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Ddl penale al vaglio del Senato: il nodo cruciale resta la delega sulle intercettazioni. Caterina Malavenda, penalista: “vorrei sapere chi ha scritto il testo, poco chiaro e con espressioni infelici”

La Camera approva – con 314 sì, 129 no e 51 astensioni – la riforma del processo penale. I voti contrari sono arrivati da Lega, Sel e Movimento 5 Stelle. In attesa del passaggio al Senato, l’attenzione si concentra sul capitolo più spinoso, quello che riguarda la pubblicazione delle intercettazioni sui giornali. Come riportato da La Stampa [1], la regolamentazione è rinviata a una legge delega che verrà.

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Andrea Orlando, ministro della giustizia (foto Olycom)

Sulla riforma delle intercettazioni – non dello strumento in sé, ma della possibilità di pubblicarle sui giornali – ieri il dibattito parlamentare si è arroventato con i grillini a gridare a una nuova legge-bavaglio e tutti gli altri a negare che qualche nuovo limite alla pubblicabilità sia un provvedimento così estremo.

Il contenuto del testo della riforma del processo penale in materia di intercettazioni, così come esemplificato da Repubblica [3], prevede i seguenti punti: innanzitutto stabilisce solo una delega al governo, i cui contenuti verranno in seguito. Il governo dovrà predisporre norme per evitare la pubblicazione di conversazioni irrilevanti ai fini dell’indagine e comunque riguardanti persone completamente estranee attraverso una selezione del materiale relativo alle intercettazioni. La legge cancella la possibilità di una udienza di selezione – chiamata udienza filtro – per discernere tra intercettazioni penalmente rilevanti e non. L’udienza filtro, infatti, avrebbe sancito quali intercettazioni fossero effettivamente significative e dunque da portare al processo previo deposito delle stesse. Un deposito che le avrebbe rese pubbliche e pubblicabili. Resta una procedura di selezione che dovrà tenere conto del principio del contraddittorio.

Nessuna restrizione quanto ai reati intercettabili, ma si semplifica il ricorso alle intercettazioni per i reati contro la pubblica amministrazione. Il testo quindi stabilisce che il governo, attuando la delega, preveda “che costituisca delitto, punibile con la reclusione non superiore a quattro anni, la diffusione, al solo fine di recare danno alla reputazione o all’immagine altrui, di riprese audiovisive o registrazioni di conversazioni, anche telefoniche, svolte in sua presenza ed effettuate fraudolentemente. La punibilità è esclusa quando le registrazioni o le riprese sono utilizzate nell’ambito di un procedimento amministrativo o giudiziario o per l’esercizio del diritto di difesa o del diritto di cronaca”.

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Caterina Malavenda, penalista, esperta in diritto dell’informazione (foto Olycom)

Sul punto, in un’intervista rilasciata al Fatto Quotidiano, si è pronunciata Caterina Malavenda, avvocato penalista esperta di diritto dell’informazione, nonchè giornalista pubblicista: “Innanzitutto mi piacerebbe conoscere chi ha materialmente scritto la delega, che si avvita in subordinate di scarsa comprensibilità, rendendo difficile l’interpretazione della volontà del legislatore”. E sulla possibile limitazione del diritto di cronaca aggiunge: “Se lo scopo della delega è tutelare meglio la riservatezza delle persone ‘occasionalmente coinvolte nel procedimento’ e quella degli indagati – avuto riguardo per le loro conversazioni personali se penalmente irrilevanti – lo spazio per l’informazione risulta notevolmente ridotto. Ciò anche nel caso di colloqui di obbiettivo interesse pubblico”. E sulla libertà del giornalista di valutare la rilevanza di un’intercettazione chiosa: “Oggi il cronista stabilisce cosa riportare. Non potrà più farlo neanche su colloqui di interesse pubblico”.