Favolosa e indimenticabile Anna Piaggi, giornalista di cultura e caratura internazionale, maestra di stile, donna di infinita curiosità  (Prima n. 345, novembre 2004)

Anna Piaggi se ne è andata il 7 agosto 2012 lasciandoci orfani della sua sapienza sulla moda, della sua ironia e dei suoi fantastici cappellini. A questa giornalista di cultura e caratura internazionale, maestra di stile, donna di infinita curiosità , Prima aveva dedicato una delle interviste del numero del Trentennale, novembre 2004, intitolata ‘La favolosa’ e realizzata da Chiara Beria di Argentine.
In ricordo di Anna Piaggi la ripubblichiamo sul sito nelle sezioni Documenti e Le interviste di Prima.

LA FAVOLOSA

‘Om’, il magazine del quotidiano inglese ‘The Observer’, le ha dedicato lo scorso agosto la copertina con titolo ‘Absolutely fabulous, Anna Piaggi la musa dei più grandi stilisti del mondo’. Nelle rievocazioni di Anna Piaggi una sua storia personale della moda.
“Per me e mio marito, il fotografo Alfa Castaldi, la svolta fu Praga 1968″. Ti spiazza subito l’eccentrica signora che, in onore dell’anniversario di Prima, indossa una camicia firmata John Galliano in tessuto stampa di giornale e ha incorniciato i capelli con un bandeau rosa shocking ornato da una spilla a farfalla. Sparisce in bagno e riappare con la bocca e le guance truccate rosso vermiglio. Strass, make-up e giornali: contaminazione. “Per me la moda è una pura superficie. Io assemblo i vestiti, interpreto la moda. Forse”, s’irrigidisce, “non sono la giornalista di moda più adatta a parlare, non sono una canonica, non ragiono neanche cronologicamente. Mi sono costruita una situazione non convenzionale; ho vissuto la moda in prima persona, è il mio ego trip”.Svicola, dribbla, sfugge alle mie insistenti e pignole domande. E si aggira lieve, con la sua parlata gentile, tra i mille e pur ordinatissimi oggetti e vestiti, la foto che le scattò David Bailey e lo schizzo che le ha fatto il suo grande amico, Karl Lagerfeld, le pile di riviste e quelle di cappelliere firmate Stephen Jones, il suo modista londinese (ultima creazione per Anna: ‘Autumn in Vermont’, foglie di acero rosso su una calottina di velluto in tinta), che fanno della sua casa un’isola stravagante nel cuore, via Cappuccio, della Milano più perbenista e conformista. Scrive Piaggi nel libro ‘Fashion Algebra’, edito da Leonardo Arte nel ’98: “Il suono delle parole è importantissimo quanto il fruscio del taffettà , il ticchettio di stiletto heels”. La rossa macchina da scrivere Valentina, un lentino, il visore. Sono 6.500 le pagine redazionali firmate da Anna Piaggi in tanti anni di appassionato lavoro e il suo nome, nel mondo della moda, è ormai un culto. Om, il magazine del quotidiano The Observer, le ha dedicato, lo scorso agosto, la storia di copertina. Titolo: ‘Absolutely fabulous, Anna Piaggi la musa dei più grandi stilisti del mondo’. Paragonata – nel servizio dal mago delle scarpe di superlusso Manolo Blahnik – a un’altra icona dello stile, la mitica direttrice di Vogue America, Diana Vreeland; per anni musa di Karl Lagerlfeld che le ha dedicato il fantasioso libro ‘Anna-chronique’ (Longanesi ’86), assai stimata anche dagli stilisti italiani più giovani e di successo (“È creativa, eccentrica e imprevedibile, ha una grande conoscenza della storia della moda e del costume”, dicono di lei Dolce&Gabbana), Anna Piaggi è una donna tutta sinonimi e contrari, contrasti e paradossi. Colta e irriverente, essenziale e barocca, appassionata collezionista di vestiti firmati (ne ha più di un migliaio in un deposito) e di grafica (uno dei suoi livres de chevet è il catalogo Letraset), aldilà  dell’apparenza frivola è donna gentile, professionista seria di assoluta onestà  intellettuale capace di una grande autodisciplina nel lavoro. Insomma, una doppia Piaggi; proprio come le celebri ‘D.P. Doppie Pagine di Anna Piaggi’, la rubrica che la giornalista cura dal 1988 per il Vogue Italia di Franca Sozzani.Testi e immagini, il lavoro di Piaggi è sorprendente e fa di lei una testimone unica di questi anni di clamorosa affermazione della moda; da privilegio di una élite a fenomeno di massa. Confessa: “Mi spiace dirlo, non sempre ho amato tutta la moda italiana, sono sempre stata piuttosto esterofila. Gli anni Settanta? Per me sono stati la scoperta di Londra”.
