agli Arcimboldi e abbiamo sempre riempito la platea. Sono centinaia di migliaia di persone, contando che ogni puntata la registriamo in due giorni e che per ogni registrazione c’è un pubblico diverso. Fatti due conti, l’anno prossimo porteremo in teatro 75mila spettatori. Non so se sia un record, ma sono davvero tanti. Ecco, mi piace sottolineare anche questo fatto: siamo riusciti a valorizzare una struttura che, senza ‘Zelig’, avrebbe fatto un sacco di fatica a sopravvivere. Un teatro nato dove una volta c’era il centro prove dei pneumatici della Pirelli. Ce lo ha detto Cofferati, che alla Pirelli faceva il sindacalista negli anni Settanta.
Michele – Ogni registrazione è uno spettacolo live in teatro a tutti gli effetti. Gli spettatori non sono scimmie ammaestrate. Le interruzioni pubblicitarie durano al massimo un minuto. Giusto il tempo di asciugarsi il sudore sul palco.
Prima – Che rapporto avete con gli artisti che lanciate?
Gino – Dieci giorni fa ho visto lo spettacolo di Enrico Brignano a Cattolica. Biglietti da 35 a 55 euro e un tendone strapieno di 4mila persone. Un fenomeno. Anche Brignano è uno uscito da ‘Zelig’. Siamo stati noi a farlo venir fuori dal raccordo anulare. Poi lui ci ha messo del suo, perché è un talento.
Michele – Prendiamo Gioele Dix: adesso sta facendo una cosa straordinaria. Con i volti nuovi di ‘Zelig’ ha messo in piedi ‘Sogno di una notte di mezza estate’ di Shakespeare. Si ride da pazzi. C’è soddisfazione, certo. Perché abbiamo messo in moto una macchina che sta dando molto allo spettacolo italiano. E che si rinnova. Penso ad Ale e Franz, a Ficarra e Picone e allo stesso Gene Gnocchi, che è tornato a fare cose meravigliose.
Prima – Ma dopo 13 anni di trasmissioni e 35 di carriera cosa vi tiene al riparo dal rischio di invecchiare? Dal punto di vista artistico e creativo, intendo, perché i capelli bianchi li avete da un pezzo.
Gino – Ma la nostra più grande contraddizione è fare, a sessant’anni suonati, i direttori di Smemoranda, non di fare gli autori di ‘Zelig’, che tutto sommato ha un pubblico molto più vicino a noi degli adolescenti in età  da liceo. Tutto quel che facciamo ha questa contraddizione, ma a ben vedere mica è solo un nostro problema. È l’epoca dei giovani invecchiati. Pensiamo a Linus, che ha 54 anni, e a suo fratello Albertino, principe dei deejay da discoteca, che ha passato i 50. E Vasco Rossi allora? La contraddizione dell’età  vale per tutti quelli che si muovono in ambiti giovanili. Del resto che fai? O il pubblico invecchia con te o sei capace di proporre cose che attraversano le generazioni, come credo siamo in grado di fare noi.
Michele – Non c’è una ricetta: essere curiosi, mai lasciarsi vivere, altrimenti si finisce col frequentare solo gli ex compagni di classe.
Gino – I nostri compagni di classe sono tutti in pensione. Comunque la forza di questo tipo di lavoro è mantenerti vivo, non fermarti mai, ascoltare tutto quello che ti gira intorno. L’autore, rispetto a chi ci mette la faccia come gli attori, si brucia meno. Si conserva di più. A noi solo l’idea della pensione ci fa invecchiare di colpo. Anche se, confessiamolo, effettivamente siamo già  pensionati.
Prima – Avete deciso di ritirarvi?
Gino – Ma va’! È che la Siae, al compimento del sessantesimo anno – il peggiore dei compleanni, almeno per me – ti manda un bustone che ti avverte di essere diventato titolare della pensione minima degli autori ed editori. A me è arrivato proprio il giorno del compleanno. Prendo 620 euro di pensione Siae. Quando l’ho letto ho buttato tutto nel cestino. Poi però ho compilato il modulo, come si deve fare.
Michele – La busta è arrivata anche me, puntuale, l’anno dopo. Non si sono dimenticati.
