All’Agi è caduto un muro – Intervista a Gianni Di Giovanni, presidente dell’Agi e direttore comunicazione Eni (Prima n. 431, settembre 2012)

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Con la nomina alla presidenza di Gianni Di Giovanni, l’Eni ha deciso di mettere un suo uomo a capo dell’agenzia da cui fino a ora si era tenuta formalmente a distanza. Tornati in attivo i conti, l’Agi diventa parte importante della strategia di sostenibilità  e di dialogo della grande multinazionale, e punta a diventare in epoca digitale un grande produttore di contenuti multipiattaforma
Diciamolo: per le agenzie stampa il momento attuale non è certo una gran festa. Se è vero che l’irruzione della Rete ha costretto l’intero sistema dei media a ripensarsi e a rivalutare obiettivi e risorse, se carta stampata e televisioni godono ancora di un relativo (anche se assottigliato) vantaggio, le agenzie sono sotto assedio dei new media. Per non parlare del fiume delle sovvenzioni statali, o convenzioni che dir si voglia, che di anno in anno si va prosciugando, obbligando le strutture giornalistiche a mutare dimensione e finalità , logiche economiche e culture. L’Agi – nata nel secondo dopoguerra, dal ’65 controllata dall’Eni, e oggi diretta da Roberto Iadicicco – dal 31 luglio scorso ha un nuovo presidente: Gianni Di Giovanni, che è anche direttore della comunicazione dell’Eni. È la prima volta, nella storia dell’agenzia di via Cristoforo Colombo, che l’editore – l’Eni appunto – decide che le due cariche – quella di presidente e quella di amministratore delegato – siano separate, con la seconda sempre nelle mani salde di Daniela Viglione. C’è poi un altro dato importante: nel 2011 l’Agi è tornata a essere in attivo riuscendo a portare a casa un utile di 914mila euro, quando solo un anno prima i conti erano immersi in uno sgradevolissimo rosso (-260mila euro). È dunque legittimo chiedersi cosa bolla nel pentolone dell’Agi e in quello ancora più ampio dell’Eni. Ed è per questo che siamo andati a chiederlo al neo presidente Gianni Di Giovanni, non ancora cinquantenne, laureato in scienze politiche a Roma, prime esperienze lavorative nel gruppo Iri, specializzato presso la Scuola superiore di giornalismo dell’università  Cattolica di Milano e un master in relazioni pubbliche europee, poi direttore esecutivo delle relazioni esterne di aziende come Telecom, Wind e Tim, e dal gennaio 2006 all’Eni, dove ricopre i ruoli di executive vice president external communication e direttore della rivista Oil, il magazine nato nel 2006 con la missione di essere punto di riferimento delle tematiche che riguardano il campo energetico.
Prima – Come mai l’Eni ha deciso di mettere un suo uomo alla presidenza dell’agenzia stampa da cui fino a ora si era tenuta formalmente a distanza?
Gianni Di Giovanni – Nel mondo Eni l’Agi è sempre stata considerata un’azienda a parte proprio per il suo scopo giornalistico. Si è creata, di proposito, una sorta di muraglia cinese tra l’azionista e l’agenzia.
Prima – E ora la muraglia cinese è venuta giù.
G. Di Giovanni – No, ma sono cambiate alcune condizioni. Consideri che l’Eni è un gruppo italiano, fiero di esserlo, ma con oltre il 90% del business all’estero, e quindi rispondiamo a logiche e governance di carattere internazionale. In questo senso tutte le nostre società  hanno un presidente e un ad, separando le funzioni in ragione di una maggiore integrazione e un maggior controllo da parte di tutti gli organi del gruppo. È anche alla luce di questa situazione, che Eni ha ritenuto opportuno separare le due cariche.
Prima – Questa la forma. Arriviamo alla sostanza. Cosa significa l’indicazione da parte di Eni di uno dei suoi top manager alla presidenza dell’Agi?
G. Di Giovanni – Significa un rinnovato impegno e una rinnovata fiducia nei confronti dell’agenzia. Eni non è andata a cercare una figura esterna, magari iconica, nel mondo dell’editoria italiana, ma un uomo al suo interno, proprio per sottolineare questo legame e questo interesse. Del resto, sia come responsabile dei rapporti con i media e poi come direttore della comunicazione, sono sempre stato in stretta connessione con l’Agi, visto che una delle gambe su cui si regge l’agenzia sono i servizi per l’editoria.
Prima – Insisto: perché cambiare la struttura di potere?
