Diritti e privacy, Google e Facebook

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L’annunciata quotazione di Facebook a un valore della società  di 100 miliardi di dollari, che sarà  per dimensione la più grande della breve storia di Internet davanti proprio a quella di Google, non è che il più recente – ma sicuramente non l’ultimo – atto della accesa competizione che ormai spazia dai social network ai telefonini. Ma queste guerre stellari tra titani che valgono centinaia di miliardi di dollari sono il risultato del confronto di modelli di business che giocano sul filo del rasoio delle normative che tutelano, o dovrebbero tutelare, i diritti d’autore e il diritto alla privacy.
Se Google è perennemente sotto attacco da parte degli editori televisivi e cartacei perché consente l’accesso gratuito a contenuti senza averne acquistato i diritti, d’altra parte Facebook è sempre più nell’occhio del ciclone per la raccolta e soprattutto l’utilizzo dei dati personali degli utenti. Entrambe le questioni sono sempre più al centro del dibattito economico regolatorio del mercato digitale, un mercato dove storicamente la regolamentazione tradizionale ha fallito miseramente.
Con questo non si vuole sostenere che Google o Facebook prosperino nell’illegalità , ma sicuramente gestiscono attentamente le loro condotte di business sfruttando aree grigie oggi non regolate. Recentemente si è molto parlato del caso di Max Schrems, giovane studente di legge austriaco, che volendo sapere cosa conoscesse Facebook di lui, ha richiesto all’azienda americana di inviargli il suo Facebook file che, dopo non poche difficoltà  per ottenerlo, è risultato essere un ‘romanzo’ di ben 1.222 pagine contenenti tutti i suoi post, anche quelli cancellati, vecchi messaggi che rivelavano la malattia mentale di un suo amico, e anche una serie di informazioni su se stesso che però lui non aveva mai dato.
È evidente come questo semplice esempio possa sollevare un grande interrogativo: come le leggi possono regolare i comportamenti delle multinazionali che governano le nostre vite digitali? L’interrogativo è particolarmente rilevante perché gran parte del business generato on line è in qualche modo correlato alla gestione dei dati che ognuno di noi consapevolmente o meno fornisce agli operatori Internet.
Anche a seguito del caso Schrems, che peraltro ha generato, su spinta anche dei media tedeschi, ben 40mila richieste di personal file a Facebook in pochi mesi, si sta muovendo la Commissione europea con una legge che imporrà  alle Internet company di ottenere un consenso esplicito prima di poter utilizzare qualsiasi dato personale e di avvertire regolatori e utenti in caso di furto di dati personali; inoltre i cittadini europei potranno esigere che i propri dati personali siano cancellati per sempre.
In Europa si sta sviluppando un senso di estrema diffidenza pubblica e privata che in un modo o nell’altro sfocerà  in un inasprimento della regolamentazione, anche se è altresì probabile che in molte altre nazioni ciò non avverrà , anche in nome della ‘libertà ‘ di Internet rispetto agli altri media, troppe volte usata strumentalmente come scudo per proteggere business molto meno romantici.
L’altro pilastro non regolamentato sul quale si basano molti business sul web è la distribuzione di contenuti senza il riconoscimento e la remunerazione dei diritti relativi. Storia quasi vecchia come il web, nasce nel mondo della musica, con l’ascesa e la caduta di Napster, il primo servizio di file sharing – all’epoca canzoni – che le major musicali fecero chiudere sotto i colpi di sentenze pesantissime, senza però risolvere il problema. Anzi, svariati altri servizi, come eMule e Kazaa, si sono succeduti in seguito, allargandosi al mondo del video, fino ad arrivare a YouTube, la più importante piattaforma di condivisione di contenuti video al mondo che continua a crescere e proliferare in uno stato di perenne co-opetizione, cioè di cooperazione e competizione, con i content provider tradizionali, prevalentemente broadcaster e pay tv operator.
Altri operatori ancora più aggressivi, come MegaUpload, società  fondata da Kim Schmitz e basata in Nuova Zelanda, sono andati ben al di là  di ogni pur debole regolamentazione, mettendo a disposizione gratuitamente degli iscritti film e e-book per un valore corrispondente di copyright di 500 milioni di dollari. Recentemente MegaUpload è stata fatta chiudere, scatenando l’ira di tutta la comunità  hacker mondiale, che per ritorsione ha reso irraggiungibili, tra gli altri, i siti del dipartimento di Giustizia statunitense e della casa discografica Universal. Ma già  stanno prosperando altri servizi simili con nomi esotici come Videobb, Stagero, VideoZer, VideoWeed (alcuni già  chiusi a loro volta).
Il tema dei diritti è sempre più sentito anche nel mondo dell’editoria. In Italia gli editori sono ancora fermi alla vittoria di Pirro di inizio 2011 contro Google, con l’Agcom che ha riconosciuto che c’è una discrasia tra il sostenimento dei costi della produzione e lo sfruttamento dei contenuti editoriali on line, uno squilibrio tra quanto ricavano gli editori e quanto guadagna Internet tout court (ma ha lasciato al Parlamento il compito di porvi rimedio per rivedere il diritto d’autore), e ha confermato per gli editori la garanzia che il loro rifiuto a partecipare a Google News non li penalizzerà  nelle ricerche sul motore di ricerca. Purtroppo né in Italia né altrove il legislatore ha legiferato in materia. Nel frattempo, Google sta cercando di porsi sempre di più come un distributore di contenuti editoriali a pagamento – sui quali ovviamente incassare una commissione – con la sua piattaforma OnePass, la cui nuova release sarà  rilasciata a giorni.

Alessandro Araimo
Senior Partner Roland Berger

L’articolo è sul mensile ‘Prima Comunicazione’ n. 425 – febbraio 2012