Il lunedì nero di Skype: blackout per tutto il giorno. Tempesta digitale nel weekend anche per Apple, Chrome e Amazon

Trecento milioni di profili Skype in tutto il mondo, dalle dieci del mattino di ieri, 21 settembre, sono diventati inutilizzabili per ore. Ancora non si sanno le cause del blackout, riporta il Corriere, ma sicuramente il danno per la società acquisita da Microsoft nel maggio del 2011 è stato enorme. Con le videochiamate e le chat fuori uso, il traffico non può che orientarsi su altre piattaforme concorrenti, come WhatsApp, Facebook o Viber. Nelle prime ore successive all’inizio dell’andamento a singhiozzo, battezzato su Twitter dall’hashtag #SkypeDown, la versione web era ancora disponibile. Si poteva, quindi, comunicare attraverso il sito aggirando il problema del programma per computer o Mac e dell’applicazione per smartphone e tablet: non fosse che la mole di utenti che ha provato a farlo ha causato anche il crollo di quest’ultimo fragile baluardo. Nel tardo pomeriggio sono arrivate le rassicurazioni di Microsoft, secondo cui la non meglio precisata criticità che non ha coinvolto i clienti aziendali (le società che pagano la versione potenziata per effettuare le comunicazioni interne) era stata risolta. In realtà fino alle tre di notte, ora italiana, i problemi sono continuati. L’annuncio ufficiale che annunciava il totale ripristino del servizio è stato pubblicato sul blog della compagnia.

Gurdeep Singh Pall, Microsoft Skype’s Global Head (foto da Microsoft)

Non solo Skype ha avuto dei problemi: anche Apple ha avuto le sue grane. Nel fine settimana, Apple, Amazon e Chrome sono state colpite da problemi o attacchi hacker in quella che il Corriere definisce una ‘tempesta digitale perfetta’. La società di Cupertino ha dovuto gestire la pubblicazione di applicazioni infette sull’Apple store da parte di sviluppatori cinesi caduti nel tranello di pirati informatici, mentre Chrome è stato vittima di un indirizzo killer che ne blocca le funzioni. Amazon ha invece avuto a che fare con un problema di un data center che ha messo ko il sito di e-commerce, ma anche realtà che si affidano alla sua struttura, come Netflix o Tinder.

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