Rubare è un reato anche sulla Rete – Intervista a Gina Nieri, consigliere di amministrazione di Mediaset (Prima n. 422, novembre 2011)

Rubare è un reato anche sulla Rete
L’industria audiovisiva scatena la lotta contro Google. Sulla punta della spada da samurai c’è Gina Nieri di Mediaset, pronta a sbarcare a Bruxelles per convincere il Parlamento europeo che i contenuti, ovunque veicolati, devono essere legali. E che è necessario ridefinire la filiera dei diritti attraverso la revisione del copyright perché “strizzare l’occhio alla pirateria mette a rischio la produzione originale di contenuti che è alla base della cultura dei popoli”
Basta guardarla dritta negli occhi per capire che Gina Nieri, consigliera d’amministrazione di Mediaset, è totalmente indifferente alle lusinghe. Ti guarda con quegli occhi vasti e scurissimi, ed è implacabile. Piaccia o non piaccia. E si muove di conseguenza. Piaccia o non piaccia.
Il suo titolo è non solo altisonante ma effettivo: direttore divisione Affari istituzionali, legali e analisi strategiche. Che è come dire che, con pochi altri, ha il compito non solo di difendere i territori conquistati dal Biscione ma di lavorare per allargarli giocando, quando occorre, da lobbista dura ed esplicita. In questo momento il suo maggior impegno è di rompere l’assedio che i big player della Rete hanno organizzato attorno alle televisioni per cercare di appropriarsi dei loro contenuti.
Il calo pubblicitario – effetto della crisi che ci sta torturando ormai da tempo – è una preoccupazione che qualsiasi manager televisivo non può trascurare. Qualche dato? Se nel 2006 gli spot rappresentavano il 91% dei ricavi Mediaset, l’anno scorso erano scesi al 76%, secondo quanto scrive e prova l’analisi dei bilanci delle emittenti televisive elaborata da R&S-Mediobanca. E i numeri dei primi nove mesi del 2011 sono anche peggio. E se Atene piange, Sparta non ride: la Rai in cinque anni ha accusato una diminuzione di 200 milioni di introiti pubblicitari all’anno. Roba da spararsi. Ora – e da un bel pezzo – ci si è messa anche la Rete. E per essere più specifici: Google. Una sanguisuga gigante che succhia contenuti senza aver pagato un centesimo nel costosissimo processo produttivo (per fare un esempio, una prima serata di intrattenimento di buona qualità  costa tra i 600mila e gli 800mila euro) e che però guadagna senza limiti per il fatto di riprodurre quei contenuti sulle proprie piattaforme che a loro volta vantano una crescente raccolta pubblicitaria.
A essere seriamente preoccupati sono in tanti perché la filiera produttiva dei contenuti è affollata: dagli autori ai cantautori, dai produttori di cinema e di fiction ai registi, dagli attori agli editori. Non sarà  certo un caso se anche la Fieg si è rivolta all’Autorità  antitrust proprio per protestare contro l’abuso di posizione dominante di Google.
Il fatto che Mediaset si sia intestata la guerra contro Google ha però lasciato freddini gli altrove bellicosi difensori del diritto (e dei diritti d’autore). Si sa: Mediaset corrisponde a Berlusconi e qualsiasi cosa provenga da quella parrocchia fa arricciare il naso ai molti nemici. Ma Gina Nieri non sembra farci caso. E con a fianco l’associazione delle televisioni commerciali europee (Act, Association of commercial television), che dal 1989 rappresenta gli interessi del settore della radiodiffusione commerciale con 32 aziende associate attive in 34 Paesi, ha indossato la divisa da samurai, ha impugnato la lunga spada affilata e ricurva ed è pronta a sbarcare a Bruxelles per convincere il Parlamento europeo di un principio che lei spiega in poche, semplicissime parole: “rubare è rubare, anche se lo fai sulla Rete”. E lei è disposta a tutto pur di farlo capire anche ai burocrati europarlamentari.
Prima – Signora Nieri, siamo alla guerra dichiarata e lei è pronta a salire sull’aereo per Bruxelles dove guiderà  la grande lobby a difesa dei contenuti.
Gina Nieri – Si è in effetti formato un fronte coeso delle principali televisioni commerciali europee associate all’Act che si sta muovendo per sensibilizzare la Commissione europea sulla difesa dei nostri contenuti e dei diritti. Ne fanno parte, insieme a Mediaset, le reti francesi Canal Plus, M6, Tf1; le britanniche BSkyB, Itv; le spagnole Telecinco, Cuarto; le tedesche Rtl, Sat1, Pros7. Con uno slogan la chiamiamo la lotta contro Google, ma in realtà  la nostra si inserisce nella più grande partita che non è solo della televisione ma di tutta l’industria audiovisiva – musica, cinema, video e televisione – che si batte contro la pirateria.
