Qua la mano – Intervista a Carlo D’Asaro Biondo, vice president di Google per l’Europa meridionale e orientale, il Medio Oriente e l’Africa (Prima n. 428, maggio 2012)

Qua la mano
Non si può pensare di fermare il mondo, il progresso va avanti, dice Carlo D’Asaro Biondo di Google agli editori italiani: “Mettiamoci intorno a un tavolo e troviamo il modo di collaborare”. Gli esempi già  ci sono: Google Currents per le app di giornali e riviste; Libri Google Play, il nuovo negozio on line per i libri digitali; il Content Id per i video su YouTube. Poi toccherà  a Google Tv.
La regina Elisabetta si è presa il disturbo di uscire di casa e andare in visita nella sede londinese di Google. Il fu presidente francese, Nikolas Sarkozy, idem. Il presidente dello Stato di Israele, Shimon Peres, pure. Per non dire di tutte le carezze che gli hanno fatto la regina Rania di Giordania, il presidente Obama e via discorrendo. E noi italiani? I nostri politici hanno avuto ben altro per la testa e alcuni dei nostri editori hanno imbracciato l’artiglieria pesante contro quelli che considerano invasori di campo e subdoli concorrenti. È che in Italia, fino a qualche mese fa, governava un signore che guarda caso è anche editore e proprio in questa veste si è mostrato molto preoccupato da Google. Ora quel signore non governa più e sembra venuto il momento che anche i nostri superciliosi uomini di governo si accorgano del fenomeno Google.
A far imbufalire gli editori ha cominciato qualche anno fa Google News, un formidabile aggregatore che indicizza le notizie delle principali fonti giornalistiche disponibili sul web   (il servizio è offerto in oltre 40 nazioni e in più di 19 lingue). Nato nel 2002 da quel genietto di Krishna Bharat, Google News genera automaticamente un elenco di notizie, provenienti dalle principali testate giornalistiche on line (del Paese in cui è localizzato), e le raggruppa per contenuto simile, ordinabile sia per rilevanza dell’argomento sia per data di pubblicazione degli articoli.
Gli editori l’hanno visto come uno strumento per saccheggiare i propri contenuti senza pagare dazio. E già  qui potete immaginare le bocche storte. Non hanno fatto in tempo a distendersi che è arrivato un nuovo shock per il mondo della televisione e dell’intrattenimento con il lancio di YouTube, la piattaforma video acquisita nel 2006 per un miliardo 650 milioni di dollari, con cui Google ha aperto la strada a un nuovo modo di condividere i contenuti video che alcuni operatori (come Mediaset) hanno visto come una intromissione da contrastare in tutti i modi, anche nelle aule giudiziarie, mentre altri (come la Rai e La7) hanno cercato di sfruttare a proprio vantaggio, per raggiungere, ad esempio, quel pubblico giovane che sempre meno si fa catturare dal piccolo schermo tivù e passa invece l’età  più lieta davanti a un computer.
Con i suoi AdWords e AdSense (i servizi per la pubblicità  interattiva), Google ha offerto uno strumento nuovo di comunicazione per le imprese e una risorsa per gli editori on line, ma ha anche trasformato il mercato della pubblicità , togliendo risorse agli operatori tradizionali. Ora con TrueView, il servizio di pubblicità  video lanciato su YouTube, minaccia di far concorrenza alle agenzie pubblicitarie, offrendo al contempo interessanti opportunità  agli inserzionisti. E Google Tv, il sistema per le tivù connesse a Internet, rischia di portare altro scompiglio nel mercato televisivo introducendo un nuovo modo di proporre i contenuti sulla tivù, come Android ha fatto sulle piattaforme mobili.
Per avere un’idea della portata rivoluzionaria dell’attività  di Google basta scorrere due pagine dell’edizione inglese di Wikipedia. La prima elenca le 109 acquisizioni effettuate dalla società , dal febbraio 2001 allo scorso aprile. Le più significative, oltre a YouTube, sono quelle di DoubleClick nel 2007 (3 miliardi 100 milioni di dollari) e di Motorola Mobility la scorsa estate (12 miliardi 500 milioni). L’altra pagina di Wikipedia elenca tutti i prodotti lanciati da Google dal 1997 a oggi. Una lista sterminata: si va dagli strumenti di ricerca a quelli per comunicare e pubblicare contenuti sul web, dai servizi per la pubblicità  ai sistemi operativi. E poi, risorse per gli sviluppatori, mappe e servizi di localizzazione, applicazioni per il pc e per gli apparecchi mobili, smartphone e tablet. Quasi altrettanto lungo l’elenco delle idee che non hanno funzionato come previsto, prodotti lanciati ma poi ritirati dal mercato e messi in un cassetto.