I servizi da editor at large per Vogue con i fotografi Castaldi, Gianpaolo Barbieri e Chris von Wangenheim, l’esile modella Twiggy e la bellissima Patty, moglie del Beatle George Harrison. “Facevamo storie speciali, un po’ underground. A quei tempi anche le modelle erano dei characters. Ricordo le modelle di Andy Warhol e tipi come Antonia Boà«kenstein, una splendida olandese, nella sua casa fuori Parigi aveva una gabbia con dei leopardi”.
Quelli erano giorni liberi e felici, in giro per Londra a respirare novità  – 87 boutique viste da Anna in un solo fine settimana – e l’incontro con un altro grande eccentrico, altro personaggio chiave della sua vita, Vern Lambert che vendeva abiti Art Noveau, in uno stand al Chelsea Antique Marquet. “Desiderio di fuga”, sintetizza Piaggi parlando di quei tempi. Milano per lei era troppo “local”, come a dire provinciale. Aggiunge: “Ero già  allora più portata alle scoperte, interessata a un’altra moda”. Del made in Italy, all’inizio di tutto, nei primi anni Settanta, ricorda momenti, soprattutto immagini: il primo showroom di Giorgio Armani, in corso Venezia, a Milano; un giovane architetto che faceva delle belle cinture, Gianfranco Ferrè. E ancora. Il primo servizio a Gianni Versace: “Con Alfa abbiamo fatto la famosa foto, a Reggio Calabria, con lui, la madre e tutta la famiglia. Finito il lavoro, la notte restammo a dormire a casa loro… in quei tempi era tutto più a misura umana; era un piccolo mondo in cui, a poco a poco, venivano fuori questi nomi. Fu un inizio molto promettente, era come stare in trincea, non c’era ancora il sistema-moda con tutti i suoi schemi. Gli stilisti? Erano degli amici, molto accessibili…”. Interrompo i suoi ricordi. Quei giovani di allora, dico, sono diventati ricchi e famosi? E lei? “Io no, assolutamente! Anzi. Mio marito Alfa era un uomo coltissimo. Lo avevo conosciuto nel ’58 al bar Giamaica a Milano; era amico di Ugo Mulas, di Cesare Peverelli, di Guido e Sandro Somarè. Faceva reportage. Pietrino Bianchi, un po’ per divertimento, gli aveva commissionato dei servizi per L’Illustrazione Italiana; sono stata io a inventarlo come fotografo di moda. Alfa mi dava sicurezza e mi faceva respirare un’atmosfera intelligente. Con lui nella mia vita potevo permettermi di essere frivola ed era una sensazione così bella! Non siamo mai stati ricchi, ma avevamo degli ideali. E anche se mi occupavo di vestiti – niente altro che frocks – non volevo essere censurata”.
Su uno dei divani di casa (in pelle, ma sui cuscini ha messo una pezza di tessuto mimetico) Anna Piaggi ha preparato, per il nostro incontro, alcuni libri della collezione rilegata dei tanti giornali per i quali ha lavorato. A sette anni orfana di padre, dai 18 anni tanti mestieri pur di fare qualche soldo, in Svizzera a dare ripetizioni di greco e latino, poi traduttrice dal francese e dall’inglese. Un giorno, alla fine degli anni Cinquanta (“Allora ero piena d’iniziativa”, si schermisce), si presenta infine – senza conoscere nessuno – alla sede della Mondadori, in via Bianca di Savoia. “In portineria c’era Eliseo Morandi, lo ‘storico’ portiere dell’azienda, anche cameriere a casa Mondadori. Mi diede un formulario da riempire e, poco dopo, mi chiamarono a fare una sostituzione nella segreteria di redazione di Grazia”. Compito: rispondere alla posta delle lettrici. Un lavoro così ben fatto che Alberto Tedeschi, l’inventore dei gialli Mondadori, la volle a tradurre libri. Altra casa editrice, la Rizzoli, altro lavoro ad Annabella. “Passavo le rubriche. A volte aggiungevo cose