Prima – Mi piacerebbe capire la tattica e la strategia di questa battaglia.
G. Nieri – Vogliamo che i contenuti ovunque veicolati siano legali e che ci sia una parità  di condizioni concorrenziali su tutte le piattaforme. Un punto d’arrivo che contiamo di raggiungere attraverso una riforma della normativa del diritto d’autore adeguata al tempo della banda larga e una regolamentazione di Internet, per far sì che anche sulla Rete siano garantiti il copyright, la tutela dei minori e il diritto alla privacy come negli altri media. Sono temi cruciali sui quali occorre che ci sia una posizione forte dell’Europa che renda automatica, da parte dei Paesi, un’applicazione rigida di alcune norme.
Prima – Sta facendo riferimento anche a regole che riguardano la pubblicità ?
G. Nieri – La televisione è l’unica realtà  che ha tetti contingentati di affollamento, a differenza della stampa che regola la sua foliazione sulla base delle pagine pubblicitarie raccolte. E anche Internet non ha alcun limite. In un mondo concorrenziale come il nostro, non ci possono essere disparità  tra i media. Se c’è un tormentone in Europa è quello del ‘level playing field’, per cui tutte le attività  che hanno a che fare con la comunicazione dovrebbero avere parità  di regole. Se noi che lavoriamo nel mercato televisivo abbiamo delle regole, non si capisce perché altre piattaforme siano libere di muoversi senza nessun vincolo. La diversità  di trattamento giuridico produce un’inevitabile ed evidente distorsione del mercato.
Prima – Vi accusano di voler mettere le briglie a Internet.
G. Nieri – Non ce lo sogniamo nemmeno! Ma non mi pare di dire nulla di scandaloso se affermo che la priorità  sia quella di creare un vasto movimento di opinione per la responsabilizzazione della Rete e per far capire che rubare è un reato dovunque e da chiunque venga commesso. Anche su Internet. Si tratta insomma di una battaglia culturale e civile.
Prima – A Bruxelles siete impegnati in un roadshow al Parlamento europeo per presentare le ricerche sui sistemi Paese da cui emerge la centralità  della televisione, anche nell’era del web, e il suo ruolo di motore della produzione di contenuti originali.
G. Nieri – A debuttare è stato BSkyB che, ad aprile, ha esposto lo studio sul mercato inglese realizzato in tandem con Itv. Per quel che riguarda noi di Mediaset, il 23 novembre presentiamo la ricerca ‘Italy: a media creative nation’, realizzata da Isicult, che abbiamo già  illustrato un mese fa a Roma e che voi stessi avete pubblicato sull’ultimo numero di Prima Comunicazione. A inizio del prossimo anno sarà  il turno di Telecinco e della Spagna, e più avanti chiuderanno il cerchio le reti francesi e quelle tedesche. Un puzzle che stiamo componendo perché ci siamo resi conto che a Bruxelles si tende a sottovalutare la televisione, mentre è necessario e vitale far capire al legislatore europeo quale sia veramente lo stato dell’arte.
Prima – Mentre cercate di alfabetizzare l’Europa, la Corte di giustizia della Ue ha emesso una sentenza che immagino sia per voi piuttosto inquietante e nella quale ha deliberato a favore dell’uso di schede e decoder stranieri sul proprio territorio, come faceva un pub di Portsmouth che usava una piattaforma pay tv greca per trasmettere partite della Lega calcio inglese.
G. Nieri – Non commento la sentenza che peraltro è di difficilissima interpretazione, ma mi domando perché una piattaforma debba spendere un mucchio di soldi per conquistare i diritti sportivi se poi non viene difesa l’esclusiva che ha pagato. Sono due i pilastri su cui si fonda il modello di business dell’audiovisivo mondiale: la remunerazione della proprietà  intellettuale e le esclusive. Stiamo invece assistendo con preoccupazione a una sorta di ammorbidimento delle normative sui diritti, tanto da favorire la pirateria che è il virus che uccide il nostro business.
Prima – Secondo lei da cosa dipende questa tendenza della giurisprudenza europea?
G. Nieri – Credo che ci sia un generale problema di impreparazione rispetto alle continue trasformazioni legate all’evoluzione tecnologica con cui tutti noi dobbiamo fare i conti. Ma c’è anche il fatto che rispetto al digitale, alla banda larga, la televisione passa per essere un settore industriale meno interessante, antiquato. Mentre la nostra ricerca dimostra proprio il contrario.