Prima – Passiamo a un tema meno malinconico. Nel tempo voi due avete costruito una specie di piccolo impero diversificando attività  e investimenti. Dall’agenda Smemoranda, alla gestione dello storico locale Zelig di viale Monza, a Milano, alla casa editrice Kowalski, alla holding Gut, all’agenzia Bananas fino all’attività  televisiva. Un sistemone che regge all’urto del tempo e che invariabilmente ha al suo centro Gino & Michele. Come riesce ancora a funzionare?
Michele – Non siamo soli, tanto per iniziare. C’è Giancarlo Bozzo con cui abbiamo diviso l’avventura del locale e che è coautore di ‘Zelig’ tivù. C’è Nico Colonna cui fa capo Smemoranda. C’è Roberto Bosatra che guida Bananas. Ci sono le persone con cui lavoriamo e a cui vogliamo bene da anni e anni. Altrimenti non funzionerebbe niente.
Gino – Credo che la ragione sia la capacità  di fare comunità  e di lavorare in gruppo. Questa è la nostra principale caratteristica. Noi questa cosa l’abbiamo sempre avuta, fin dai lontanissimi tempi di Radio Popolare. E penso che questo sia il regalo più bello che ci ha lasciato il nostro passato nel movimento.
Prima – Bananas è un po’ il cuore organizzativo del sistema.
Gino – È una specie di United Artist della comicità  italiana. Oltre a noi, a Giancarlo Bozzo e Roberto Bosatra, partecipano, come soci, moltissimi artisti che hanno ‘fatto’ Zelig insieme a noi: Paolo Rossi, Lella Costa, Claudio Bisio, Giobbe Covatta e tanti altri.
Michele – L’idea risale al ’95. Il locale Zelig faceva molta fatica a campare. Avevamo solo 96 posti a sedere e noi, giustamente, ci ostinavamo a mantenere prezzi popolari. A quel punto abbiamo pensato a un’agenzia, offrendo a chi aveva creduto in Zelig la possibilità  di diventare socio nell’impresa. Ci sono stati quasi tutti. Chi non l’ha fatto si è mangiato le mani, dopo. Oggi a Bananas fanno capo le attività  televisive e di management degli artisti, oltre che la sede storica del locale, in viale Monza a Milano.
Prima – Una delle chiavi di longevità  della formula Zelig è la capacità  di scovare nuovi talenti, di fare scouting. Come funziona?
Gino – Checco Zalone, Gene Gnocchi, Gioele Dix, lo stesso Antonio Albanese: abbiamo avuto la libidine di vederli sul palco per la prima volta. Per me è un’esperienza fisica. Quando senti la pelle d’oca salirti addosso è fantastico. Vuol dire che il talento ce l’hai davanti. L’ultima volta che mi è capitato è stato con Checco Zalone.
Michele – Fare i provini, per noi, è diventato una specie di esercizio mistico. Sai che, prima o poi, qualcosa capiterà . Che si accenderà  una luce. Poi una volta che noi li abbiamo visti e approvati, i nuovi vanno a farsi le ossa nei laboratori di Zelig e in seguito affrontano un secondo provino, stavolta col pubblico. A quel punto, se funzionano, sono candidati al palco di ‘Zelig Off’. Infine, qualcuno riesce ad andare in prima serata.
Gino – Facciamo scouting una volta l’anno. In ogni ciclo ‘Zelig’ propone una decina di comici che il pubblico non conosce. Nell’ultima edizione sono stati il 60%. Come casting è quasi paragonabile a quello di un reality. Le accuse di mancato rinnovamento alle trasmissioni che funzionano non ci riguardano proprio.
Prima – Da una decina d’anni i produttori esterni sono i padroni della tivù generalista. La nuova direzione Intrattenimento della Rai sembra fatta, anche, per ridimensionare questo potere di condizionamento. E sono molti quelli che pensano che il declino della tivù generalista sia figlio di una caduta della qualità  del prodotto televisivo che dipende proprio dallo strapotere dei vari Presta, Ballandi, Caschetto.
Michele – E mettiamoci pure noi in questo elenco, allora. Qualche gelosia, qualche attacco c’è stato. Visto da fuori si può dire che anche noi imponiamo gli artisti gestiti da Bananas, ma non è così.
