Io sto con la Rai! – Intervista a Lucia Annunziata, giornalista Rai (Prima n. 422, novembre 2011)

Io sto con la Rai!
“Nel dopo Berlusconi la Rai potrà  confrontarsi con la concorrenza e difendersi, questa crisi è un’occasione unica di cambiamento e di riscatto”, dice Lucia Annunziata, che intanto è riuscita a strappare uno spazio importante, dalle 20 alle 20,30, per raccontare su Raitre i primi passi del governo Monti, i mal di pancia del Pdl, i balletti di Di Pietro e i batticuore del Pd. Convinta che il suo rivale non sia il ‘Tg1’ ma il telegiornale di Mentana
L’approdo di Lucia Annunziata in un orario televisivo di gran traffico ha creato scompiglio, tanto che Antonio Di Bella, fresco direttore della terza rete Rai, ha dovuto minacciare le dimissioni per forzare il blocco. Un blocco che sulle prime sembrava di granito: no all’Annunziata alle 20 tutte le sere, ma che roba è questa!, proprio nel terreno di pascolo del Tg1; no alla seconda serata di Fazio il lunedì, che bisogno c’è?; no alle due seconde serate di Luisella Costamagna nel prossimo febbraio, potrebbe infastidire Bruno Vespa. Le giornate di venerdì 11 e sabato 12 novembre scorsi hanno scritto un’altra pagina poco edificante dell’infinito feuilleton della nostra televisione di Stato. E solo la contemporanea caduta da cavallo (sì, in questo caso proprio quello di viale Mazzini!) di Silvio Berlusconi ha sciolto infine il nodo in favore del buon senso. Cioè di Di Bella che intende dare flessibilità  al palinsesto di Raitre, innovando, sperimentando, cambiando, seguendo l’attualità . Si è piegata Lorenza Lei, direttore generale, ha chinato il capo Augusto Minzolini che già  prepara gli scatoloni, ha fatto spallucce l’immortale Bruno Vespa.
E così Lucia ‘la Pasionaria’ ha cominciato, lunedì 14, ‘La crisi. In 1/2 h’ dalle 20 alle 20,30, a raccontare i primi passi di Monti, i mal di pancia del Pdl, i balletti di Di Pietro. Dice che il Tg1 non è un rivale, caso mai lo è Mentana (e tutto il pacchetto Di Bella è costruito per contrastare la rimonta di La7, anche Fazio il lunedì contro Lerner) e che il suo ‘La crisi In 1/2 h’ quotidiano è una scommessa di nicchia (ma da sette anni l’edizione domenicale fa il 10% con 1,7 milioni di spettatori), insomma sceglie il low profile, che dev’essere il frutto di un insieme di cose: la certezza delle proprie capacità , l’età  matura, qualche schiaffone preso durante una carriera avventurosa. Avventurosa e anomala: cominciata tardi, interrotta e poi ripresa quattro volte, amata ma non voluta.
Ecco la piccola Pasionaria a Sarno, ultima nata di una stirpe di ferrovieri. Il bisnonno era ferroviere sulla Napoli-Portici, ferrovieri lo zio, i cugini e naturalmente papà  Raffaele, operaio lungolinea, oggi caposquadra in pensione. La mamma Mafalda era invece di famiglia molto ricca, prima della guerra, proprietaria terriera, di ottima istruzione e rigida educazione. Suo padre, Salvatore, conosceva l’inglese e trafficava con gli americani, morì con altre decine di persone nell’esplosione di una nave carica di munizioni nel porto di Napoli. La famiglia andò a piedi da Sarno a Napoli e ritorno per prendere e riportare a casa la sua salma.
Gli anni della guerra furono duri per tutti, durissimi per le zone periferiche della Campania. Lungo e disagiato anche il periodo della ricostruzione. Cassano Irpino, Nusco, San Severino, Avellino, Salerno: l’infanzia di Lucia fu scandita da traslochi e fischi di locomotive. Suo padre veniva trasferito spesso, le case dei ferrovieri erano componenti delle stazioni. A Salerno gli Annunziata abitavano a pochi metri dai Santoro: anche il padre di Michele era un ferroviere.
Lucia frequentò la prima e seconda elementare a Nusco (il paese di Ciriaco De Mita), una scuola finanziata dal piano Marshall, ricavata in una casa di campagna, dove nella stessa aula si mischiavano bambini di ogni età . Il maestro arrivava dal vicino paese di Montella con la littorina, bussava alla porta di casa Annunziata, beveva un caffè che la signora Mafalda gli preparava, prendeva Lucia – qualche volta in braccio – e si avviava verso la scuola attraverso una mulattiera di un chilometro che quando c’era la neve (nove mesi l’anno) sembravano dieci.