“Non ci si può fermare: per continuare a crescere dobbiamo innovare ogni giorno”, afferma Carlo D’Asaro Biondo, vice president di Google per l’Europa meridionale e orientale, il Medio Oriente e l’Africa. “Il 50% dei dipendenti di Google sono ingegneri che non si occupano dei ricavi: si occupano dei prodotti e dei servizi da proporre agli utenti. Il business è una conseguenza: ci pensa l’altro 50% dell’azienda. Sugli oltre 39 miliardi di fatturato che abbiamo fatto l’anno scorso, gli investimenti in infrastrutture, in software, in quella che è la componente capitalizzabile rappresentano più di 6 miliardi. Poi dobbiamo aggiungere gli investimenti sul 50% dei dipendenti che si occupano dello sviluppo tecnologico. Sì, Google è un’azienda che investe molto”.
Dagli uffici milanesi di corso Europa, D’Asaro Biondo da quattro mesi guida ad interim la sede italiana, in attesa di trovare un nuovo country manager, dopo che Stefano Maruzzi ha lasciato in gennaio la società . L’Italia per Google rappresenta il settimo mercato nel mondo in ordine di importanza, anche se Paesi in forte crescita come Brasile, Giappone, Russia e Cina rischiano di scalzarci dalla classifica dei primi dieci.
Alla ricerca della persona giusta
Prima – È così difficile trovare un country manager per la sede italiana?
Carlo D’Asaro Biondo – È difficile perché deve avere diverse caratteristiche: essere bravo nel gestire i rapporti con i clienti; capace di accettare il modo di lavorare in Google, che non è gerarchico; avere una grossa esperienza di management; rappresentare l’azienda senza mai mettere il suo ego davanti; saper definire le strategie su come crescere e con quali partner; infine avere una certa credibilità , essere ‘humble yet authoritative’, come dicono gli inglesi, cioè umile ma anche autorevole. Un profilo complesso quindi. Penso comunque che lo troveremo presto. Ho lavorato per tre mesi con Egon Zehnder, valutando oltre cento profili, e abbiamo scelto quattro persone che mi sembrano corrispondere molto bene al ruolo. Ho sottoposto i loro nomi ai vertici aziendali che decideranno chi dei quattro è il più adatto.
Prima – Uno dei problemi che dovrà  affrontare il nuovo country manager sarà  quello di avere una buona stampa, che non è proprio ciò di cui gode Google nel nostro Paese.
C. D’Asaro Biondo – È difficile per noi avere una buona stampa vista la nostra posizione sul mercato. Presso gli utenti la nostra immagine è molto buona, perché offriamo prodotti gratuiti che non danno mai problemi. Sulla stampa la nostra immagine invece è meno buona. Ma forse in questo caso c’è un po’ di conflitto di interesse nei confronti di Google. Siamo un’azienda che fa innovazione, l’innovazione crea cambiamento e il cambiamento genera sofferenza; noi siamo parte di questo cambiamento e così nascono delle tensioni.

In guerra con gli editori
Prima – Intende dire che i rapporti con gli editori non sono facili perché andate a intaccare il loro modello di business?
C. D’Asaro Biondo – Il problema riguarda solo alcune grandi imprese che non vogliono il cambiamento.
Prima – Faccia un nome, via.
C. D’Asaro Biondo – Mediaset. In realtà  adesso con la maggior parte degli editori lavoriamo bene; c’è un ottimo spirito di collaborazione. I nostri strumenti funzionano anche per loro e gli editori li utilizzano sempre più volentieri. Da quando sono arrivato a Google ho firmato accordi sul diritto d’autore in tutti i Paesi, partendo dal principio che il contenuto è una percentuale importante della catena del valore: dal 50 al 70% di quanto ricaviamo dalla pubblicità  va ai contenuti.