Prima – Insomma a Bruxelles la priorità  è lo sviluppo della banda larga.
G. Nieri – E come conseguenza la Commissione europea sembra molto più attenta alle infrastrutture che non ai contenuti. Contenuti che vengono presi in considerazione solo in quanto volano per invogliare la gente ad andare su Internet e incrementare la domanda di connessioni. A mio giudizio si tratta di un approccio pericoloso utilizzato dalle lobby di tlc e degli aggregatori per avere ambienti regolatori più favorevoli. Il problema nasce quando i contenuti televisivi vengono diffusi – come fa Google – attraverso piattaforme che li mettono illegalmente a disposizione del pubblico, e cioè senza riconoscere i dovuti diritti a chi ha prodotto quei contenuti.
Prima – Google, il gigante della Rete da 29 miliardi di fatturato, sembra che vi stia procurando dei problemi seri.
G. Nieri – Non ci spaventa la presenza dei colossi del search e dei social network. Google, del resto, è polifunzionale trattandosi di uno straordinario motore di ricerca e di un abilitatore di tecnologia. Adesso stanno promuovendo una vasta campagna a sostegno delle piccole e medie imprese per trasformare l’uso di Internet in un fattore di produttività  e di competitività . Tutte attività  che considero decisamente apprezzabili. Ciò che noi contestiamo, sia a Google sia ad altri aggregatori, è di utilizzare contenuti televisivi avendo il nostro stesso modello di business, cioè vendendo la pubblicità  in relazione ai contatti ottenuti. Con la differenza che loro non pagano o pagano pochissimo i contenuti su cui fanno business, sostenendo di non avere nessun dovere in quanto non editori. Insomma rivendicano la loro essenza di semplici hosting di contenuti e per questo ricadono nell’ambito di regolamentazione della direttiva e-commerce. Mentre noi siamo regolati dalla direttiva sui servizi audiovisivi. Secondo i miei parametri giuridici, culturali e industriali questo si chiama sfruttamento illegale dei contenuti e concorrenza sleale.
Prima – Che siate determinati a battervi casa per casa lo avete dimostrato quando vi siete rivolti alla magistratura per costringere Google a rimuovere i vostri programmi da YouTube. Perdoni l’ingenuità : ma non era più conveniente per voi restarci massimizzando i volumi dei vostri contatti on line?
G. Nieri – Mi spieghi lei, semmai, perché avremmo dovuto essere interessati a restare su YouTube con i nostri prodotti se questo significava sottrarre tempo di visione alle nostre televisioni e, di conseguenza, subire un danno di introiti pubblicitari? La filosofia di Mediaset è di distribuire i nostri prodotti dovunque la gente li guarda, con il presupposto che ci sia la nostra pubblicità  e sia la nostra pay a incassare gli abbonamenti. Google ci avrebbe dato il canale, ma non ci avrebbe permesso la raccolta pubblicitaria. E allora quale sarebbe stato il nostro guadagno? Chi vuol vedere i nostri programmi li trova esclusivamente sul nostro sito Mediaset.it e nel servizio on demand di Premium Net Tv. Stiamo incrementando i nostri programmi on line, perché siamo convinti che ci sia un mercato importante anche per noi.
Prima – Rai e La7 seguono politiche opposte. La Rai da diversi anni ha dei canali su YouTube, tra i più cliccati del portale, con un accordo di revenue sharing sulla pubblicità .
G. Nieri – È un accordo fatto da Rai Net quando il fenomeno Google era agli albori, ma credo che la politica della Rai sulla Rete sia in movimento. E se interpreto bene ciò che ha detto alla presentazione romana della nostra ricerca Giancarlo Leone, neo responsabile dell’intrattenimento Rai (il che corrisponde a un bel po’ di milioni di euro di investimenti in prodotti), ho proprio l’impressione che le loro logiche coincidano con le nostre.
Prima – C’è anche La7 che ha portato tutti i suoi contenuti su YouTube dove, addirittura, carica programmi per intero.
G. Nieri – Che cosa produce La7? Molta informazione e un po’ di intrattenimento, ma il volume del loro investimento non è paragonabile al nostro. Poi, ogni gruppo ha il suo progetto culturale e di business.
Prima – Adesso Google si è candidato a fare il player del video globale con Google Tv. Lei che idea se ne è fatta?
G. Nieri – L’hanno annunciato alcuni mesi fa, ma mi sembra che il processo si sia inceppato. La Google Tv è un search applicato ai video, una sorta di gigantesco indice che mette a tua disposizione i contenuti dell’audiovisivo mondiale e ti dice dove puoi trovare quel certo programma.