Lucia la ricorda come “un’infanzia neorealista”, fatta di barattoli di pomodoro bucati con dentro la carbonella ardente per scaldarsi le mani, di ammucchiate di bambini sul lettone nelle rare case in cui si poteva vedere in televisione ‘Lascia o raddoppia’, di avvocati, professori e ferrovieri socialisti, sindaci e preti democristiani, farmacisti divisi a metà  fra destra e sinistra. Così in ogni comune, in ogni frazione.
Fra i ferrovieri socialisti il più socialista di tutti era Raffaele Annunziata; e sua figlia, sotto questo profilo, non poteva regalargli soddisfazioni maggiori. Sarà  che fin da piccolissima invece di ‘Cenerentola’ o ‘Biancaneve e i sette nani’ il papà  le leggeva ‘Il ferroviere, mito e realtà ‘; sarà  che ogni volta che qualcuno cantava ‘Oh bianco fiore’ doveva rispondere intonando ‘Bandiera rossa’; sarà  che fu subito esentata dall’ora di religione: fatto sta che la piccola Annunziata imparò a camminare su un tappeto rosso. Rosso come i vessilli del Primo maggio, dei cortei di protesta, delle fabbriche in sciopero. Più tiepido, molto più tiepido, suo fratello Antonio, di quattro anni più giovane: né ferroviere né movimentista, attratto dal mestiere di pompiere che avrebbe svolto benissimo fino a diventare capobrigata operativo.
A 16 anni Lucia, iscritta al liceo classico Torquato Tasso di Salerno, era uno degli elementi più attivi del movimento studentesco, in prima fila nelle occupazioni. A 18 entrò nel Comitato disoccupati del Manifesto, il movimento, non ancora il giornale: era bravissima a tirar su soldi con le collette. Nei cortei incontrava spesso il compagno di giochi Michele Santoro, uno dei ‘liderini’ (per forza…) dell’area marxista-leninista. Qualche ammaccatura le lasciarono gli scontri col servizio d’ordine del Pci che voleva impedire ai movimentisti di partecipare ai loro cortei. A 19 anni cominciò a collaborare al quotidiano appena nato. A 21 era capo della commissione Scuola. Conobbe un compagno del Manifesto, insegnante di lettere, si innamorò col solito furore e senza pensarci troppo su, lo sposò. Quando lui fu trasferito dal ministero dell’Istruzione a Sant’Antioco, isola del Sulcis, Lucia lo raggiunse ottenendo un posto come supplente per la scuola media e l’incarico dal Manifesto di responsabile per la scuola della Sardegna.
Dopo tre anni, l’Annunziata senza pace tagliò netto con la Sardegna e con il marito, stabilendosi a Roma come dirigente nazionale del Movimento studentesco. Sua madre l’ha sempre seguita trepidante, sia lei che suo padre, il quale quando usciva per andare alle manifestazioni infilava nella cinta una pistola Smith & Wesson perché “non si sa mai…”. Diceva mamma Mafalda: “Io tengo due figli, una appiccia il fuoco, l’altro lo spegne”. A 25 anni, con una gavetta già  consumata alle spalle, l’appicciafuoco si immerse anima e corpo nella politica. Nel Movimento studentesco venne a contatto con tanti personaggi che anche nella sua vita professionale e sociale avrebbero assunto un ruolo rilevante: da Lerner a Piperno, da Mieli a D’Alema, da Veltroni a Deaglio, da Magri a Rossana Rossanda; e poi Goffredo Fofi e quelli dei Quaderni Piacentini, Adriano Sofri e i compagni di Potere operaio. Mancava la borghesia illuminata di sinistra, quella con un po’ di puzza sotto il naso che sarebbe arrivata più tardi con la nascita di Repubblica. “Fare politica è il mio presente e il mio futuro”, diceva convinta ai compagni del Manifesto. Il giornalismo era un accessorio: qualche articoletto sul Manifesto, quasi per dovere di militante. Poi accadde qualcosa, qualcosa di tremendo, che cambiò il corso della sua vita e delle sue aspirazioni.
Franco Recanatesi – Allora, Lucia, era la mattina del 9 maggio del 1978, un martedì, tu eri seduta al tuo tavolo nella redazione del Manifesto quando giunse la notizia della morte di Aldo Moro.