incredibili, come consigliare dosi di lievito esagerate nelle ricette della rubrica di una famosa giornalista, Vera Rossi Lodomez”. Non solo lievito. Cugina prima per via di madre di Natalia Aspesi (“Non ho tutta la gamma di interessi che ha Natalia, io sono molto più limitata”), Anna nelle foto di quell’epoca si mostra come la classica ragazza milanese perbene – gonna di tweed, twin-set e filo di perle – dal futuro tranquillo di brava moglie, al massimo giornalista di carriera, tra una sfilata e un pasto in mensa. L’altra Anna nasce dall’incontro al Giamaica con Castaldi, con la fotografia, l’immagine. Assunta nel ’61 al mensile di moda Arianna (fondato da Arnoldo Mondadori; il primo direttore, Lamberto Sechi), ha così un posto sicuro e tante altre collaborazioni. E, subito, sono scontri. “Senta Piaggi, questo è troppo per noi!”. Ride Anna: “Uno dei fatti ricorrenti della mia vita è stata l’accusa di essere eccessiva”. Spiega che, in quegli anni Sessanta (“Prima della libertà “), ai tempi in cui imperava ancora l’alta moda francese e, in Italia, i sarti si chiamavano Emilio Schubert, Biki, le sorelle Fontana e il più moderno tra loro era il giovane Valentino, i servizi di moda dovevano rispondere a codici ben precisi: “Il modo di vestire proposto dai sarti era canonico. Dalla testa ai piedi”. Lei provoca un vero scandalo a Linea Italiana, il trimestrale di moda allora diretto da Anna Vanner, un’elegante signora torinese molto amante dei cappelli, fotografando per l’appunto una ragazza con un cappello messo tutto di traverso. Pura provocazione? Sorride a tutto rossetto Piaggi e insiste a raccontarti quanto era convenzionale e conformista il clima di quei tempi e quanto con Alfa, man mano che la tecnica fotografica progrediva, lei cercava di fare un lavoro di qualità  e avanguardia, anche usando l’ironia e lo sberleffo. Fu così che Anna Piaggi un bel giorno mandò in tilt persino la sublime e ultra chic Vreeland. “Ho un terribile ricordo”, sussurra, “lavoravo per Vogue America, ero in Islanda. Vreeland mi chiamò nel cuore della notte, criticava tutto ma proprio tutto quello avevo fatto. Ricordo che mi disse: «We work for the american middle-class »”. Caspita, signora Piaggi, che cosa diavolo le aveva combinato? “Veramente io volevo raccontare una storia un po’ folk… ma secondo lei il trucco delle modelle era eccessivo, avevano troppo rossetto; anche le pettinature secondo lei erano troppo…”. Ride. Troppo cosa?, insisto. “Avevamo un parrucchiere, Christophe, nipote delle sorelle Carita. E io gli avevo fatto pettinare la criniera di un cavallo, tutta a treccine”. S’alza un nitrito. Immaginatevi la scena: la iperraffinata Vreeland che urla con quelle foto in mano alla sola idea degli inserzionisti stelle e strisce in rivolta! Ha un guizzo ironico negli occhi truccati di blu la donna che è sopravvissuta all’ira di Diana Vreeland; roba da schiantare la carriera di qualsiasi fashion-editor, di qui e di là  dall’oceano. Ma quando Piaggi parla di quel servizio a Praga nel ’68, la sua voce ha invece una vena melanconica. Fu quel servizio la sua condanna e la sua fortuna. Apre il librone che raccoglie i vecchi numeri del mensile Arianna. In copertina non fotografie ma i volti dolci e sorridenti di belle ragazze italiane nei disegni di Rinaldo Geleng (all’epoca autore dei manifesti dei film di Federico Fellini). Sfoglia le pagine della rivista. Ecco la modella fissa del giornale, la giovanissima Rosanna Armani, sorella di Giorgio, futuro celebre stilista. In redazione moda, in quegli anni, cresce una coppia di giornaliste talentose, sono le due Anne, la Piaggi e la Riva. Sono loro a scoprire Ottavio e Rosita Missoni, a credere in Krizia e nel bravissimo Walter Albini. Piaggi, gran occhio anche nel trovare nuove modelle – tra le tante diventate poi attrici, Ali McGraw – viene promossa caporedattore moda e bellezza; passano gli anni: dopo Sechi, andato a dirigere Panorama, e Gianni Baldi, alla