Prima – I ricavi però sono ancora modesti.
C. D’Asaro Biondo – Sono modesti ma stanno crescendo: l’anno scorso abbiamo distribuito 6 miliardi e mezzo ai nostri partner produttori di contenuti su 40 miliardi di fatturato. E abbiamo fatto investimenti importanti proprio nelle tecnologie per proteggere i contenuti: negli ultimi due anni abbiamo investito più di 30 milioni nel Content Id, il sistema di protezione dei contenuti video su YouTube, siglando accordi di partnership con aziende come Sky, la Rai, La7. Anche Mediaset oggi utilizza il Content Id, malgrado le tensioni tra i nostri due gruppi.
Prima – Cos’è esattamente il Content Id e come funziona?
C. D’Asaro Biondo – È un meccanismo che permette di confrontare i video pubblicati dagli utenti su YouTube con i contenuti di proprietà  degli editori. Se si verifica una corrispondenza, è l’editore stesso, il titolare dei diritti, che decide cosa fare del contenuto: valorizzarlo inserendovi della pubblicità , incassando così il 65-70% del ricavato (il 30-35% spetta a YouTube); togliere il contenuto oppure lasciarlo su YouTube senza valorizzarlo. Se qualcosa sfugge al controllo, basta che il titolare dei diritti ci avvisi e noi togliamo immediatamente il video da YouTube.
Prima – Fila tutto così liscio?
C. D’Asaro Biondo – Può capitare che qualcuno rivendichi la proprietà  di un contenuto, ma chi l’ha inserito su YouTube non sia d’accordo. Tempo fa, ad esempio, un disc jockey australiano ha rivendicato la paternità  dell’inno di Forza Italia. In questi casi la controversia devono risolverla i diretti interessati: non possiamo decidere noi.
Prima – Mediaset si rifiutava di usare il sistema dicendo che è compito vostro trovare i contenuti illegali sulle vostre piattaforme.
C. D’Asaro Biondo – È uno strano modo di ragionare. ‘Io sono proprietario dei contenuti ma non ti dico che sono miei’. Se non me lo dici tu, come faccio a saperlo? Tanto più che spesso i contenuti non sono prodotti direttamente dalla tivù ma da altri produttori, come Endemol, Time Warner, eccetera.
Prima –   Come ne siete usciti?
C. D’Asaro Biondo – I broadcaster, la Rai, Mediaset, Sky, La7 ci forniscono un file di riferimento con tutti i programmi che mandano in onda; noi confrontiamo i contenuti caricati dagli utenti con questo file e se troviamo una corrispondenza applichiamo la politica che il detentore dei diritti ha scelto per quel particolare tipo di contenuto.
Prima – Dal punto di vista tecnologico il problema è risolto, ma dal punto di vista normativo si può dire altrettanto? Servono nuove leggi per tutelare il diritto d’autore su Internet?
C. D’Asaro Biondo – Penso che le norme esistenti funzionino. Per il resto è una questione di comportamenti. Se si stabiliscono principi chiari, si dà  il giusto valore ai contenuti e si fissano percentuali di ricavo adeguate, forme di collaborazione ce ne saranno sempre di più. La domanda da porsi in questi casi è: qual è il core business? Noi siamo produttori di tecnologia. E vendiamo pubblicità : search advertising e video e display advertising.
Prima – Mediaset però non vuole affidare il controllo della pubblicità  a voi. “Il cliente lo vogliamo gestire noi”, hanno sempre detto.