Lucia Annunziata – Corsi a perdifiato da via Tomacelli a via Caetani, col cuore in gola per l’ansia e la fatica. Giunsi davanti allo sportellone aperto della R4, era la prima volta che vedevo un uomo morto di morte violenta. Non dimenticherò mai il corpo di Moro arrotolato come uno stuoino, le sirene della polizia, quei volti pallidi e impauriti della folla. Impiegai qualche giorno per riavermi dallo shock e ne uscii con una lucidissima risoluzione: qui non voglio più vivere, via da questo Paese dove si fa politica con le pistole e dove il futuro è buio pesto.
F. Recanatesi – Addio politica, il tuo futuro? Addio compagni del movimento? Addio alle convinzioni maturate per 28 anni?
L. Annunziata – Sì, decisi di voltare pagina. Vendetti la mia Renault 4 (anch’io avevo una R4…) e i mobili della mia piccola casa, comprai un biglietto di sola andata per New York e partii. I primi tempi fui ospitata in casa di Aniello Coppola e Bimba De Maria, due amici giornalisti dell’Unità  e di Paese Sera, poi traslocai a Boston: di giorno frequentavo il corso d’inglese alla Boston School, di sera facevo la baby sitter, mi guadagnavo da vivere cullando e giocando con i figli dei docenti e degli studenti di Cambridge. Mi adattai presto, era un ambiente simpatico, stimolante. Trovai amici italiani come Lucrezia Reichlin, Michele Salvati, Ezio Tarantelli, l’economista ucciso nel marzo del 1985 dalle Brigate Rosse. Andai a trovare Mario Draghi, piccolo funzionario del Fondo monetario appena sbarcato a Washington. Avevo ripreso a scrivere articoli per Il Manifesto e anche per Il Secolo XIX diretto da Michele Tito e dal suo vice Giulio Anselmi. Tornata a New York mi prese voglia di Centro America. La guerra civile nel Salvador, l’invasione delle Grenadine, la rivoluzione in Nicaragua. Feci fagotto e andai. Con la benedizione, e qualche soldino, dei due giornali.
F. Recanatesi – Cominciasti praticamente allora, a 30 anni suonati, la tua carriera di giornalista.
L. Annunziata – Ero convinta di avere imboccato, in quel momento, la strada migliore, anche se mi consideravo sempre una politica prestata al giornalismo. Feci dei buoni reportage. Conobbi tanti inviati italiani. Paolo Guzzanti… Un tipo singolare. Arrivò nel Salvador con la sua compagna di allora, Laura Laurenzi. Bellissima. Lui scriveva, lei andava in spiaggia con un mini bikini facendo sbavare gli inviati di mezzo mondo. Paolo scriveva, scriveva di agguati e sparatorie, ma quasi mai usciva dall’hotel Camino Real che era una sorta di centro stampa. Incontrai anche Saverio Tutino, con il quale strinsi un bel rapporto. E che mi spalancò le porte di Repubblica.
F. Recanatesi – Lo ricordo perché all’epoca ero inviato di Repubblica. Saverio, che non era tenerissimo con i colleghi, parlava di te in termini insolitamente lusinghieri.
L. Annunziata – Nel 1983 mi telefonò, non ricordo dov’ero, forse in Guatemala, e mi disse: “Lucia, compio 60 anni, vado in pensione. Ho parlato con Scalfari, gli ho detto che l’unica in grado di sostituirmi sei tu. Ti chiamerà “. Infatti, mi chiamò convocandomi a Roma. Parto, vado persino dal parrucchiere e mi metto una gonna per sembrare appupazzata; ma lui mi tiene nel suo ufficio di piazza Indipendenza per tre minuti, non di più. Il tempo di informarmi, con molto sussiego, che “sì, in politica estera il punto di vista di una donna può essere interessante”; e per aggiungere che per ora non poteva propormi l’assunzione, ma un buon contratto di collaborazione.