guida di Arianna si insedia Gino Pugnetti, un giornalista commediografo. “Fino ad allora avevo avuto la possibilità  di fare cose diverse, più d’avanguardia, più internazionali. Invece delle solite ragazze carine – sweet and lovely – per fare un servizio su dei pullover spiegati alle lettrici, Alfa e io avevamo scoperto e fotografato la bellissima Veruschka”. Tutto precipitò con il loro servizio a Praga, un reportage di moda – i vestiti erano di Albini, Caumont e Missoni – molto insolito, fatto in condizioni difficilissime con i carri armati del Patto di Varsavia che circondavano la città . “Chi gestiva il giornale ci accusò di avere un’attitudine non dico sovversiva ma non adatta a un giornale femminile, non rassicurante. Arrivò infine dalla tipografia la copia staffetta del giornale e mi accorsi che dal servizio erano state persino tolte delle pagine, erano state censurate. Quel giorno mi sono alzata dalla scrivania e ho lasciato per sempre la Mondadori, il posto fisso, la carriera canonica e persino gli oggetti personali che tenevo in quella stanza. Ho lasciato tutto”. Un gesto di ribellione che ha fatto di Anna Piaggi una free-lance a vita (salvo dall’81 all’84 quando ha progettato e diretto per Condé Nast Vanity, incentrato sulle illustrazioni di Antonio Lopez proprio negli anni d’oro della fotografia di moda), certo non ricca ma non omologata. Risultato: oggi lei è più celebrata, forse più attuale di qualche sua collega nerovestita (tipica divisa della giornalista di moda integrata), di quelle sempre disponibili ai diktat dei direttori, coccolate con vestitucci e cotillon dagli stilisti diventati potenti e assai sensibili ai voleri della pubblicità . Scrive di Anna Piaggi, la giornalista in technicolor, l’inviato di Om, Tamsin Blanchard: “È moderna, elettrica. Guardarla è come fare il surf contemporaneamente su 40 canali tivù”. Come a dire, per noi che siamo in Italia, da ‘Zelig’ all”Isola dei Famosi’ passando per ‘Elisa di Rivombrosa’, Platinette e le Iene. Teorizza Piaggi: “Oggi tutto è virtuale, artificiale, tutto è lifting. Dalla chirurgia estetica allo styling, al ritocco delle foto”. Semplice osservazione di costume, non giudizio morale che non è proprio il suo genere. Quel che importa a Piaggi, di stagione in stagione (“Per chi segue la moda è impossibile saltarne anche una sola”), è cogliere anche in momenti meno appariscenti, come quello attuale, ciò che lei chiama “sottigliezze”. Un tacco, un bottone, un fiocco. E mentre la gran teoria di direttore e inviate si incapriccia per essere accomodata in prima fila alle sfilate, lei da sempre predilige le retrovie, il backstage, luogo strategico per cogliere il dettaglio di un abito, strappare un’intervista. Così sono nati molti dei suoi servizi per L’Espresso (ha collaborato dall’87 all’89), per Panorama (’93-97) e le famose doppie pagine per Vogue Italia. “È un lavoro d’assalto, lo faccio insieme al mio fotografo, Bardo Fabiani. Certo nei primi anni c’era meno pressione, tutto era più raccolto; con Alfa riuscivamo persino a montare uno studio per i nostri servizi. Oggi, invece, alle sfilate vogliono assistere migliaia di persone, ogni giornale, forse per una forma di cortesia con le maison, accredita uno stuolo di giornalisti; ci sono moltitudini di fotografi e televisioni. È un vero e proprio assalto. Fare la coda, spingere, sgattaiolare tra quei forzuti ragazzi della security fa parte del mio lavoro; anche per me, pur conosciuta da tutti, è diventata una lotta. Un corpo a corpo”.
