Con la Scala non si gioca – Intervista a Francesco Micheli, presidente di Genextra e fondatore di MiTo SettembreMusica (Prima n. 428, maggio 2012)

Con la Scala non si gioca
Estromesso dal Cda del teatro lirico milanese, Francesco Micheli accusa: “La stanno riducendo a prodotto turistico, come il Colosseo. Ma così è la sua morte culturale”. E intanto prepara l’edizione 2012 di MiTo SettembreMusica faticando il doppio per il corposo taglio dei finanziamenti pubblici.
A settembre sarà  la sesta edizione. Dal 5 al 23: diciannove giorni di musica classica, antica, barocca, popolare, rock e jazz in piazze, palazzetti, conservatori, ospedali, teatri, università , club nel centro e nelle periferie di Torino e Milano, ricalcando una formula che dal 2007 coinvolge oltre 200mila spettatori. MiTo non manca l’appuntamento nonostante la crisi. Però quest’anno la fatica si è fatta sentire: meno soldi dai Comuni, qualche difficoltà  a trovare il feeling con le nuove giunte che governano le due città . E sullo sfondo, per il promotore fondatore Francesco Micheli, l’amarezza per un’uscita di scena dal consiglio d’amministrazione della Fondazione Scala, indigesta nei modi e negli esiti. Il ministro per i Beni e le attività  culturali Lorenzo Ornaghi lo ha sostituito con un suo giovane collaboratore dell’università  Cattolica: il trentenne vice direttore amministrativo dell’ateneo Alessandro Tuzzi. Non che il finanziere musicofilo lasci trasparire scoramento o, addirittura, voglia di mollare. La ferita della Scala brucia, ma da combattente non ammette l’abbandono del ring. Soprattutto considera impensabile l’abbandono della sua creatura: il festival MiTo è un mix che nasce dalla volontà  cocciuta di un outsider della cultura, di un finanziere che mastica di musica come (e forse più) di un sovrintendente lirico. MiTo è Francesco Micheli, patron e garante economico, regista della programmazione e gran sacerdote dell’evento. Ed è questo ruolo che, in fondo, gli permette un giudizio tagliente sulla Scala, e la sua attuale gestione: “La stanno trasformando in un oggetto turistico, ma la Scala non può diventare un teatro qualsiasi. Pena la sua morte culturale”.
Quest’anno il Festival MiTo avrà  al centro come Paesi ispiratori Romania e Marocco, i Paesi che vantano le più ampie comunità  nazionali a Milano; 3.400 gli artisti provenienti da tutto il mondo; 120 le istituzioni coinvolte nelle due città . Clou della manifestazione due grandi concerti: quello di apertura dell’Orchestre National de France diretta da Daniele Gatti con i capolavori di Debussy (di cui ricorre il 150esimo dalla nascita) a Torino e a Milano e il grande concerto popolare al Mediolanum Forum di Assago (Milano) con l’orchestra Filarmonica della Scala diretta dall’enfant prodige Andrea Battistoni, grande rivelazione della scuola interpretativa italiana, che affronterà  opere di Brahms, Mussorgskij e Ravel davanti a un pubblico previsto di 8mila persone. Super ospite per la canzone italiana Paolo Conte, mentre dallo storico festival di Fès arriverà  una corposa delegazione di musicisti classici e contemporanei marocchini, tutto gratis o a prezzi popolari, accessibili a tutti. In più le grandi collaborazioni internazionali con l’università  di Harvard, con la Fondazione Chaplin, con il festival del Jazz di Montreux.
I pezzi forti del programma, insomma, ci sono. Ma quest’anno il lavoro per metterli insieme è stato complesso come la costruzione di un puzzle. I Comuni di Milano e Torino, alle prese con la mannaia del taglio dei trasferimenti e con i bilanci in rosso, hanno ridotto a 2 milioni ciascuno il contributo alla manifestazione. Ovvero circa un milione e mezzo di finanziamenti pubblici in meno. Micheli ha dovuto anche vedersela con due nuovi assessori alla Cultura, Stefano Boeri a Milano e Maurizio Braccialarghe a Torino, assai poco inclini a concedere una delega in bianco per la realizzazione di MiTo. Anche perché, a dispetto dei tagli, il finanziamento del festival settembrino si è portato via una cospicua fetta del budget per la cultura delle due città . C’è chi vede i 2 milioni dati a MiTo e protesta: perché a noi solo le briciole? “Ma il festival ne restituisce più del doppio alle istituzioni cittadine col lavoro, col giro d’affari, in termini di fatturato”, risponde Micheli. “Non si può fare un conto strabico senza considerare l’impatto complessivo di questa portata, che è stato studiato e valutato anche dall’università  Bocconi”.