F. Recanatesi – Non ti parve un simpaticone.
L. Annunziata – Mi aspettavo un incontro più caloroso, comunque accettai subito. A me non è mai importata troppo la solidità  contrattuale, la moneta, mi sono innamorata di questo mestiere tardi ma totalmente. L’importante è fare quel che mi piace fare in piena libertà . Per sei anni ho lavorato per Repubblica a 1.500 dollari al mese senza battere ciglio. E con Scalfari il rapporto si è poi consolidato, è stato malmostoso ma affettuoso, pur senza far parte mai della sua cerchia amicale. È stato per me un punto di riferimento straordinario e un maestro di giornalismo impareggiabile. Nessun segnale mi arrivò durante i primi otto-dieci articoli per Repubblica, finché un giorno, proprio al Camino Real, mi arriva un fax: “Cara Lucia, non ti ho disturbata in questo primo periodo di tua collaborazione…” e via dicendo con una serie di appunti, consigli, indicazioni. Mi colpì, in particolare questo: “Ricorda che noi siamo un giornale liberal e democratico, non un giornale della sinistra. Non puoi chiamare ‘resistenti’ i guerriglieri salvadoregni, la Resistenza per noi italiani è ben altra cosa”.
F. Recanatesi – Il rapporto, comunque, filò via liscio come l’olio. Con Repubblica acquistasti spessore e fama internazionali. Ne so qualcosa. Senti questo episodio curioso. Ero a Teheran per un reportage sulla guerra Iran-Iraq, con altri 11 giornalisti m’imbarco su un vagone volante dei pasdaran per raggiungere il fronte davanti a Bassora. Ci caricano su due pick-up e attraverso i viottoli di una risaia ci portano, trincea dopo trincea, sempre più vicini al nemico iracheno, finché da Bassora cominciano a piovere bombe di mortaio. Ci appiattiamo come sogliole sul fondo del mare perché il bordo di protezione del pick-up sarà  alto poco più di un palmo. Il pasdaran autista non trova la strada del ritorno, il fragore delle bombe è assordante, piovono spruzzi di terra, mi trovo faccia a faccia con un giornalista americano con cui avevo conversato in aereo il quale, come se fossimo al bar invece che a un passo dalla fine, mi fa: “Ah, Repubblica… Do you know Lucia Annunziata?”.
L. Annunziata – (ride di cuore) Ma dai, non ci credo. L’avrò conosciuto in Centro America. E come si chiamava?
F. Recanatesi – Non me lo ricordo. Ma è per dirti che Repubblica era il tuo giornale, il tuo vestito più adatto, e che fui dispiaciuto quando te ne andasti sbattendo la porta.
L. Annunziata – Ah no, non ho sbattuto nessuna porta.
F. Recanatesi – Beh, quasi.
L. Annunziata – Senti, forse neanche tu sai bene come andò. Avevo conosciuto Daniel Williams, un collega del Los Angeles Times, ci siamo innamorati e volevamo sposarci. Il problema era che il giornale lo aveva trasferito a Gerusalemme. Vado da Scalfari e gli chiedo di essere anch’io dirottata da New York in Israele. La risposta fu secca: “No, Lucia, abbiamo per te altri progetti. E poi fermati una buona volta”. Tentai le corde del sentimento: “Io mi devo sposare e mio marito è a Gerusalemme”. Inutilmente. “Se ti vuoi sposare devi dimetterti”, disse gelido Scalfari. E io d’impulso: “Allora mi dimetto”. Uscendo incontrai quel caporedattore toscanaccio, un po’ becero, come si chiamava…
F. Recanatesi – Franco Magagnini.
L. Annunziata – Magagnini, bravo. Ero agitatissima, come chi sa che sta per fare una cazzata ma la deve fare. Gli dico con voce tremante: “Mi dai un foglio di carta?”. Becero ma intelligente: “Devi scriverci le dimissioni? Ma guarda che danno le dimissioni quelli che guadagnano 5mila dollari al pezzo”. La mia risposta è da vera stronza: “E io sono una di quelli”.
F. Recanatesi – Secondo sabbatico dopo gli Stati Uniti. Ma, come si dice: al cuor non si comanda. Figuriamoci al cuore di una testa di fiammifero come te. Il tuo matrimonio finì nelle cronache rosa dei giornali americani.
L. Annunziata – Che festa! Daniel e io ci sposammo a New York, davanti a una folla di 250 invitati, quasi tutti giornalisti. Giulio Andreotti, allora ministro degli Esteri, mi mandò un cesto di fiori alto tre metri. Mi presero in giro perché il suo alter ego americano, George Shultz, non aveva inviato neanche una rosa. Arrivai alla cerimonia al braccio di Gianni Riotta, Ugo Stille era uno dei miei testimoni. Partimmo per Gerusalemme, io senza lavoro ma felice. Anche perché dopo tre settimane appena mi chiamò Scalfari, stavolta con toni assai concilianti: “Naturalmente tu fai parte della nostra famiglia, da domani riprendi a scrivere per noi”.