C’era una volta la sua cerchia di affetti: nell’83 lo stilista Walter Albini, il geniale e sfortunato precursore del made in Italy, è morto; e con lo scorrere degli anni Alfa Castaldi, Vern Lambert, Antonio Lopez hanno lasciato sola Anna. Anche Versace con le sue splendide e perfette top model e le campagne pubblicitarie firmate Avedon sono fantasmi di un mondo ormai scomparso. Tanti stilisti hanno chiuso bottega, altri sono passati di mano. Anna ha dovuto lasciare la casa-studio che aveva abitato con Alfa per 40 anni. Per lei è stato un vero trauma. Sospira: “Si leggono tanti luoghi comuni sulla Milano da bere degli anni Ottanta. Sono stati, certo, anni convenzionali, ma anche allora c’era sofferenza e c’era passione. C’era uno stilista come Walter Albini che si straziava… Quelli che hanno lasciato dei semi lo hanno fatto sulla loro pelle e quelli che non li hanno lasciati sono entrati nel sistema”.
Tutto passa, persino Tom Ford, lo stilista americano, squadrato e bello, incontrastata star della moda dagli anni Novanta, non è più in sella da Gucci e Saint Laurent. “Nel caso di Ford la sua bellezza fisica è stato un vero fattore di comunicazione, una delle chiavi del suo successo”, spiega Anna Piaggi. E volta pagina: “Anche Stefano Pilati, il nuovo stilista di Saint Laurent, che ha debuttato alle ultime sfilate di Parigi, è piaciuto molto per il suo appeal. Dopo la sfilata tutte si chiedevano: ma è gay o non è gay? Di Alber Elbaz, l’israeliano che fa Lanvin, si è scritto invece che non ha ‘le physique du rà´le’.
“Sembrano cose crudeli ma, in realtà , la moda è questo. È immagine, visione, visibilità . Nel nostro mondo tutto è passeggero, anche le amicizie e le inimicizie; si scopre il vintage e adesso tutto è ormai vintage, anche le collezioni di una stagione fa. Un tempo erano i vestiti ad avere un’identità  precisa, oggi, invece, gli abiti sono intercambiabili mentre gli accessori sono diventati più leggibili, anche come status. Sono le scarpe di Prada, le borse di Vuitton o quelle con la doppia G ad avere un’identità  precisa”.
E ancora. Meno boutique e più concept stores; meno carta stampata e sempre più tivù. “Cameramen, obbiettivi, zoom”, incalza Piaggi. “La moda è materia che nel movimento acquista vita. Preferisco la moda in televisione che sull’ormai canonica passerella”. Tutto il resto per la dolce signora, che non indulge in pettegolezzi o cattiverie (“I regali degli stilisti? Di questi tempi ho l’impressione che ne facciano molto meno”), dipende dalla professionalità  e creatività  di chi fa un giornale di moda. Le scelte imposte dalla pubblicità ? “È sempre accaduto, mi ricordo che già  negli anni Settanta, per Vogue, Alfa faceva quelli che venivano chiamati ‘groupages’, una serie di pagine commissionate dal cliente. Ma se la giornalista è brava e il fotografo è fantastico anche con il vestito più banale si può creare un’atmosfera, una storia meravigliosa”.
Delle firme del passato, delle brave giornaliste che tanto hanno fatto per lo stile italiano, più che di Maria Pezzi (“Lei è sempre stata tranquilla, canonica”) ama parlare di Camilla Cederna: “Grande cronista e donna molto elegante che amava la moda, ironizzava sui vizi e sulle virtù, e non si è mai fai fatta travolgere dal sistema”. E di Adriana Mulassano, dal ’68 all’86 la firma di punta del Corriere della Sera: “Bravissima!”. Ovvero, secondo lei, per una giornalista che vuol seguire la moda, significa: “Avere occhio, conoscere la storia e la cultura della moda e avere un senso critico. Mulassano ha sempre scritto quello che pensava. A volte qualche stilista si arrabbiava, non veniva più invitata alla sfilata, c’era uno scambio di lettere infuocate, ma poi tutto tornava come prima. È successo a lei come a Hebe Dorsey e Suzy Menkes dell’Herald Tribune. Brave, così bisogna essere. Saper fare una scelta di stile e mantenere sempre una propria posizione”. Su un tavolo in salotto copie di Vogue Italia e della rivista Dazed and Confused. Nessuno dei tanti settimanali di moda italiani. Che cosa ama leggere oggi Anna Piaggi? E quali sono i fotografi e le giornaliste che si occupano di moda che lei preferisce? Steven Meisel, Peter Lindbergh e Paolo Roversi sono i primi nomi di fotografi che cita. “Ma ci sono tanti giovani bravi; la fotografia di moda ha fatto in tutti questi anni grandi passi avanti”. Meno ricco il suo carnet di giornaliste. Naturalmente parla di sua cugina, Natalia Aspesi: “Lei si diverte, ironizza, fa citazioni colte. Scrive molto bene di Miuccia Prada ma, devo dire, ha ragione. Anche in questa stagione Prada ha fatto una sfilata di grande consistenza, i suoi vestiti sono materia forte per conquistare visibilità  sui giornali”.