C. D’Asaro Biondo – Eravamo disposti già  due anni fa a concederlo. All’epoca però Mediaset chiedeva anche altro: che il traffico non arrivasse da YouTube. Noi facciamo due mestieri: portiamo traffico tramite i nostri motori di ricerca e tramite piattaforme come YouTube, e forniamo tecnologie per vendere pubblicità . La pubblicità  la venda chi sa farlo. Se il media ritiene di poterlo fare meglio di noi, gli forniamo la piattaforma. Abbiamo un interesse comune: valorizzare la pubblicità . Cioè darle un contesto e qualificare l’audience: due cose che aumentano il suo valore in maniera rilevante. La pubblicità  contestuale vale quat  65tro o cinque volte di più. Quella ‘targeted’, cioè rivolta a un’audience specifica (sulla base del comportamento e degli interessi dell’utente), vale otto o dieci volte di più. Per vendere pubblicità  su Internet in questo modo serve la tecnologia, non bastano i rapporti con i clienti. Noi questa tecnologia ce l’abbiamo, e siamo pronti a fornirla ad altri: venderanno loro la pubblicità , la volorizzeranno direttamente. Questa è una proposta che siamo pronti a fare a chi ha le competenze per vendere la pubblicità , siano essi Rai o Mediaset o chiunque altro.
Prima – Giuliano Adreani, l’amministratore delegato di Publitalia (la concessionaria di pubblicità  di Mediaset), ha lanciato un messaggio: che presto troveranno un importante partner nell’ambito di Internet. Potreste essere voi?
C. D’Asaro Biondo – Tra Mediaset e Google è in corso una causa per vecchie storie legate a YouTube, storie di epoche passate. È difficile poter fare accordi con il coltello alla gola. Adreani vende pubblicità  su Internet e penso che abbia molta voglia di collaborare. Ma deve fare i conti con una parte dell’azienda che oggi ha una posizione diversa. Fino a quando la loro posizione ufficiale è che la causa con noi deve andare avanti in maniera molto violenta – cosa che mi dispiace – come facciamo a fare un accordo?
Prima – Mediaset pensa di portare a casa grossi vantaggi economici da questa causa?
C. D’Asaro Biondo – Non so se puntino a un vantaggio economico o piuttosto a cristallizzare, fermare il mondo. Dovreste chiederlo a loro. A noi questa situazione dispiace. Tutti siamo soggetti al cambiamento. Il fatto di essere grandi oggi non ci garantisce che lo saremo anche domani. Il cambiamento è inevitabile. Quando dietro la televisione arriverà  un cavo e Internet entrerà  nella tivù, le cose cambieranno ancora.
Prima – Insomma, di fronte a tutti questi cambiamenti è meglio sedersi intorno a un tavolo e cercare un accordo, piuttosto che combattersi.
C. D’Asaro Biondo – È meglio essere positivi. Ognuno deve fare bene la propria parte. Noi siamo bravi a creare la tecnologia, a fornire audience qualificata, e sappiamo valorizzare i contenuti su Internet. Loro hanno dei contenuti che sono fondamentali e riconosciamo che costituiscono la maggior parte del valore; inoltre sanno vendere la pubblicità . È un peccato litigare. È inutile vivere di cose passate che non torneranno più. Il mondo non si ferma.

Il prossimo passo: la tivù
Prima – Oggi si parla molto della Google Tv: volete fare concorrenza ai broadcaster?
C. D’Asaro Biondo – C’è chi dice ‘arriva Google e si prende la tivù’… Ma le cose non stanno così. Forse è il nome che trae in inganno: più che Google in televisione è la televisione che va in Google. Il ragionamento è questo: c’è il telefonino, il tablet e il televisore; gli utenti potranno vedere i contenuti su tutti e tre questi strumenti. Con il semplice gesto di un dito si potrà  trasferire un film dall’iPad al televisore e guardarselo sullo schermo televisivo. Sarà  un sistema operativo – si chiami Android o Apple Os – che ci permetterà  di fruire dove vogliamo i contenuti. Siano essi di nostra proprietà  o presi su Internet, ad esempio su YouTube, dove accanto ai video caricati dagli utenti sono sempre più numerosi i canali che propongono film, documentari, programmi tivù, eccetera. L’offerta crescerà  enormemente e questo cambierà  il modo di guardare la televisione. E anche i broadcaster cambieranno.
Prima – Forse gli editori non sono contrari a questa evoluzione ma vogliono mantenere il controllo nelle loro mani.
C. D’Asaro Biondo – Mi faccia dare una risposta aggressiva: chi se ne frega di quello che pensa l’editore! È l’utente che conta. Nessuno di noi, Google compreso, ha il diritto di dire ‘decido io’. Noi non decidiamo proprio nulla. È l’utente che decide, in conseguenza di ciò che gli porta valore. Nessuno può fermare il progresso. Qualunque cosa vogliano fare i grandi gruppi, siano essi italiani o stranieri, cercare di fermare questi cambiamenti non farà  altro che aumentare la sofferenza.