F. Recanatesi – Un privilegio. Con Guzzanti, Forattini e altri ‘traditori’ Scalfari non è stato altrettanto clemente. Probabilmente perché quelli furono tradimenti ‘politici’ oltreché umani. Ma nel 1992, dopo nove anni, anche il matrimonio con Repubblica di madame Inquieta naufragò. Perché?
L. Annunziata – Per salvare un matrimonio reale, quello con mio marito che, passato al Washington Post, doveva tornare in America. Proposi a Scalfari questa soluzione: vado a New York, ma solo per un paio d’anni, poi mi mandi in Cina. Sapevo che negli Stati Uniti non avrei avuto molto spazio, c’erano già  dei signori corrispondenti e volevo aprirmi altre strade. Risposta: Ni sull’America (comunque non subito), no secco per la Cina. Chiamo Anselmi, che nel frattempo era approdato al Corriere della Sera, Giulio ne parlò con il direttore Stille, in tre ore ci accordammo. Per annunciare la notizia, non chiamai direttamente Scalfari, non ne ebbi il cuore, ma il segretario di redazione, Rolando Montesperelli. Scalfari mi scrisse una lettera molto risentita che toccava anche, direi soprattutto, il tasto dei sentimenti: “Credevo che mi volessi un po’ di bene”. Poi fece cadere tra di noi un blackout lungo quindici anni. Con la Rossanda accadde la stessa cosa quando lasciai Il Manifesto. Sono due ferite che è stato difficile rimarginare. Ma io li ringrazio, ringrazio entrambi. Ringrazio loro, Stille, Anselmi, Mieli. Ringrazio la sorte per avermi fatto lavorare con dei superdirettori che hanno saputo insegnarmi il mestiere. E sono convinta di una cosa: il fatto che io scalpitassi era in linea con ciò che loro volevano da me.
F. Recanatesi – Sei tornata in Italia nel 1994, persuasa da Paolo Mieli. L’anno della discesa in campo di Berlusconi…
L. Annunziata – Con una bambina di un anno, Antonia e un pizzico di nostalgia. Mieli mi fece seguire la politica italiana. Addio divertimento. Mi toccò occuparmi della Fiamma Tricolore, io che fino a pochi giorni prima neanche sapevo chi fosse Gianfranco Fini. Mi annoiavo. Fortuna che poco dopo ho incontrato la televisione.
F. Recanatesi – Ascesa rapida. ‘Linea 3’ con Guglielmi nel 1995, la direzione del Tg3 nel 1996, la presidenza della Rai nel 2003.
L. Annunziata – Non ho buoni ricordi dei due ultimi incarichi. Al Tg3 sono arrivata col governo Prodi, perché è inutile negare, alla Rai si lavora solo se lottizzati. Ma non so se ho saputo fare il direttore. Quello dei telegiornali è un altro mondo, ho fatto delle cazzate che non rifarei più. Soprattutto ho sbagliato l’approccio: sono entrata con arroganza, con la spocchia di chi pensa che il giornalista della carta stampata ne sappia di più. Era un preconcetto abbastanza diffuso. Oggi no, oggi il rapporto carta-tivù si è riequilibrato, i direttori dei giornali vanno volentieri davanti alle telecamere. Presentai le dimissioni prima di essere cacciata, ma dall’esperienza del Tg3 uscii a pezzi: ero una lottizzata fallita. Presi il terzo sabbatico della mia vita. Andai in Russia, sempre al seguito di mio marito, con tutta la famiglia. Portavo a scuola Antonia, cucinavo, facevo delle allegre cenette con Alberto Stabile. Una buona cura disintossicante.
F. Recanatesi – Dal quale ti risvegliò bruscamente la chiamata alle armi. Mi par di ricordare che ti accostasti alla presidenza della Rai senza grande entusiasmo.
L. Annunziata – Ero tornata da poco in Italia. Mieli aveva rinunciato, un giorno – stavo andando a prendere mia figlia a scuola – squilla il telefonino. Era Pier Ferdinando Casini: “Lucia, noi stiamo portando il tuo nome, ma per favore non darci buca”. Risposi: “Mi stai prendendo in giro?”. “No Lucia, è un momento di grande crisi, ci serve un tuo s씝. Accettai. Ma furono solo guai, scontri continui, bracci di ferro. Era il primo periodo berlusconiano. Forse pensavano a me come a un presidente che taglia i nastri.
F. Recanatesi – Quattordici mesi di bombardamento al fegato. Quale fu la goccia che fece traboccare il vaso della tua bile?
