Luxleaks, l’inchiesta di 80 giornalisti di 40 media europei, svela gli accordi fiscali segreti del Lussemburgo

(Panorama) Il nome è di quelli che resteranno negli annali del giornalismo investigativo. Si chiama Luxembourg Leaks o Luxleaks e ricorda, volutamente, la pubblicazione di documenti secretati negli USA sul sito Wikileaks. Questa volta, però, Julian Assange non c’entra nulla: Luxleaks è l’ultima inchiesta firmata da un consorzio di 80 giornalisti e pubblicata in anteprima su 40 media di 26 paesi, che rivela il nome di 340 multinazionali “furbette” che hanno sfruttato scappatoie legali nei paradisi fiscali per pagare meno tasse.

Per vent’anni queste società, attive in Europa, grazie ad accordi segreti hanno dirottato miliardi di euro in Lussemburgo, raggirando il fisco nei rispettivi paesi di provenienza, che però sono stati privati di miliardi di euro di entrate tributarie. Un’inchiesta destinata a creare forte imbarazzo nel mondo dei big della finanza e dell’industria, ma anche a Bruxelles. Di seguito vi spieghiamo il perché.

Jean Claude Juncker (foto Markjohnson)

Jean Claude Juncker (foto Markjohnson)

(Ansa) Scoppia il caso ‘LuxLeaks‘ e, dopo le scintille con Renzi e Cameron, è Jean Claude Juncker a ritrovarsi al centro della polemica. Ha guidato per 18 anni consecutivi dal 1995 al 2013 il Lussemburgo, la cassaforte d’Europa. Da presidente della nuova Commissione europea “dell’ultima chance” aveva detto di essere “un tipo che non trema davanti ai primi ministri”. Viene chiamato in Parlamento da socialisti e lib-dem, gli alleati dei popolari nella grande coalizione europea, a garantire che lotterà contro l’elusione fiscale che il suo Paese ha promosso per decenni. La sua “credibilità è in gioco”, tuona il capogruppo S&D, Gianni Pittella. E mentre Marine Le Pen ne chiede le dimissioni, il M5S parla di “scandalo” che è “prova dell’ennesima contraddizione di questa Ue” che “si fa guidare da un personaggio che ha avuto come scopo politico quello di far guadagnare il suo Paese sulle spalle degli altri partner europei”. Il nuovo portavoce della Commissione, il greco Margaritis Schinas, assicura che l’esecutivo tratterà la questione come un caso di “aiuti di stato”.

Quelli che solo nel 2013 hanno fatto aprire inchieste per una ventina di miliardi di valore: per l’auto in Germania, per il cinema in Francia e così via. Ed anche i soldi delle tasse, per la Commissione, sono una merce. In gioco non reati ma scelte politiche. Sottolineate per lo più da sinistra: in tutta Europa i governi sono costretti a tagliare i bilanci, ridurre le pensioni, eliminare servizi pubblici e alzare le tasse, mentre centinaia di ‘big player’ riescono a pagare aliquote irrisorie di guadagni miliardari. Il sottosegretario agli Affari europei, Sandro Gozi, definisce “inaccettabile” che continui la “concorrenza fiscale al ribasso” tra i paesi europei e chiede una “armonizzazione fiscale almeno nell’Eurozona”.

Schinas sottolinea che uno dei punti centrali del programma di Juncker, ribadito tanto in campagna elettorale quanto davanti al Parlamento europeo prima di ottenere la fiducia a luglio, è appunto la lotta all’evasione, all’elusione e alla frode fiscale. E mentre garantisce che il lussemburghese “è sereno”, assicura che il nuovo Commissario per la concorrenza, la liberale danese Margrethe Vestager, “andrà fino in fondo” nella sua inchiesta, proseguendo il lavoro di Joaquin Almunia, che nei mesi scorsi aveva già messo nel mirino Irlanda e Olanda, oltre al Granducato. Sullo sfondo, la cosiddetta “ingegneria fiscale”: raffinati e normalmente impenetrabili schemi che permettono alle multinazionali, ma anche ai grandi ricchi del mondo, di ridurre a percentuali irrisorie le tasse sui loro guadagni.

In modo perfettamente legale e “in linea con le convenzioni internazionali”, come afferma il ministro delle Finanze lussemburghese arrivando all’Eurogruppo. Salvo poi aggiustare il tiro definendo “non accettabile che una data impresa possa avvalersi” degli accordi legali per “sottrarsi di fatto ad ogni imposizione”. Però lo si fa decenni in tutti i paesi in odore di paradiso fiscale. “Il segreto di Pulcinella” per qualsiasi consulente finanziario. Il lavoro del Consorzio di giornalismo investigativo Icij, basato a Washington, con il contributo di oltre 80 giornalisti di una trentina di media (in Italia il settimanale L’Espresso) ha messo nero su bianco il sistema. Alla base di tutto, 548 ‘ruling’, accordi segreti conclusi in Lussemburgo da PriceWaterhouseCoopers (Pwc), una delle ‘big four’ mondiale della consulenza, per garantire la perfetta legalità di centinaia di costruzioni fiscali. Nei dossier di quella che è probabilmente solo la punta dell’iceberg rivelato dallo Icij, multinazionali come Amazon, Ikea, Apple, Heinz, Pepsi o Aig, banche (tra cui le italiane Intesa San Paolo, Unicredit, Marche, Sella), aziende di stato (come Finmeccanica) e famiglie
 

http://www.icij.org/project/luxembourg-leaks

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