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Ho visto Google che fa Google. Mario Sechi all’incontro del Comitato consultivo di Google sul diritto all’oblio

Braccialetto rosso. Te lo mettono al polso con un sorriso e la tua giornata comincia come in un villaggio vacanze: se hai quello all inclusive, sei strafico, tutti gli altri pagano gli extra. Qui all’Auditorium Parco della Musica con quel braccialetto puoi assistere all’incontro del comitato consultivo di Google sul diritto all’oblio. Ma niente extra, è mercoledì 10 settembre, mi attendono solo un pomeriggio afoso, la cappa romana, e quasi quattro ore di dibattito con una pausa di cinque minuti dove cerchi il caffè come un rabdomante l’acqua nel deserto. Prima di entrare mi faccio la domanda chiave: ce la farò a non sprofondare nello spleen? Ce la farai, perché lo spettacolo, alla fine della fiera, non è il colto dibattito, ma vedere Google che fa Google e i googolanti che googolano. Chi sono i googolanti? Nativi, attivi e cattivi digitali, perbacco. Li incontrate a qualsiasi fiera startuppara, sono facilmente riconoscibili, ma qui all’Auditorium sono mischiati a un po’ di executive manager in grisaglia, qualche leguleio che ha fiutato il business del futuro con le cause per l’oblio internettiano, tutti mimetizzati in qualcosa più da esibire che indossare, più da dire che da fare. Ma bisogna pur discutere del diritto all’oblio e della sentenza della Corte di giustizia europea che in maggio ha ordinato a Google di rimuovere il link sui contenuti riguardanti un cittadino spagnolo. Non sono più rilevanti, lui ne chiede la cancellazione dai risultati del motore di ricerca. Verdetto favorevole al ricorrente. E iperlavoro in vista per Google che dovrebbe fare un mestiere che non è il suo: cancellare contenuti che non produce. Surrealismo giuridico. Google è altro. Google fa Google. Perbacco.

[1]Arrivo all’appuntamento con il mio kit da old economy: penna e taccuino, una Parker Rollerball e un Moleskine con la copertina nera e i fogli a righe. Intorno a me deambulano borse e zainetti assortiti e ho la netta sensazione di essere – se non expired come un software in prova – certamente ‘datato’. Toh, il big boss di Google, Eric Schmidt, ha la cravatta, e pensare che la mia Holliday & Brown l’ho messa a riposo sul taschino, per non apparire un Jeeves in mezzo ai nerd. Niente, Eric è incravattato per bene, e penso che mai e poi mai i fondatori Larry Page e Sergey Brin l’avrebbero indossata perché – per mille terabyte! – una cosa è certa: siamo sull’onda del Big Sur e Google fa Google.

Dio, ho già dimenticato perché sono qui. Ah, ma che sbadato, è per l’oblio, per discutere del diritto di farsi cancellare una vita o solo un pezzo e perdinci in Rete nessuno mi può giudicare, nemmeno Google. Ho in mano il cartoncino che mi hanno consegnato per fare la domanda. C’è pure la bolla per il deposito, della domanda. Cose che si toccano in un mondo di pixel. Strabiliante. Ma dopo tre ore e rotte di dibattito, che domande vuoi fare? Maddai. Faccio drag e drop del cartoncino sulla tasca della giacca. Archiviato. Sono circondato dai googolanti. Forse è meglio levarsi la giacca. Mi guardo i piedi. No, ho le Church! Le stesse da 5 anni, risuolate e ipercollaudate nelle prove su marciapiede. Potevo mettere le Chuck Taylor All Stars per essere in versione reloaded, ma temo siano obsolete anche quelle. È appena passato di fronte a me uno che ha l’aria del dipendente di Google. Lo scannerizzo, sì lo è. Er mejo vestito: abito color ocra a quadretti, giacca sgualcita e stracool, pantalone aderente, orlo che non arriva fino al tacco, ma esibisce la caviglia e soprattutto la sublime assenza del calzino. E la scarpa, che scarpa! Sembra una creazione di Escher, è il superamento in chicane di ogni mia immaginazione sul glamour.

[2]Il momento fashion evapora. Comincia il dibattito. Schmidt è il chairman e da come lo fa capisci che sei nel posto giusto: ragazzi, c’è Google che fa Google. Sì, fa diventare Gianni Riotta improvvisamente un ‘Gianni Rotti’ qualsiasi, ma lo stile di conduzione è asciutto, una rasoiata, e la battuta mai oversize. Sto già sognando California, ma improvvisamente, alla mia destra, percepisco il decollo di uno squadrone volante di Mac portatili. In un batter d’occhio si materializza davanti a me lo scontro titanico, sono testimone di un pezzo di mitologia contemporanea. Google e il diritto all’oblio impressi per sempre (oblio permettendo) nel cloud dalle tastiere della concorrenza del fu Jobs. È l’eterna lotta del software e dell’hardware, la surfata in Chrome contro la gita in Safari, l’invasione dell’Android nel magico mondo di iOS. Non vedo tracce di Hewlett Packard, di Ibm, di Acer. È un todo Mac nient’altro che Mac che segnala la mia In-voluta presenza tra gli E-voluti di Internet.