L. Annunziata – Le gocce furono due. Quando in agosto, con l’Italia in vacanza, mi presentarono una lista di 72 nomine, settantadue!, scritte a mano con tanto di freccette che indicavano i vari movimenti. Per dirne una, c’era Gigi Marzullo a capo della cultura della Rete 1; e quando mi fu presentata la proposta di comprare frequenze locali da dedicare al digitale per 120 milioni di euro, dissi al Cda: “Voi siete padroni di firmare e andare in galera, io non lo faccio di sicuro”.
F. Recanatesi – E via per il quarto sabbatico, al Cairo con Daniel per dimenticare. Comodo. E indolore: al ritorno dagli esili c’è sempre chi ti offre nuovi impieghi. Nel 2004 cominci a scrivere editoriali per La Stampa, l’anno dopo rientri in Rai con ‘In 1/2 h’, programma longevo e di successo. Immagino che avrai dovuto alzare argini poderosi contro gli assalti dei berluscones infuriati. Tu, paladina della sinistra.
L. Annunziata – Io mi ritengo paladina dell’informazione. E una giornalista corretta. Non vado a cena con i politici, con Prodi, che tutti indicano come il mio sponsor, ci diamo del lei.
F. Recanatesi – Il 12 marzo del 2006, però, Berlusconi ha lasciato indignato il tuo studio…
L. Annunziata – Lo avevo invitato per rispondere alle mie domande, lui voleva fare un comizio.
F. Recanatesi – Altri problemi?
L. Annunziata – Telefonate, pressioni, interrogazioni. Richiami della commissione di Vigilanza. Anche di recente. Da parte di politici, ministri. Sì, anche ministri. Prima delle puntate. Tanto che cerco sempre di annunciare il tema e gli ospiti il più tardi possibile.
F. Recanatesi – E tu cosa rispondi?
L. Annunziata – Guardate prima la trasmissione, poi ditemi se sono venuta meno ai miei compiti di giornalista.
F. Recanatesi – Fammi qualche nome.
L. Annunziata – Mai.
F. Recanatesi – Qualche esempio.
L. Annunziata – Una puntata, l’unica, sulle escort e il bunga bunga. Chiamai la D’Addario dopo che già  era stata da Santoro. Ma ospitai anche Emilio Fede. Diedi 15 minuti a testa, quindici precisi. Ma due parlamentari del centrodestra fecero il diavolo a quattro. E tante telefonate, qualcuna persino minatoria (“Attenta che poi te la fanno pagare”), la ricevetti anche quando uscì la notizia che avrei intervistato Anna Maria Fiorillo, il pm dei minori che, secondo Berlusconi (ma lei smentì), aveva affidato Ruby a Nicole Minetti la famosa sera del 27 maggio 2010.
F. Recanatesi – Ora andrà  meglio? Nel tuo ultimo libro, ‘Il potere in Italia’, scrivi che “la Rai è stata sicuramente il luogo in cui il conflitto d’interesse di Berlusconi ha pesato di più e il prezzo che ha pagato si comincia forse a poterlo calcolare solo ora”.
L. Annunziata – Da ‘raista’ convinta dico però che nel dopo Berlusconi la Rai avrà  la possibilità  di confrontarsi con la concorrenza e difendersi. Questa crisi è per lei un’occasione unica di cambiamento e di riscatto.
F. Recanatesi – Molti chiedono che venga liberata dai lacci della politica.
L. Annunziata – L’editore della Rai è la politica, difficile chiedere a un editore di disinteressarsi del suo giornale. Gli si può chiedere di dargli un assetto professionale. Dopo il duopolio depresso – in realtà  la Rai era controllata da Mediaset – occorrerebbe rivedere le norme. La legge Gasparri è stata il porcellum della Rai. Si cominci con il cambiare la governance: occorre esprimere un management capace, sperimentato, sull’esempio delle fondazioni bancarie. Le risorse non mancano, vanno inquadrate e valorizzate. Non regalate agli avversari.
F. Recanatesi – Ogni riferimento a Santoro è puramente casuale?
L. Annunziata – Altro che casuale. Michele è un fuoriclasse, così come Mentana, Lerner, Lilli Gruber.
F. Recanatesi – Un inno a La7. Cos’è, madame Inquieta prepara un’altra fuga?
L. Annunziata – Macché, l’età  ti liscia il pelo. E poi te l’ho detto, sono un’aziendalista di ferro.

Intervista di Franco Recanatesi

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