I giardini chiusi
Prima – Qualche giorno fa in un’intervista al Guardian, uno dei due fondatori di Google, Sergey Brin, denunciava i walled garden, i giardini chiusi di Facebook e Apple, come un pericolo per Internet. Lei che ne pensa?
C. D’Asaro Biondo – Sono d’accordo. I walled garden sono un pericolo per l’utente. Chi crea queste condizioni vuole far pagare più del dovuto. Così si producono distorsioni della concorrenza. La nostra convinzione è che Internet deve rimanere aperto, anche perché è un grande elemento di democrazia. Quando ci sono state delle tensioni tra noi e alcuni grandi gruppi media, sono stati i piccoli a difenderci, perché Internet ha portato loro dei vantaggi. L’apertura crea innovazione.
Prima – Per un editore essere sull’iPad rappresenta in effetti un costo rilevante: oltre il 30% del prezzo di copertina di un giornale o una rivista va ad Apple.
C. D’Asaro Biondo – Su Android il costo è meno di un terzo. Google ha fatto una scelta precisa: preferiamo fare pochi soldi da tanti che tanti soldi da pochi. Vivendo in un mondo aperto siamo costretti a portar valore ogni giorno. E questo è un vantaggio per l’economia. Pensiamo alle piccole e medie imprese che utilizzano i nostri prodotti per vendere all’estero. Pensiamo al turismo, ai viaggi, alla moda, all’alimentazione. E pensiamo anche ai media. Ogni giorno vengono create nuove attività  su Internet utilizzando i servizi di Google per generare traffico o per vendere la pubblicità .

L’audience, nuovo sistema di misura
Prima – A proposito di pubblicità , di recente avete annunciato di voler introdurre nuovi sistemi di misurazione dell’audience on line simili a quelli della televisione, sulla base del Grp.
C. D’Asaro Biondo – È vero, siamo partiti in Francia e presto partiremo anche in Italia con la misurazione del tempo speso sui vari mezzi. Vogliamo misurare quanto tempo passa una persona su un portatile, su un telefono mobile, su un desktop pc e davanti al televisore. Vogliamo vedere come cambia la fruizione durante la giornata, e secondo i vari componenti della famiglia. Tutto ciò per fornire dati affidabili agli investitori.
Prima – Come farete le misurazioni?
C. D’Asaro Biondo – Useremo un piccolo box wi-fi all’interno delle case (ovviamente con il consenso degli interessati), che monitorerà  l’utilizzo dei vari mezzi.
Prima – Cosa vi aspettate da queste rilevazioni?
C. D’Asaro Biondo – Siamo sicuri che questo nuovo strumento consentirà  di sfatare dei miti e di riconoscere a ognuno il giusto, in base al valore che crea. Le cose sono molto cambiate rispetto a qualche anno fa: Internet è cresciuto e oggi è una realtà  su cui si può contare per generare ricavi; la tecnologia mobile ha modificato moltissimo il comportamento degli utenti; e nei prossimi mesi l’arrivo non dico della Google Tv ma del cavo Internet dentro la televisione porterà  un terzo cambiamento molto forte, velocissimo.
Prima – Metterete anche nei televisori un vostro sistema operativo come avete fatto con Android nei telefonini?
C. D’Asaro Biondo – Samsung, Sony e gli altri produttori di apparecchi televisivi fanno arrivare il cavo di Internet dentro il televisore per metterci i loro portali, i loro contenuti, differenziandosi così l’uno dall’altro. Noi proponiamo di utilizzare sistemi operativi come Chrome o Android, che permetteranno a ciascuno di sviluppare i propri servizi, i propri prodotti, sulla base di un linguaggio aperto, senza creare giardini chiusi. Proporremo anche sistemi di pagamento e una serie di altri strumenti.
Prima – Insomma controllerete anche la televisione…
C. D’Asaro Biondo – Non vogliamo controllare la tivù. Al contrario, vogliamo che siano gli altri a farsi venire delle idee su come proporre i loro servizi, che siano Samsung, Apple, Sony o Sky. Con la Rai spero che ci arriveremo presto.
