A cena coi pirati – Intervista a Jay Bahadur, giornalista in Somalia (Prima n. 422, novembre 2011)

A cena coi pirati
“Sei matto”, dicevano gli amici a Jay Bahadur, 27 anni, canadese, aspirante giornalista, quando raccontava del viaggio che stava organizzando in Somalia a caccia dei pirati che tengono sotto scacco un punto nevralgico per i commerci internazionali qual è il Golfo di Aden.
Fenomeno, quello della pirateria, che non può essere certo rubricato tra le storie esotiche di sapore salgariano. Basti pensare che solo l’anno scorso sono state più di una cinquantina le navi dirottate, più di 4mila i marittimi attaccati, più di mille gli ostaggi. Per non parlare dell’ammontare dei riscatti: 9 milioni di dollari pagati per il rilascio della nave Mv Samho Dream, circa 14 milioni di dollari per liberare la Mv Irene Sl.
In un’epoca che ha cambiato sostanzialmente le regole del gioco giornalistico, rendendole spesso più spregiudicate e impalpabili di quanto già  non fossero, Jay Bahadur ha puntato tutto su uno degli angoli più pericolosi del mondo – la Somalia – per esordire come cronista avventuroso. Risultato: dopo aver pubblicato articoli sul Times, il New York Times, il Financial Times e molte altre testate, dopo essere stato a sua volta intervistato dalle grandi catene televisive di lingua inglese come la Cnn, Abc e Bbc, ha ora firmato un libro – ‘Deadly Waters: Inside the Hidden World of Somalia’s Pirates’ – in cui racconta un mondo connesso con la criminalità  politica organizzata. Seguito, protetto e soprattutto guidato da Mohamad Farole, figlio del presidente del Puntland (la regione nord-orientale della Somalia che ha dichiarato l’autonomia dal 1998) e fondatore di un’emittente, radio Garowe, e di un sito di notizie on line tra i più importanti del Paese, che sono un efficacissimo biglietto da visita per i giornalisti stranieri.
È dal 1991 che la Somalia non ha un governo effettivo e il territorio è diviso tra i signori della guerra, ognuno dei quali a capo di un clan. I ricchi Paesi musulmani assicurano un costante flusso di denaro allo scopo da una parte di mantenere diviso il Paese e dall’altra di garantirne l’ubbidienza e l’osservanza all’Islam. Il tutto intersecato da interessi privati e internazionali, con la complicità  opaca di diplomazie e servizi segreti. Insomma, una vera fucina di delinquenza, terrorismo e fanatismo che stringe in una morsa una popolazione stremata dalla più grave siccità  degli ultimi sessant’anni e da una immane carestia, che secondo l’allarme dell’Onu mette a rischio la vita di 750mila persone.
Nel Puntland, dove si concentra la pirateria, Mohamad Farole figura come una sorta di ministro dell’Informazione e ‘facilitatore’ di contatti con i pirati. Jay Bahadur ha avuto la fortuna e il buon senso di affidarsi a lui. Intervistato dalla nostra collaboratrice a Melbourne, durante il tour di presentazione del suo libro, Bahadur spiega come sia possibile che un giovane dotato e ambizioso possa oggi diventare una star del giornalismo.
Prima – Come e quando le è venuta voglia di fare il giornalista? E come ci è poi riuscito?
Jay Bahadur – In Canada ci sono diverse scuole di giornalismo che durano due anni e costano sui 10mila dollari l’anno e da cui esce la metà  dei nuovi giornalisti professionisti. Io stesso ci avevo pensato ma poi ho capito che sarebbe stata una gran perdita di tempo.
Prima – E così ha deciso di partire per la Somalia!
J. Bahadur – In un corso di giornalismo mi ero occupato dei pirati somali, argomento che aveva cominciato ad appassionarmi. Cominciai quindi a organizzare il viaggio. Nel 2009 ne feci due di sei settimane ciascuno e, con mia grande sorpresa, non trovai un solo giornalista nonostante i giornali fossero pieni di notizie sui pirati.
Prima – Che tipo di contatti ha cercato?
J. Bahadur – Ho provato a contattare tutte le agenzie di stampa e le università , ma spesso il telefono suonava a vuoto. Poi ho mandato una mail a quello che sarebbe diventato il mio compagno di viaggio, Mohamad Farole.
Prima – Il figlio del presidente del Puntland. Beh, mica male come punto di riferimento.
J. Bahadur – Mohamad Farole è stato un elemento fondamentale per la mia sicurezza. In Somalia dominano i clan e, essendo ospite di Mohamad, venivo automaticamente associato al clan al potere. Avevo le mie guardie del corpo, ma in realtà  a proteggermi davvero era l’appartenenza a quella famiglia. Ogni atto contro di me sarebbe stato interpretato come un attacco a quel clan. In più il contatto con Mohamad mi ha permesso d’incontrare e intervistare funzionari e ministri altrimenti inaccessibili e lo stesso presidente del Puntland.
Prima – Come si è preparato prima di partire?