Prima – Forse il problema è che, avendo sempre meno risorse per la cultura, i Comuni preferiscono gestirle in proprio, piuttosto che affidarle a un soggetto esterno…
Francesco Micheli – Ma no, hanno ben altro da fare… Proprio quest’anno i sindaci di Milano e Torino hanno riconosciuto che il festival MiTo SettembreMusica è un patrimonio per le due città . Tant’è che sia Fassino che Pisapia assumono la carica congiunta di presidenti di MiTo, mentre io quella di vice presidente, mantenendo la presidenza del comitato di coordinamento che realizza il festival nelle due città , assieme a Enzo Restagno, Francesca Colombo, Claudio Merlo e a uno staff di giovani bravissimi, età  media 28 anni, per i quali si fa anche formazione in un settore strategico per l’Italia: il management culturale. Quanto ai fondi capisco il problema. Quest’anno mi è toccato lavorare il doppio con i partner e gli sponsor che ci garantiscono altri milioni, permettendo la copertura dei costi e garantendo la qualità  della manifestazione. Quello su cui non transigo è che si mantengano quelle condizioni di autonomia gestionale e artistica, al di fuori degli appetiti della politica, così come è felicemente avvenuto per trent’anni col SettembreMusica di Torino e per questi ultimi cinque anni con MiTo anche a Milano. Quelle stesse condizioni che hanno garantito il successo di MiTo dal 2007 nella trasparenza assoluta, nel rigore dei budget e di una rendicontazione esemplare, senza ombre nella gestione.
Prima – C’è chi vorrebbe una programmazione più equilibrata tra le due città  e una griglia di eventi rigidamente pianificata, compresa l’inaugurazione programmata tutti gli anni nella stessa data. E c’è chi dice che il festival MiTo è una vetrina inutile, che non lascia niente alle città .
F. Micheli – Capisco che in un’Italia dei campanili non sia facile per i responsabili dei due Comuni tenere a bada le isterie e le piccole rivalse locali. Ma guai provare a togliere l’effetto sorpresa e l’arte di una programmazione accattivante, che sono il pepe e la base del successo popolare del festival. Che fa riempire un palasport di gente entusiasta, che magari non ha mai messo piede in un auditorium, al Regio o alla Scala per ascoltare musica classica in concerti della stessa qualità , ma a prezzi ultrapopolari. Nella prossima edizione avremo una maratona di pianoforte dedicata a Debussy, con la partecipazione di giovani esecutori vincitori dei più grandi concorsi internazionali, forgiati da una delle più grandi eccellenze del nostro Paese, l’Accademia pianistica internazionale di Imola del maestro Franco Scala. Il festival vetrina inutile? Non scherziamo, per piacere.
Prima – La prossima potrebbe essere l’ultima edizione?
F. Micheli – Perché mai! Sarebbe un suicidio politico. Il festival ha un successo straordinario, un pubblico di 200mila persone ogni anno con un tasso di occupazione degli spazi del 96%.
Secondo una ricerca dell’Ispo di Renato Mannheimer, il gradimento del pubblico per come MiTo ha cambiato la vita culturale di Milano si misura in questi numeri: l’89% dei cittadini ritiene che il festival contribuisca a rendere più viva la città , l’84% che porti vantaggi economici e l’83% che porti prestigio nel mondo.
Capisco che ci siano difficoltà  economiche, ma ce ne sono altre che capisco molto meno. I pagamenti dal Comune arrivano con ritardi biblici ma, come dire, ce lo possiamo ancora permettere.
Abbiamo inventato una formula di festival nuova e una modalità  di gestione adatta ai tempi, trasparente, efficiente, sempre nel pieno rispetto del budget, che coniuga la massima qualità  nei generi musicali più diversi insieme a una molteplicità  di altre iniziative anche nella didattica sopperendo, in parte, alla quasi totale abolizione dell’insegnamento della musica nella scuola italiana.
Vede, nel successo di MiTo ci sono un paio di ingredienti particolari e irripetibili. Il primo è il momento: a settembre la gente è appena tornata dalle vacanze e ha una disponibilità  e un’apertura all’ascolto straordinarie. Il secondo è l’opportunità  di intercettare a costi ridotti grandi orchestre ed esecutori di primissimo piano che sono alla fine delle tournée europee. E poi ci sono le città , che vanno in scena offrendo tutto il loro potenziale di ospitalità  e di ricezione culturale.
Prima – A proposito di potenziale culturale e di Milano. Ci spiega cosa sta succedendo alla Scala? Perché è finito fuori dal consiglio di amministrazione della Fondazione del teatro?
F. Micheli – Il consiglio della Fondazione era in scadenza e alla Scala c’è un blocco di interessi che non sopporta un consigliere scomodo e critico su molte scelte artistiche del teatro. Durante il mio mandato ho impedito alcune di queste scelte sbagliate e pericolose. Ed è noto che c’è una lobby interna e ministeriale che mi ha molto sofferto. Detto questo, è scandaloso e offensivo che, in un governo presieduto da un uomo della caratura di Mario Monti, accada che il ministro Lorenzo Ornaghi designi il vice direttore amministrativo della Cattolica, giovane collaboratore di Ornaghi rettore, in un consiglio della rilevanza di quello della Scala (con personaggi da Pisapia a Podestà , da Bazoli a Poli, da Scaroni a Tagliabue ed Ermolli). Un grave conflitto di interesse e in regime di doppio incarico, visto che non si è ancora dimesso dall’università  dopo la nomina a ministro per i Beni culturali.