Ovviamente parla un gran bene di Franca Sozzani che, dal 1988, fin dal suo arrivo alla direzione di Vogue Italia, con in testa il progetto di renderlo quasi un video in carta, comunque più vivace e stravagante, un termometro dei cambiamenti di costume, ha voluto quelle famose doppie pagine fatte da Anna. E lei di Sozzani dice: “Ammiro il suo lavoro, ha il dono della visione, una vera forma di talento”. Parole benedicenti anche per l’edizione americana di Vogue di Anna Wintour. Punto e stop. La preferita, fra tutte le sue colleghe, da Piaggi è la signora con i capelli a banana, la stakanovista e severissima inviata dell’Herald Tribune, l’inglese Suzy Menkes: “Fa un grossissimo lavoro di copertura delle sfilate, è interessante leggerla indipendentemente dalle sue sensazioni personali. Ti spiega il background dei fatti e dei personaggi della moda e fa quella critica della moda che oggi da noi manca”. Sembra stanca, Anna. Forse è la sua solitudine, i suoi continui accenni ad Alfa Castaldi, il marito e fotografo che da dieci anni non c’è più, a farla apparire così fragile e tenera con quei suoi pomelli rossi. Basta chiederle, però, delle ultime sfilate per ritrovare in lei la voglia di scoprire qualcosa di nuovo, di ancora vitale. Mi parla di Parigi come di un terreno più fertile, dove ha intravisto di nuovo un filone sperimentale, nei vestiti di Rei Kawakubo per Comme des Garà§ons e in alcuni di Helmut Lang. Parla infine di una giornalista, Florence de Monza, che sul Journal du Dimanche, e in poche righe, ha scritto un concetto che molto l’ha colpita. “Parlando del gruppo Lvmh e del suo Pdg, Bernard Arnault, notava come oggi la figura dello stilista non è più così importante. Sono i manager, quelli che hanno in mano i dati, a decidere veramente in quale direzione andare. Sono loro a fare la moda”. Ben più che una semplice sottigliezza.
Da cronista corretta, Anna Piaggi cita la collega francese, ma è facile capire che su questa nuova stagione della moda, lei che andava al bar Giamaica e a Praga nel ’68, ha già  molto riflettuto. “In tutti questi anni il management che si occupa di moda ha imparato tantissimo e, oggi, dimostra anche di avere molto coraggio. È il caso, per esempio, di Arnault con Galliano (dal ’96 disegna Dior): nonostante i benpensanti che non lo capiscono e lo demoliscono, lui lo difende anche quando fa le cose più estreme, anzi, lo spinge ad andare sempre più avanti”.
Si arresta intimidita dal pensiero di suo marito Alfa. “Cosa direbbe mai se mi sentisse parlare della creatività  dei manager!”. Giù in strada, in via Cappuccio, c’è un gruppo di ragazzi così normali nei loro jeans e felpe. L’eccentrica signora che saluta sul portone dell’elegante palazzo cattura i loro sguardi, stupefatti e confusi.

Chiara Beria di Argentine

Share on FacebookTweet about this on TwitterPin on PinterestShare on LinkedIn

Articoli correlati

Zelig sbarca su ViacomCBS Italia. Tra le altre novità autunnali The Roast of Italy, 16 anni e incinta ed Emas

Zelig sbarca su ViacomCBS Italia. Tra le altre novità autunnali The Roast of Italy, 16 anni e incinta ed Emas

Usa, l’amministrazione Trump contro i social: basta protezione legale, siano responsabili dei contenuti

Usa, l’amministrazione Trump contro i social: basta protezione legale, siano responsabili dei contenuti

Maxi sequestro della Gdf: colpiti siti e canali pari al 90% della pirateria tv ed editoriale in Italia. Denunciati un migliaio di abbonati illegali

Maxi sequestro della Gdf: colpiti siti e canali pari al 90% della pirateria tv ed editoriale in Italia. Denunciati un migliaio di abbonati illegali