Prima – Con la Rai vi parlate?
C. D’Asaro Biondo – Sì, ci siamo incontrati qualche settimana fa. Devo dire che mi piace molto dialogare con loro, perché ho avuto l’impressione di parlare con persone che guardano al futuro. Mi hanno fatto un discorso molto chiaro: il nostro mestiere è produrre contenuti di valore, non sempre e non solo finalizzati a far soldi, perché siamo un servizio pubblico. Come possiamo lavorare insieme per continuare a fare bene questi mestieri? Ci hanno posto una domanda chiara e noi daremo le nostre risposte. Sono convinto che insieme faremo qualcosa che porterà  valore all’utente.
Prima – Anche con La7 avete buoni rapporti.
C. D’Asaro Biondo – Ottimi. Quando andiamo a trovare un operatore come La7 o Rai o Sky le domande che ci poniamo sono: cosa sai fare tu, cosa so fare io e cosa potremmo fare insieme per produrre nuovo valore? In questo modo gli accordi si trovano.
Prima – Avete dei concorrenti in questo campo?
C. D’Asaro Biondo – Abbiamo moltissimi concorrenti in tutti i campi. Nel nostro mondo la concorrenza è sempre più vasta. E ci sono diverse filosofie: c’è quella di Apple che crea bellissimi giardini fioriti e ci invita le persone; e c’è la nostra: un mondo aperto in cui noi forniamo a ciascuno gli strumenti per lavorare. Nella pubblicità  ad esempio servono molte tecnologie: per qualificare l’audience, raccogliere i dati sugli utenti, acquistare e vendere gli annunci, monitorare i risultati. Decine di aziende propongono tecnologie per ciascuno di questi aspetti. Secondo noi è importante che queste tecnologie comunichino l’una con l’altra, in modo da creare una borsa dei contenuti fluida e aperta, così che ciascuno possa valorizzare al meglio i propri contenuti, in base alle caratteristiche dei propri utenti.
Prima – In questo campo Facebook ha un grande vantaggio rispetto a voi: conosce nomi e cognomi, indirizzi, date di nascita, insomma tutto dei suoi utenti.
C. D’Asaro Biondo – I dati sugli utenti sono importanti ma è importante anche conoscere lo stato d’animo delle persone prima di proporre loro qualcosa. Se propongo la pubblicità  di uno champagne su Facebook alle 8 del mattino, probabilmente il messaggio non sarà  molto efficace. Se uno invece cerca champagne sul motore di ricerca, per definizione è interessato allo champagne. Noi abbiamo un vantaggio molto forte: nel search advertising rispondiamo alle domande che ci fanno le persone. Nel display advertising lavoriamo invece con un’ottica di performance. Ad esempio su YouTube usiamo il sistema TrueView: si paga la pubblicità  solo se viene effettivamente guardata. Quando abbiamo introdotto questo sistema pensavamo che l’80% delle persone non avrebbero guardato la pubblicità , invece accade proprio il contrario: l’80% delle persone la guarda e solo il 20% se ne va.
Prima – A cosa servono allora le nuove metriche televisive se avete dei risultati così eclatanti?
C. D’Asaro Biondo – Servono, perché ci permettono di conoscere gli interessi della persona che guarda un certo contenuto. Se io guardo un film e tu sai che amo il vino e le auto, mi darai pubblicità  di questi due prodotti A questo servono i dati. Con Google+ (che è un’evoluzione di Google, non solo un social network) vogliamo fare in modo che le informazioni passino da una piattaforma all’altra. Così possiamo qualificare le situazioni e dare le risposte giuste anche in termini pubblicitari.

Una questione di privacy
Prima – E la privacy dell’utente com’è tutelata?
C. D’Asaro Biondo – L’utente ha massima libertà  di scelta. Abbiamo investito decine di milioni per fare in modo che ognuno possa decidere quali dati lasciar utilizzare dal sistema e quali no. E nei prossimi mesi investiremo altri milioni di euro. L’utente può gestire direttamente i suoi dati personali attraverso uno strumento che si chiama dashboard. Conoscere questi dati, sapere che un utente ha certi interessi è molto importante per la pubblicità  e per il commercio on line. È assurdo che in un Paese come l’Italia, dove Internet è più piccolo che altrove, i media abbiano un atteggiamento così virulento contro l’uso di queste forme di valorizzazione dei contenuti. È come spararsi sui piedi!
