Il freelance: “Scatto la vita contro la morte”. Il reportage di Gigi Roccati su Repubblica.it

BEIRUT – Il mio amico Rabas ha venticinque anni, ha combattutto con il Pkk sul monte Ararat è stato ferito, poi in prigione. Lo ritraggo mentre vende collanine di pietra nera ai turisti, al confine tra Turchia e Iran. Mi parla di Betrand Russel, Camus e Gramsci. Nel suo Kurdistan l’equazione della libertà è quella di uomini contro carri armati, mi chiedo se oggi stia combattendo l’Isisa Sinjar, nel nord dell’Iraq.

Cerco la vita e non la morte. Altri meglio di me sanno fotografare la prima linea nei fronti caldi dell’Oriente e dell’Africa. In quei paesi guardo alla quotidianitá e alle storie delle persone. Uso la Reflex digitale per le riprese video e scatto con una hasselblad 1965 ritratti in campo medio, mettendo sempre in relazione il personaggio al paesaggio, e l’umanitá al centro del contesto sociale in cui vive. Per cinque anni la mia casa è stata Beirut e da quella base ho potuto conoscere quanto abbiamo in comune, cresciuti sotto cieli diversi ma con gli stessi film e la stessa musica, e l’ospitalità che fa delle nostre differenze la ricchezza del mondo.

Nel tempo delle decapitazioni mediatiche dell’Is (Stato Islamico) è più difficile ed enormemente più rischioso per un occidentale muoversi in Siria o in Iraq senza la protezione di una milizia forte per viaggiare embedded, proprio come con l’esercito regolare, e sono pochi i grandi giornali che ancora mandano fotografi con portafoglio; è quindi il tempo dei freelance, che rischiano tutto sulla propria pelle. E se l’alba delle primavere arabe ha accolto i media stranieri su entrambi i fronti, quello governativo e quello dei ribelli, poiché entrambe le parti volevano raccontare la loro giusta causa, oggi Isis e Al Qaeda hanno i propri uffici stampa, e nessun interesse che altri vedano come operano in battaglia, nei territori conquistati o da dove gli arrivano i soldi. Restano il pericolo del fuoco dei mortai e dei raid aerei. Così sono morti Tim Hetherington, Olivier Voisin insieme a molti altri.

Siamo più scomodi, spie o merce di scambio, soprattutto in quelle guerre dove è protagonista l’occidente. Dove le insorgenze si finanziano con narcotraffico e petrodollari e dove la complessitá degli scenari geopolitici converge sugli interessi dei paesi del Golfo, dove Arabia Saudita e Qatar stanno combattendo le loro proxy wars, guerre per interposta prossimitá, per un’egemonia culturale ed economica sulla regione. Ma è vero anche il contrario: durante il solo mese di Margine Protettivo, l’ultima invasione Israeliana di Gaza, sono caduti sedici reporters palestinesi, ed uno straniero, l’italiano Simone Camilli.

Cambiano gli scenari ma non la storia. Come Koudelka aveva fotografato l’ingresso dei carri armati sovietici nella Praga del ’68, riuscendo a mandare gli scatti all’agenzia Magnum di Parigi, così oggi sono i giovani fotografi siriani a documentare storie del loro paese che non pubblicheranno mai sul New York Times, ma sono sul web. Mohammad Nabbous aveva creato Lybia Al Hurra Tv, la prima emittente libera di raccontare la rivolta contro Gheddaffi, e fù ucciso da un cecchino nel marzo 2011 mentre filmava l’assedio di Benghazi. Aveva 28 anni e Der Spiegel lo definì “l’uomo più importante della rivoluzione.”

Mi pare importante il superamento degli stereotipi che nel nostro tempo di molte immagini e informazioni contribuiscono a determinare le nostre opinioni. Combattenti, bambini, ospedali, donne in lacrime e funerali. Semplificazione che contribuisce a legittimare proprio quei conflitti che la fotografia denuncia, in una sorta di ineluttabile ciclicitá delle vicende umane legata alla moderna geografia della guerra. O come scrive Ferdinando Scianna nella prefazione al mio libro, Road to Kabul: “Da un teatro di guerra ci aspettiamo immagini spettacolari, forti e come si dice, esotiche, che spesso hanno più a che fare con i meccanismi visivi e narrativi del cinema che con la realtà. Altrimenti ci annoiano.”

Teru Kuwayama da anni fotografa la missione americana in Afghanistan. Lo incontro in partenza per una di quelle che vengono chiamate “black operations”, embedded con le forze speciali travestite da afghani: barbe lunghe, tuniche sopra giubbotti antiproiettile e pickup giapponesi. Mi dice che porterà con se soltanto l’i-phone con cui scatta, filma, postproduce e invia al giornale via satellite.

Dell’Afghanistan una immagine mi rimane indelebile. Un giovane professore seduto sul davanzale di una scuola nella valle di Chaharaziab, le gambe incrociate e un grande libro aperto. Nella stanza regna una pace quasi religiosa, i ragazzi assorti nella lezione. Chiedo se posso filmare, lui con un gesto mi indica gli studenti che in coro cominciano a gridare di no. Percepisco la dignità di quel popolo fiero e mi sento fuori luogo, come chi ha interrotto qualcosa di importante, con la telecamera, la nostra fretta, le armi del soldato che mi accompagna. Cerco gli sguardi, fissi e interrogativi. L’unica cosa che mi permette forse di trovare un qualche rapporto tra loro e i soldati, alieni, armati e gonfi di divise troppo pesanti. Anche i soldati hanno sguardi fissi e interrogativi.

Questo articolo è stato pubblicato su Repubblica.it nello speciale ‘Le Inchieste’ dedicato al fotogiornalismo di guerra, curato da Daniele Mastrogiacomo. Per leggere gli altri articoli e guardare i reportage clicca qui.

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