G. Di Giovanni – Ripeto: Eni è un’azienda strutturalmente italiana, ma il suo business consiste nello scoprire petrolio in Nigeria e venderlo in Asia o negli Stati Uniti. Quello che noi cerchiamo è di essere italiani all’estero nella maniera più positiva ed efficace possibile, portando con noi quel set di capacità  e tradizioni che hanno sempre fatto del nostro Paese uno dei più amati e rispettati. In moltissimi Paesi del petrolio, sia in Asia sia in Africa, avere rapporti con noi è molto più facile, diretto ed efficace che con qualsiasi altra compagnia internazionale. Le ragioni sono facilmente comprensibili: c’è chi si porta dietro un passato coloniale o imperialista più o meno recente come inglesi, francesi e americani. Noi no, e abbiamo sempre utilizzato la ‘formula Mattei’ con forti criteri di sostenibilità  che ci hanno permesso di dialogare con i nostri interlocutori all’estero. E il primo fattore di sostenibilità  è la comunicazione di noi stessi, come ci presentiamo, qual è il nostro biglietto da visita quando andiamo a parlare di noi con un altro Paese. In tutto questo l’Agi è parte importante di questa strategia di sostenibilità  e di dialogo. Il corrispondente dell’Agi crea i presupposti che permettono a noi di farci conoscere nei media locali e a loro di essere conosciuti in Italia ed Europa. Questo è un compito fondamentale anche nell’era di Internet, dove il processo di modernizzazione e digitalizzazione di queste realtà  vanno a braccetto.
Prima – Mi faccia un esempio.
G. Di Giovanni – Presto detto: riuscire a far sapere in Italia e nel mondo che alcuni Paesi dell’area centrale africana, come il Congo, l’Angola, la Nigeria, fino al recente Mozambico, stanno crescendo dal punto di vista economico in maniera esponenziale è per loro ragione di grande interesse. Sapere che l’Agi li aiuta in questo percorso e che l’Agi fa parte del mondo Eni diventa un momento di importante considerazione per il ‘cane a sei zampe’ e giustifica il ritorno dei nostri investimenti sull’agenzia stessa.
Prima – Qual è la vostra strategia di fronte alla crisi delle agenzie stampa?
G. Di Giovanni – È ancor prima in crisi il modello di business, visto che oggi con Twitter, ad esempio, ogni giornalista diventa una piccola agenzia. È necessario allora che le agenzie ripensino profondamente il proprio ruolo e si sintonizzino su quello che sarà  il domani. Bisogna che cambi, di più e più velocemente, la mentalità  dei giornalisti, perché se è vero che molti sono già  attivi nel mondo dei social media, la gran parte è ancorata a modelli superati.
Prima – I giornalisti sono sicuramente paleolitici, ma anche gli editori non mi pare abbiano dato grande esempio di lucidità  e modernità .
G. Di Giovanni – È vero: anche gli editori devono fare uno sforzo importante. Piangersi addosso e lamentare il crollo della pubblicità  e degli abbonamenti non mi pare serva molto. Tre sono le regole che dovrebbero essere seguite: riorganizzazione, formazione e internazionalizzazione. Sono arciconvinto che noi italiani, anche nel campo del giornalismo, non abbiamo da imparare niente da nessuno, potremmo anzi insegnare qualcosa. È però necessario cambiare il sistema di fare giornalismo.
Prima – Scendiamo dal mondo dei buoni propositi e arriviamo alla realtà . Quella dell’Agi, per esempio.
G. Di Giovanni – Una delle cose importanti su cui l’Agi sta lavorando ormai da cinque anni è la digitalizzazione delle proprie attività . È stata creata Agiweb, una struttura totalmente digitale, che crea contenuti con un linguaggio adatto al mondo della Rete, e che quindi si rivolge a tutti quei nuovi media che stanno proliferando su Internet. I new media oggi drenano moltissimo del budget pubblicitario delle aziende, che sempre più investono sulla Rete, e devono essere nutriti da qualcuno che contemporaneamente faccia professionalmente bene il mestiere di giornalista e conosca il settore.
Prima – Cosa intende per internazionalizzazione?
G. Di Giovanni – Intendo che è indispensabile aprire sempre più finestre sul mondo, soprattutto in quelle zone dove c’è poca informazione come l’Africa, dove noi siamo molto presenti, e come l’Asia, dove abbiamo accordi importanti con la cinese Xinhua e altre grandi agenzie di stampa. Il mondo russo, poco conosciuto, è un’altra straordinaria opportunità  di business, senza dimenticare altri capisaldi importanti, come Bruxelles piuttosto, o gli Stati Uniti. Questi sforzi l’Agi li ha fatti da tempo riorganizzandosi strutturalmente, grazie al grandissimo lavoro dell’ad Daniela Viglione e del direttore Roberto Iadicicco, senza che questo abbia provocato tensioni interne o stravolto l’agenzia.
Prima – Sta dicendo che se c’è una via di scampo è fuori dai nostri confini.
G. Di Giovanni – Sto dicendo che gli utili e il futuro di un’agenzia di stampa stanno, a mio giudizio, nel cambiamento epocale di mentalità  che c’è tra il produrre notizie e il produrre contenuti. Pochi hanno capito la grandissima differenza tra le due cose e, al di là  dei numeri in questione, l’Agi si è inserita in questo segmento. Realizzare contenuti, soprattutto di carattere internazionale e multimediale, spaziando dai takes alle immagini, ai video e alla partecipazione attiva dei social network, significa aprire nuovi mercati e produrre ricchezza.
Prima – Anche perché quelli vecchi oramai sono moribondi. Basti pensare alle convenzioni con lo Stato.
G. Di Giovanni – Beh, le convenzioni con gli enti oggi sono molto mirate. Mi lasci dire però che vincere la gara del ministero degli Esteri per l’Agi è stato un fatto importantissimo.