[3]E io che faccio? Mi sento come Bruce Chatwin e mi chiedo cosa ci faccio qui? Si parla di oblio e davvero con il mio taccuino sembro uscito da un film in bianco nero con Stan Laurel e Oliver Hardy. Parla l’avvocato Guido Scorza, mentre decine di googolanti picchiettano sui tasti, instagrammano, twittano, facebuccano e tu sei là con le dita che colano inchiostro e giri pagine di carta, altro che scrollare. Ah, gli appunti. Vecchia de-formazione di quello che non si fida del ripostiglio automatico in Dropbox e figurati in Drive. Il mio notebook è un archeo-gadget, portatile, versatile, non ha bisogno di batterie e per decifrarlo in alcune parti occorre davvero un esperto di geroglifici. Certe paginette sono criptate come nessun programma al mondo. Enigma puro. Anche per me, a volte. Google intanto fa Google e gli esperti sono smartissimi e anch’essi inglobati nel format e tanto tanto googolanti. L’avvocato Scorza prenota i viaggi di Erodoto e ricorda che “la Storia non è fatta solo dalle gesta degli uomini famosi”. Nel centenario della pistolettata di Sarajevo (1914, do you remember? o c’è l’oblio?) difficile non essere d’accordo. La discussione s’inerpica subito nell’accidentato terreno filosofico e sul taccuino mi scappa un appunto shakespeariano: “Essere o non essere? Indicizzare o non indicizzare?”. A un certo punto nell’orecchio sinistro mi entra una frase di Josè Luis Pinar: “I motori di ricerca non fanno vigilanza”. Quel ‘vigilanza’ mi perfora l’orecchio destro fino a evocare certe righe splendenti di Philip K. Dick. Insomma, mi sembra roba da ‘pre-crime’. Manca solo Tom Cruise in sala e poi siamo in pieno plot da celluloide. Schmidt sorride, non sa che il bello deve ancora venire, che l’oxfordiano Luciano Floridi entra nella vecchia fattoria e spiega alla massa che “i buoi digitali sono scappati”. Al mio fianco parte una battuta fulminante: “Sì, cianno ‘e corna in pixel”. La discussione ripiega sul giuridico, siamo in territorio dominio di Hans Kelsen, all’internazionalizzazione della faccenda con relativa cessione di sovranità da parte degli Stati, così si materializza la mega-sovra-struttura che decide tutto, una sorta di Onu dei motori di ricerca. Mi chiedo chi mai avrà il potere di veto nel Consiglio di Sicurezza Digitale, ma non faccio in tempo a entrare nel dilemma giuridico che già devo uscirne perché Riotta ha cominciato a dividere la storia in prima e dopo (di lui), durante e nel frattempo, periodo Pre-Columbia (University) e tutto il resto viene dopo, molto dopo. Intelligente, Gianni, niente da dire, e biblico quando conclude il suo intervento citando San Giovanni e la Verità. Per non deragliare del tutto e restare nel registro a sfondo religioso, Pinar emette un suono che apre la via della salvezza: “Redenzione”. Floridi non ci sta a esser da meno e nel suo perfetto inglese oxbridge cita “il mondo protestante” e la faccenda “dell’accettare le conseguenze”. Traduzione: state sui social? Volete chattare, vi scattate le foto semi o total nude e poi le archiviate male o ve le fregano online? Affari vostri, irresponsabili, dovevate pensarci prima. La Messa cantata va che è una bellezza, siamo alla lettura dei Salmi e il Confessionale ormai è aperto, tanto che Lorella Zanardo fa fiorire sulle sue labbra due parole, un memento: “il Peccato e la Colpa”. È proprio Google che fa Google. Siamo al totem con le luci stroboscopiche e il cloud incorporato nell’anima.

[4]Continuo a scrivere, mi fa quasi male la mano, sarà la fatica di dover tradurre altissimi concetti in bassissimi appunti. Mi sento totalmente déraciné, sento i chip dei Mac al mio fianco che ronzano, elaborano, macinano, ordinano, classificano, tutta questa scienza senza chiedersi come me, povero, “dovranno andranno a parare?” Ma che domande ti fai, c’è Google che fa Google e tu stai tra i googolanti che googolano. È finita, devo andare da un’altra parte della città e il trasporto per il momento non si è ancora smaterializzato anche se i taxi a Roma in certe ore fanno valere d’imperio il diritto all’oblio. Sogno il teletrasporto di Star Trek. E mentre immagino la dissolvenza delle orecchio del Dottor Spock, incrocio un omone sorridente, Elio Catania, presidente di Confindustria digitale. Aspettiamo insieme una macchina che prima o poi arriverà. Trentacinquesettanta e niente Uber, dài. Lui è cresciuto a equazioni e Ibm io a titoli e menabò. Butto là il petardo: “Certo che questi di Google hanno una brutta gatta da pelare. La sentenza è proprio sballata”. Lui entra in fase Settimo Cavalleggeri: “Sì, ma questi di Google sono eccezionali, hai visto come affrontano l’argomento? Road show in tutto il mondo, grande calma, consultazioni, spirito di gruppo, una buona dose di pazienza, tenacia e ironia. C’è un problema? Ci sarà anche la soluzione. Questa è una vera corporation americana”. Nel suo sguardo è stampato l’American Dream. Metto la penna in tasca, ho quasi esaurito le pagine del taccuino. Si direbbe che la memoria del mio notebook è in esaurimento. Yessir, ho visto Google che fa Google.

Mario Sechi

Mario Sechi [5]

Mario Sechi