Gino – Bisogna intendersi bene prima di sparare giudizi. Prendiamo la tivù migliore che ci ricordiamo tutti e che tutti, forse, rimpiangiamo, quella di Angelo Guglielmi e della sua Raitre. Guglielmi ‘faceva’ la televisione, dava il tratto autoriale. I suoi funzionari stavano sempre sul pezzo. Ma è un modello che funziona se hai figure di quel livello, se hai qualità  professionale e visione. Altrimenti non è detto che sia meglio avere un funzionario o un direttore di rete ‘presenzialista’ sul prodotto. Se le persone non hanno qualità , questo interventismo diventa invadenza. Diventa livellamento verso il basso. Difficile dire se sia meglio o peggio della situazione attuale. Non puoi mettere in contrapposizione Gugliemi a Lele Mora o a un impresario. E poi andiamo a veder bene cosa significa, com’è fatto questo strapotere dei produttori esterni. Non è vero che è l’agente a fare le trasmissioni. Il programma lo fa Bonolis, non il suo agente Lucio Presta. Semmai il sottopotere degli agenti è riempire gli spazi vuoti.
Prima – Che vuol dire riempire gli spazi vuoti?
Gino – Che gli agenti usano il potere contrattuale che deriva dalla gestione di artisti di prima fascia per piazzare il resto della loro scuderia. Per infilare i ‘minori’ in palinsesto. È qui che si vede la debolezza attuale della tivù generalista.
Prima – E secondo voi dove sta andando questa tivù generalista di cui siete, ancora, fra i pochi campioni senza crisi d’ascolto e di credibilità ?
Michele – Grazie per il complimento, ma io non sono granché ottimista. Penso che la tivù generalista ci sarà  sempre, magari perdendo per strada altri pezzi di audience, ma proseguendo in una mutazione pericolosa, che non mi piace per niente: quella della confusione sempre più esasperata fra realtà  e fiction. Sarà  anche vero che il reality è in crisi, ma guardando quello che propongono le reti generaliste il modello è dilagato ovunque. Dai telegiornali che per metà  raccontano cazzate sugli animali domestici, il guinness dei primati e per l’altra metà  fanno cronaca sanguinolenta, ai programmi della De Filippi, dove la gente, i ragazzini vanno in scena a raccontare le loro sfighe e a rinfacciarsi i tradimenti, è tutto volutamente ambiguo, confuso, finto. La cosa di cui vado orgoglioso di ‘Zelig’ è che vedi un palco e che il confine è chiaro: ci sono degli artisti che fanno al meglio il loro mestiere, se ci riescono. È uno spettacolo, con un inizio e una fine. Punto.
Gino – Io sono meno catastrofista di Michele. Penso che quando milioni di ragazzi guardano programmi come quelli della De Filippi occorra chiedersi perché. Senza pregiudizi e senza pensare che si tratti di un pubblico di cretini. Io trovo che alcuni nuovi canali del digitale terrestre, come Rai 4 e Rai 5, siano di grandissima qualità . E penso, anche, che con un’offerta televisiva così estesa sia impossibile che qualcuno non trovi qualcosa che lo acchiappi, non trovi il ‘suo’ programma. Detto questo, per noi è una grandissima soddisfazione andare in onda contro centinaia di programmi. E sapere che c’è più di un quarto del pubblico che vede la tivù sintonizzato su di noi.
Michele – Di questo sono felice anch’io. Però non mi fa cambiare idea. Che operazione fa Chiambretti, che pure stimo e mi sta simpatico, quando intervista Mourinho e gli piazza vicino una checca travestita? Stiamo guardando un’intervista o un siparietto di esibizionismo gay da baraccone? Il trash può essere l’ingrediente di un programma, non l’intero contenuto. Cosa rappresenta la presentatrice di un talk del mattino che si improvvisa psicologa di coppia, con il pubblico che fa il tifo per l’uno o l’altra disgraziata che va a piangere in diretta? Il vecchio motto ‘tutto quanto fa spettacolo’ in realtà  è pericolosissimo. Starò invecchiando davvero, ma mi sa che il futuro della tivù è la radio.

Intervista di Ivan Berni

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