Prima – Quindi siete fautori di regole più flessibili sulla privacy?
C. D’Asaro Biondo – Noi sosteniamo che in tema di privacy bisogna lasciare la scelta agli utenti, dando loro gli strumenti per scegliere. E noi l’abbiamo fatto. Introdurre nuove leggi su questi temi, che evolvono in continuazione, è come laccare una cosa viva, ‘plaquer sur le vivant’ come dicono i francesi. Le leggi esistenti per l’on line vanno bene, bisogna applicarle con buonsenso.
Prima – Di recente i principali editori italiani hanno lanciato una loro edicola digitale per la vendita dei giornali e delle riviste in formato elettronico. Anche Google stava lavorando a qualcosa del genere. Che fine ha fatto quel progetto?
C. D’Asaro Biondo – Ne abbiamo discusso con molti editori; hanno ritenuto che era meglio farlo senza di noi e quindi ne abbiamo preso atto. Tempo fa avevamo realizzato anche un sistema di pagamento per i contenuti, OnePass. Non è stato adottato dalla stampa e l’abbiamo lasciato perdere. Da qualche giorno abbiamo lanciato Currents, che è un modo per valorizzare i contenuti sul telefono mobile e sul tablet. Noi proponiamo, la stampa dispone: se gli editori ritengono di poter fare meglio da soli, liberissimi.
Prima – Google Currents è un’applicazione per i contenuti gratuiti. Potrà  evolversi per comprendere anche contenuti a pagamento?
C. D’Asaro Biondo – Dipenderà  da cosa decideranno i produttori di contenuti. Noi siamo sinceramente rivolti all’utente; quando una cosa funziona la portiamo avanti, quando non funziona la modifichiamo. Non cerchiamo di predeterminare il futuro. Se fra qualche anno Currents diventerà  un sistema per distribuire contenuti a pagamento ci divideremo i ricavi. Su Currents ci sono già  molti editori di giornali e agenzie di informazione, come La Stampa, Adnkronos, il Corriere dello Sport, Class Editori, Il Secolo XIX, Il Giorno, La Nazione e altri.

Due milioni di libri digitali
Prima – Avete sigliato degli accordi anche con gli editori di libri?
C. D’Asaro Biondo – Sì, l’Italia è il primo Paese non di lingua inglese dove abbiamo lanciato Libri su Google Play, la nostra nuova piattaforma per distribuire contenuti digitali sul web e sui dispositivi Android, che già  conta più di due milioni di titoli. In un colpo solo Google Play è diventato uno dei più grandi negozi di e-book italiani. Abbiamo stretto accordi di partnership con moltissimi editori, dai più grandi – come Mondadori, Rizzoli, Gems, Feltrinelli, De Agostini – ai più piccoli. Esattamente come abbiamo fatto per il Content Id con i brodcaster e i produttori televisivi, dove tra i nostri partner ci sono la Rai, La7, Sky, Panini, De Agostini, Fox, News Corp e molti altri.
Prima – Siete coinvolti nell’agenda digitale?
C. D’Asaro Biondo – Facciamo parte di Confindustria Digitale e partecipiamo con loro alla discussione sull’agenda digitale portando il nostro contributo. La preoccupazione che ho per l’Italia è che il processo verso lo sviluppo digitale viene visto in maniera molto segmentata: Telecom contro gli over the top; questi contro la stampa. Insomma tutti contro tutti. Mi sembra un comportamento assurdo.

Il fronte delle tlc
Prima – Le società  di telecomunicazione dicono che loro investono nelle reti, mentre voi no e ne godete i benefici.