Prima – A sentirla così pare un progetto molto interessante.
G. Nieri – Per ora siamo all’effetto annunciato. La strada mi sembra ancora un po’ lunga anche perché i network e le major americane hanno diffidato Google dall’indicizzare i propri contenuti. Era ora che anche gli americani si svegliassero.
Prima – Stando ai loro annunci, Google Tv produrrà  anche contenuti originali per un investimento di 100 milioni di dollari per diversi canali.
G. Nieri – Non vorrei sembrarle arrogante, ma a me pare una bagatella! Mi spieghi lei dove pensa possano andare con 100 milioni di dollari sul mercato internazionale. Si tratta di briciole confrontate col loro fatturato: è quanto investiamo noi nel cinema italiano in un anno. Google Tv sarà  un indicizzatore di contenuti, tutto il resto sono favole.
Prima – Ma diciamola tutta: Google può diventare una minaccia per il vostro business pubblicitario. Divora circa la metà  del fatturato di Internet (500-600 milioni nel 2010, secondo le stime della vostra ricerca) e crescerà  ancora mentre i ricavi televisivi sono in declino.
G. Nieri – Google è una minaccia per tutto il sistema e fa cassa lucrando sulle major e sulle televisioni con la differenza che noi reinvestiamo i nostri utili in nuovi contenuti. Mediaset ogni anno finanzia con 1,2 miliardi cinema, fiction e intrattenimento italiano ed europeo. Per quanto ci riguarda è soprattutto una minaccia per la legalità . Quanto alla pubblicità  che toglie al mercato delle televisioni, sono risorse sottratte alla produzione di contenuti originali.
Prima – Si spieghi meglio.
G. Nieri – Il rischio è l’impoverimento delle fonti di ossigeno della produzione originale, un fatto che nessun Paese civile dovrebbe permettere perché nel prodotto originale c’è la cultura dei popoli. L’Europa è la patria dell’eccezione culturale, ma non si accorge che si rischia una nuova colonizzazione via Internet.
Prima – C’è anche il lavoro di chi fa cinema, fiction e intrattenimento. Vi siete decisi ad alzare le barricate, ma non vi siete svegliati un po’ troppo tardi?
G. Nieri – Non lo credo affatto. Ripeto: è necessario ridefinire la filiera dei diritti attraverso la revisione del copyright. Siamo pronti a fare la nostra parte, ma non si deve cancellare il modello di business dell’audiovisivo sulla spinta della gratuità  della Rete, che è il modo per strizzare l’occhio alla pirateria.
Prima – L’altro filone che promuovete è la chiusura dei siti che caricano materiali piratati.
G. Nieri – Internet non è un totem, ma una piattaforma dove devono valere gli stessi diritti e doveri delle altre e dove gli attori devono giocare pulito e ad armi pari. Ribadisco: rubare è un reato anche sulla Rete.
Prima – Ritiene efficace il regolamento messo a punto dall’Agcom, con lo scopo di arginare la pirateria on line, che è alla consultazione degli operatori?
G. Nieri – È un ottimo testo, ma ci aspettiamo che la stesura definitiva sia più coraggiosa e inserisca la parte mancante che riguarda lo spegnimento dei siti esteri. Uno dei grandi ostacoli alla regolamentazione di questo mondo è che i signori aggregatori sono aziende globali ed è molto difficile stringerle in normative nazionali.
Prima – Tutta l’Italia internettiana è insorta quando Calabrò aveva previsto tale ipotesi nella bozza originaria. Tanto che l’Agcom ha dovuto battere in ritirata.
G. Nieri – Si disse che la norma era ispirata da un intento punitivo contro la Rete, il che è una grandissima stupidaggine. Non siamo contro la Rete, siamo per un Internet legale. E la nostra battaglia in difesa del prodotto originale, che vuol dire poter rendere disponibili anche in futuro contenuti di qualità , è molto più friendly nei confronti degli utilizzatori del web, che non i comportamenti di chi lucra sui contenuti piratati.
Prima – Lei da anni lavora a Bruxelles, per cui avrà  certamente seguito la battaglia che ha sostenuto Mario Monti, appena nominato presidente del Consiglio, quando era commissario all’Antitrust contro il monopolio di Microsoft. Lei pensa che Monti, se fosse ancora in quella posizione, avrebbe sostenuto le ragioni della lotta degli editori e dei broadcaster nei confronti di Google e dei vari aggregatori?
G. Nieri – Monti è un uomo che conosce il mercato e che ha a cuore l’Europa. Quello di cui sono sicura è che avrebbe sostenuto la legalità .

Intervista di Anna Rotili

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