Prima – Si dice che lei abbia impedito al sovrintendente Lissner la nomina di Gustavo Dudamel a direttore musicale.
F. Micheli – Mi faccia fare una premessa. Io in una prima fase ho appoggiato l’arrivo di Lissner come sovrintendente. In quella situazione di caos artistico e sindacale non se la sarebbe cavata nessun italiano. Ci voleva un papa straniero come salvatore della patria. Ermolli lo ha portato. E così è stato. Poi, però, si sarebbe dovuto porre mano senza esitazioni alla gestione artistica e provvedere alla nomina di un direttore musicale, visto l’enorme vuoto lasciato da Muti; ma per lungo tempo si è evitata una decisione così importante per il mantenimento del livello dell’orchestra e quant’altro. A un certo punto è spuntato il nome di Gustavo Dudamel, un giovane talentuoso venezuelano, e io mi sono messo di traverso, impedendo che venisse nominato un direttore totalmente digiuno di cultura musicale italiana e praticamente senza repertorio operistico. Karajan amava ripetere che senza una sessantina di titoli in repertorio non si può dirigere alla Scala.
Prima – Ha bocciato il candidato del sovrintendente, che se l’è legata a un dito.
F. Micheli – Guardi che io ho grandissima stima di Dudamel, che è davvero un giovane con una storia personale ammirevole sul piano umano e un buon interprete sinfonico. In campo lirico però, senza repertorio specifico, è inadatto a interpretare la complessità  dell’opera di scuola italiana, nel teatro simbolo dell’interpretazione Urtext. Una formazione fatta necessariamente solo sui dischi è insufficiente. La tradizione interpretativa orale che si è tramandata da direttore a direttore per un centinaio di anni, da Toscanini fino a Muti, è fondamentale per chi voglia essere direttore musicale alla Scala. È come coi cappelletti della nonna.
Prima – Che c’entrano i cappelletti? Questione di ripieno o di sfoglia?
F. Micheli – Questione di mano, di esperienza e di sensibilità . Rompere la continuità  di una direzione musicale alta è profondamente sbagliato. Non è avversione allo straniero. Ma bisogna essere proprio un Karajan, con la sua straordinaria ampiezza di repertorio, per affrontare i capolavori della nostra cultura lirica, che è uno dei grandi generi musicali. Mi sono battuto perché si evitasse questo errore e ho premuto, col consenso di tutto il consiglio di amministrazione, perché arrivasse il maestro Barenboim, che, a prescindere dai gusti personali di ciascuno, è certamente un gigante. Non me l’hanno perdonato.
Prima – Ha detto che non le andavano bene anche le scelte gestionali. Eppure, dopo decenni, la Scala ha visto riconosciuta la propria autonomia dal governo.
F. Micheli – Dell’autonomia sono felice anch’io: la voleva già  Toscanini e la teorizzava con ardore Paolo Grassi. Il punto, tuttavia, è che se non ci fossero i generosi contributi giunti solo grazie alla capacità  del vice presidente, la Scala avrebbe bilanci scassati come gli altri teatri lirici italiani, se non peggio. Ma se Bruno Ermolli si distraesse o trovasse di meglio da fare, cosa accadrebbe? Oggi il bilancio preventivo della Scala è in equilibrio formale a condizione che quest’anno venga coperto un ulteriore differenziale negativo attorno agli 8 milioni di euro. La previsione di pareggio si basa sul presupposto che arrivi un nuovo socio che pompi quattrini e che da parte delle istituzioni pubbliche non ci siano tagli ma addirittura maggiori apporti. Cosa, quest’ultima, piuttosto velleitaria, visti i chiari di luna di questi tempi. Tenga conto che al solo Comune di Milano la Scala costa ogni anno 6 milioni di euro che, con annessi e connessi, valgono attorno ai 9 milioni. L’impegno del nuovo consiglio non potrà  che essere quello di voltare pagina al più presto e prendere ogni iniziativa soprattutto per definire un nuovo modello di gestione, che consenta la sostenibilità  di un bilancio che oggi è di 110 milioni all’anno. Si può fare e si dovrà  fare al più presto, così come sottolinea il recentissimo studio di McKinsey.
Prima – Siamo in conclusione, ci dica il suo pensiero sul ministro Ornaghi.
F. Micheli – Pensando a quanto accaduto a Pio Baldi al Maxxi di Roma in questi giorni: errare humanum est, perseverare autem diabolicum. La Scala viene ridotta sempre più a prodotto turistico, come il Colosseo. Non a caso Diego Della Valle, che è bravissimo, è diventato sponsor di tutti e due e certamente non lo ha fatto per un improvviso amore verso i gladiatori o le romanze dei tenori. Della Valle, che è anche un grande comunicatore, investe su due brand che hanno il massimo grado di penetrazione mondiale. Peccato, però, che la Scala sia un teatro e non un monumento archeologico. La Scala non deve diventare un teatro qualsiasi. O un monumento da visitare. Pena la sua morte culturale. E su questo il creatore di Tod’s è molto sensibile.

Intervista di Ivan Berni

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