WIKILEAKS:3 AVVOCATESSE CRUCIALI PER DESTINO DI ASSANGE

Condividi

ESAURITI I RICORSI IN GB; PER VERDETTO CI VORRANNO SETTIMANE

(di Mattia Bernardo Bagnoli). (ANSA) – LONDRA, 02 FEB – Donne, sempre donne, ancora donne. A giocare con la vita di Julian Assange c’è l’altra metà  del cielo. I sette giudici della Corte Suprema britannica – tutti uomini tranne Lady Hale – dovranno infatti decidere se sono più convincenti le argomentazioni dell’accusa, che reputa lecita la richiesta di estradizione avanzata da un pm svedese, o quelle della difesa, che invece bolla i procuratori come “di parte” e quindi inadatti a spiccare mandati di arresti europei. Sia come sia, da ambo i lati trionfa il rosa. Partiamo dalla ‘formidabile’ Clare Montgomery, il legale che rappresenta la Svezia in questa ormai lunghissima epopea giudiziaria. Già  rappresentante del dittatore cileno Augusto Pinochet davanti ai Lord, è un’esperta di casi di estradizione e figura sempre e comunque nella “top-ten” degli avvocati di grido di Londra. Sino ad oggi non ha sbagliato un colpo e ha vinto tutti i gradi di giudizio, facendo letteralmente a pezzi la difesa di Assange nel processo di primo grado. In appello però ha incontrato pane per i suoi denti. Ovvero la celeberrima Gareth Peirce (donna numero due), regina incontrastata del foro per quanto riguarda i diritti umani. Riservata quanto combattiva, Peirce può vantare – ma non lo fa mai – persino un ‘passaggio’ sul grande schermo grazie al film ‘Nel Nome del Padre’. A vestire i suoi panni c’era niente meno che Emma Thompson. E’ Gareth Peirce che ha elaborato la strategia vincente, quella che ha portato il boss di WikiLeaks davanti ai giudici della corte più importante del Regno Unito. Quando l’Alta Corte diede il beneplacito al ricorso in Corte Suprema, nella caffetteria del tribunale Julian e Gareth si scambiarono un ‘cinque’ circondati da una folta schiera di estatici supporter. Ora la resa dei conti. E visto che si fa sul serio, largo a una vera e propria star: Dinah Rose (donna numero tre). Prima laurea a Oxford, in storia moderna. Poi la passione per la toga. E i diritti civili. E’ lei, infatti, che rappresenta l’ex detenuto di Guantanamo Binyam Mohamed nella causa contro il Ministero degli Esteri che sta facendo tremare i servizi segreti di sua maestà . Quando il gioco si fa duro, insomma, i duri iniziano a giocare. In palio, oltre al futuro di Assange, c’è d’altra parte l’intero meccanismo che regola le estradizioni fra il Regno Unito e il resto d’Europa. La sentenza della Corte Suprema farà  infatti fede, in un modo o nell’altro. L’occasione è dunque solenne e il ‘set’ dell’ultima apparizione in una corte britannica di Julian Assange non poteva essere da meno. L’aula è quella principale ed è listata da panche di legno scuro, come in chiesa; boiserie alle pareti; poi nuda pietra e i vetri colorati e piombati tipici delle cattedrali. I giudici sono disposti a mezza luna. Tutti vestiti in abiti civili: così hanno deciso le parti. Niente parrucche e toghe con svolazzi per l’atto finale di questa ‘assangeide’. L’atmosfera ha un che di surreale: alle pareti, tra i quadri, spicca un enorme dipinto del duca di Wellington mentre il codazzo di VIP della prima ora è stato sostituito da un piccolo gruppetto di variopinti fedeli che non si sono persi un’udienza. Il mondo non finirà  con il botto ma con un mugolio, scriveva Eliot. E così accade per Assange. I fuochi d’artificio delle prime udienze – i testimoni della difesa che si contraddicono e di fatto danno ragione all’accusa – sono un ricordo del passato. Al loro posto un fiume di dotte e aride disquisizioni. Sono quelle che contano. Tra qualche settimana il verdetto. (ANSA).