Prima – In effetti avete fatto un bel colpo portando a casa 400mila euro per la formazione di una trentina di giornalisti libici, tre dei quali rimarranno in Agi per altri sei mesi.
G. Di Giovanni – È stato un incoraggiamento per la strategia che le ho appena descritto. Inoltre fa comprendere che oggi ciò che le agenzie devono fare non è la singola notizia, la copertura di un evento, ma l’insieme di attività  – compresa la formazione – che servono per creare un contenuto. Questo contenuto rimarrà  per molto tempo sulla Rete, creando momenti di approfondimento e di interesse da parte dell’utente, che può essere un’azienda, un’organizzazione internazionale no profit, il governo del Paese straniero… Non c’è più, inoltre, quel principio di mera nazionalità  dell’informazione: all’interno della redazione Agi sono già  cambiati pesi e misure dei segmenti delle varie redazioni. Politica e cronaca, che un tempo erano le regine del prodotto, oggi sono affiancate dall’economia e dagli esteri, che rivestono un ruolo fondamentale, così come sempre di più chiede il mercato.
Prima – In questo disegno che guarda molto al futuro, come si inserisce Oil, un prodotto cartaceo in lingua inglese?
G. Di Giovanni – È parte della strategia dell’Agi, considerando che Oil nella sua parte di realizzazione è uno dei prodotti dell’agenzia. Così come l’altro prodotto che riteniamo importante è Papers of Dialogue, la nuova rivista trimestrale in inglese e in arabo con una tiratura di 10mila copie distribuite nei Paesi del Medio Oriente, in Nord Africa, in Iraq e nei Paesi del Gcc (Gulf Cooperation Council: ndr) come Barhain, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi.
Prima – Qual è lo scopo di Oil a sei anni dalla sua nascita?
G. Di Giovanni – Oil mantiene due obiettivi: da una parte far conoscere in maniera concreta e didascalica il mondo dell’energia, del petrolio e del gas ai desk giornalistici internazionali, agli opinion maker e agli opinion leader mondiali. Dall’altra, creare uno strumento di dibattito tra i protagonisti dell’Oil Industry, ovvero un luogo dove si possano dire cose difficili da spiegare altrove, perché troppo tecniche e complesse. Quindi una rivista ‘di settore’ che si occupi di energia, considerando poi anche le implicazioni di geopolitica, società  e cultura. In sei anni e in maniera abbastanza inattesa, la rivista ha preso piede ed è diventata un punto di riferimento per l’industria dell’oil & gas, tanto che l’11 ottobre terremo un convegno a Washington organizzato da Oil sulla nuova realtà  energetica, tema che nella campagna elettorale americana ha come sempre una rilevanza strategica per i due candidati. Oil è stampato in 60mila copie, di cui una metà  viene distribuita negli Stati Uniti, e va insieme al mensile Foreign Affair, il periodico internazionale del prestigiosissimo Council of Foreign Relations, con cui abbiamo chiuso un accordo che prevede, tra l’altro, l’organizzazione di eventi e una condivisione di contenuti proprio sul nostro nuovo portale Abo che verrà  lanciato in occasione del convegno.
Prima – Il portale (www.oilonline.it) che è già  piuttosto attivo subirà  quindi una trasformazione?
G. Di Giovanni – Finora era di fatto una riproposizione della rivista sul web. In questi ultimi due anni abbiamo ripensato alla nostra presenza in Rete e, grazie anche alla collaborazione del genio della comunicazione finanziaria inglese Rupert Younger, a quella dello styling della Brand Portal di Paolo Torchetti, e di Moisés Naà­m come player di riferimento, siamo arrivati al lancio di Abo.com (About Oil). Stiamo creando sulla Rete un punto di riferimento del mondo dell’energia che si dividerà  in due segmenti: il primo costituito da un network tra le principali università  e centri di ricerca internazionali capaci di produrre contenuti originali e, dall’altra, un motore di ricerca specifico, una specie di Google dell’energia. Nei prossimi tre anni avremo un travaso totale di informazioni e realizzazione dalla rivista al sito, con l’obiettivo finale di ottenere un portale rinomato e capillare, oltre alla rivista come prodotto premium, prodotta e destinata solo a un ristretto numero di destinatari.
Prima – Sempre di più il versante americano mi pare fondamentale per l’Eni, tanto che a capo di Eni Usa è stato da poco insediato Stefano Lucchini.
G. Di Giovanni – Il ruolo della nostra azienda negli Stati Uniti è nato con l’Eni stessa. La nostra sede di New York si occupa di intrattenere le relazioni stabili con gli stakeholder importanti del mondo americano: oltre all’amministrazione, sono curati i rapporti con gli opinion maker, le associazioni di settore, le associazioni culturali, i media, eccetera. Questo è il field dove, coadiuvato dallo storico ‘Eni man’ Enzo Viscusi, opererà  quale chairman di Eni Usa Stefano Lucchini, che peraltro mantiene la sua responsabilità  di direttore delle relazioni internazionali e comunicazione di Eni.
Intervista di Daniele Scalise