C. D’Asaro Biondo – Non è vero! Noi investiamo quanto loro, anzi forse di più, in percentuale del fatturato. Per portare servizi all’utente servono computer, servono basi dati, servono software; se non ci fossero queste tecnologie le reti non servirebbero a nulla. Il network rappresenta un terzo degli investimenti, i due terzi sono per i contenuti e le piattaforme. Bisogna discutere in buona fede. Non creiamo squilibri nella catena del valore, ma facciamola crescere! In Italia siamo in mezzo al guado. Dobbiamo arrivare dall’altra parte. Dobbiamo portare avanti l’agenda digitale, perché siamo in ritardo rispetto ad altri Paesi. Ne soffrono le imprese, ne soffre il turismo e ne soffre anche il settore delle telecomunicazioni. Il digitale è un fattore di sviluppo fondamentale per tutti. Rimanere a metà  del guado è peggio che non essere partiti, perché non si hanno i vantaggi ma solo gli inconvenienti.
Prima – Il problema non è che in Italia lo Stato latita? Vedi i mancati investimenti per la banda larga…
C. D’Asaro Biondo – In Francia non sono stati fatti grandi investimenti e la concorrenza si è creata comunque. Da noi si fa confusione tra problema finanziario ed economico; molte aziende nel nostro Paese soffrono di una crisi finanziaria, hanno difficoltà  a ottenere denaro, a causa di operazioni capitalistiche fatte nel passato (vedi Telecom Italia con Pirelli, Tiscali e altri). Fare network non rende, si dice. Non è vero: fare i network rende, ma se manca la solidità  finanziaria non si è in grado di investire. Così si genera uno stato di tensione che viene utilizzato per cercare di ottenere dei vantaggi, dallo Stato o da noi.
Prima – Cosa si dovrebbe fare invece?
C. D’Asaro Biondo – Bisognerebbe adottare una logica diversa: quella della collaborazione. Se nessuna telco ha le dimensioni per costruire da sola la rete, si faccia come in altri Paesi: si mettano assieme tre o quattro operatori.
Prima – È Telecom Italia che vuole farla da padrone?
C. D’Asaro Biondo – Noi abbiamo un’ottima collaborazione con Telecom Italia e non la vorrei rovinare con questa intervista. Il problema non è solo Telecom Italia. Ognuno deve fare il suo mestiere, ma qualche volta è meglio rinunciare a un po’ del proprio mestiere per farlo insieme ad altri in modo migliore. Sulla cloud ad esempio, speriamo che si possa collaborare. In Italia però le telco vogliono fare tutto da sole e questo è un peccato.
Prima – Ognuno vuole la sua ‘nube’ dove gestire i dati di aziende e istituzioni?
C. D’Asaro Biondo – Sì, e il problema è che alla fine ce ne saranno troppe. Rischiamo di sprecare risorse e di avere sulla cloud tanti giardinetti nessuno dei quali funziona bene.
Prima – Forse il problema è che voi investite molto, ma poi le tasse le pagate in altre parti del mondo, così i frutti di questi investimenti vanno altrove. Questo certamente non favorisce la vostra immagine.
C. D’Asaro Biondo – Noi rispettiamo le leggi. Ovviamente le applichiamo nel modo più vantaggioso per produrre valore ai nostri azionisti. E non è vero che non portiamo benefici all’economia. Senza il motore di ricerca e gli altri servizi di Google quanto perderebbero le imprese in termini di efficienza, di velocità  delle operazioni, di comunicazione? E quanto perderebbero gli individui? Tantissimo. In Italia Internet rappresenta circa il 2% del Pil, 33 miliardi di euro; quanti di questi 33 miliardi sono prodotti grazie a tecnologie Google? Secondo una ricerca di McKinsey, negli ultimi tre anni grazie all’indotto delle nostre tecnologie sono stati creati 700mila posti di lavoro in Italia; in Francia un milione 200mila.
Non si porta valore solo pagando le tasse, ma anche in tanti altri modi. I sistemi di tassazione vanno discussi da chi lo può fare. Noi diamo il nostro contributo al Paese investendo in tanti modi, in infrastrutture, in cultura e in arte (vedi i progetti per mettere Pompei on line e per digitalizzare i musei e le biblioteche), creando indotto, creando lavoro. E questo lo facciamo in ogni Paese in cui siamo. È vero, paghiamo le tasse in Irlanda, ma lì abbiamo più di 3mila persone e le nostre piattaforme. Se questo non va bene, si rivedano le regole fiscali. È inutile prendersela con chi le applica.

Intervista di Claudio Cazzola

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