J. Bahadur – Ho studiato a fondo l’argomento, ma per gli aspetti pratici mi sono affidato a Mohamad, il mio ospite. Sapevo che sarebbe stato lui il mio interprete e che si sarebbe occupato di trovare due guardie del corpo per la mia sicurezza.
Prima – Nel suo libro dice che questa missione è stata un successo inaspettato. Perché?
J. Bahadur – Partendo non avevo idea di cosa avrei trovato, cosa aspettarmi, ma sono stato fortunato nell’imbattermi nella storia quasi perfetta di Boyah, un pescatore che si era trasformato in pirata e che, dopo aver attaccato oltre 25 navi, si diceva pentito.
Prima – Come è entrato in contatto con i pirati?
J. Bahadur – Molti di loro appartenevano allo stesso clan del mio ospite. La cosa difficile, semmai, è convincerli a incontrarti. Non sono molto affidabili negli appuntamenti, come del resto tutti i somali.
Prima – Quando li ha conosciuti, che idea se ne è fatto?
J. Bahadur – Fino a quel momento avevo letto rapporti che parlavano dei pirati come di pazzi assetati di sangue e costantemente ubriachi. Io, invece, li ho trovati piuttosto calmi e maturi.
Prima – Nel libro racconta di aver scoperto in Somalia uno strumento eccezionale per intervistare i pirati: la droga locale, il khat.
J. Bahadur – Tutti i somali masticano il khat, una droga leggera utile per far sentire i pirati a proprio agio durante le interviste. Per me non è stato facile farmi accettare, anche perché mi serviva sempre un interprete.
Prima – Il Boyah a cui lei si riferisce, il pescatore diventato pirata e poi pentito, non era la prima volta che si faceva intervistare.
J. Bahadur – Boyah era considerato una specie di portavoce dei pirati e ci teneva a raccontarmi la sua storia e a dire la sua verità . Gli altri non erano molto interessati a me, mi parlavano soltanto per fare un favore al figlio del presidente. Ed erano piuttosto chiusi, era difficile avere risposte precise. Il khat aiutava molto.
Prima – Come controllava le informazioni che le davano?
J. Bahadur – Era sempre difficile accertarsi che dicessero la verità . I pirati esagerano o nascondono quello che fanno. Il modo più semplice per verificare quanto c’era di vero in quello che raccontavano era cercare le notizie sulle navi attaccate, leggere i rapporti delle organizzazioni marittime e quelli sulla pesca legale e illegale. A volte, però, è stato impossibile fare una verifica.
Prima – Come è riuscito a sfondare sulle maggiori testate quotidiane di lingua inglese?
J. Bahadur – Il New York Times e il Financial Times mi hanno contattato loro. La mia prima intenzione era quella di scrivere un libro sulla Somalia, tanto che durante il primo viaggio ho buttato giù la bozza di un primo capitolo. Poi l’ho mandata in giro e ho finito per venderla al Times. Ai giornali mi presentavo dicendo che avrei scritto un libro sulla pirateria, agli editori mostravo gli articoli per convincerli a pubblicare il libro che avevo in testa. Dopo aver pubblicato sul Times ho firmato il contratto con l’editore per il libro. Poi mi ha chiamato il Financial Times per chiedermi di tornare in Somalia per loro e il New York Times mi ha commissionato un articolo sulla pirateria.
Prima – Si è sempre fidato ciecamente del suo ospite?
J. Bahadur – Diciamo che dipendevo molto da lui visto che non mi faceva muovere un passo da solo e che nel primo viaggio non avevo neppure un mio telefono. A volte mi sono sentito frustrato e trattato come un prigioniero. Anzi peggio, come un bambino.
Prima – Qual è stata la difficoltà  maggiore da superare?
J. Bahadur – La barriera linguistica. Non parlando una parola di somalo mi dovevo affidare interamente al mio compagno di viaggio Mohamad che però, a sua volta, non parlava molto bene l’inglese. Mi sono reso conto che alcune espressioni, che sarebbero state fondamentali per capire le attività  dei pirati, venivano a volte mal tradotte.
Prima – È vero che anche il dipartimento di Stato degli Stati Uniti si è rivolto a lei per saperne di più sui pirati?
J. Bahadur – Volevano sapere come lavorano, le loro strutture, chi li finanzia, come muovono i soldi. Paradossalmente gli americani non sono molto informati su quello che succede in Somalia. È difficile avere agenti laggiù e i somali mentono sempre, specialmente agli stranieri.
Prima – Qual è il suo prossimo progetto di lavoro?
J. Bahadur – Sto lavorando a Journalist Nation, un sito web di giornalismo partecipativo. Vorrei che diventasse una piattaforma video in cui inserire vari contributi di qualità . L’idea è quella di spingere le persone capaci di produrre dei video interessanti a inserire anche i loro commenti su quello che filmano per farne un lavoro giornalistico completo. Poi sto lavorando a una sceneggiatura sulla pirateria somala e sono sempre in giro per presentare il mio libro.

Intervista di Roberta Giaconi

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