No fee, no pay

La richiesta di Mediaset di vedersi riconoscere un corrispettivo per i suoi canali inseriti sulla piattaforma Sky apre una via  che molti altri broadcaster europei potrebbero imboccare

I colpi di scena sembrano diventati un’abitudine nel mondo della televisione e l’apertura della nuova stagione non ha deluso. Non c’è solo il debutto della Champions su Premium, delle rinnovate Mtv8 e Deejay Tv, le due potenziali reti generaliste di Sky e Discovery, il vicinissimo lancio di Netflix, ma anche la decisione di Mediaset, diventata operativa il 7 settembre, di togliere dall’Lcn di Sky Canale 5, Italia 1 e Retequattro, che da dieci anni occupavano le posizioni 104, 105 e 106, perché la pay tv non ha accettato di pagare un corrispettivo economico. Mediaset rivendica le cosiddette ‘retransmission fee’, cioè le commissioni riconosciute ai broad-caster dalle pay tv, molto diffuse nel mercato americano dove rappresentano quasi il 20% degli introiti delle televisioni, ma meno nei mercati europei.
È una storia che va seguita attentamente e che non può essere letta solo come un dispetto di Mediaset nello scontro al calor bianco in atto con Sky, perché potrà influenzare gli equilibri, i rapporti e i conti economici del sistema mediatico italiano. Vediamo come e perché.

A dare il via alle danze, alla fine di luglio, è stata il consigliere di amministrazione Gina Nieri, responsabile dei rapporti istituzionali e watchdog dei diritti di Mediaset, che aprendo i lavori del workshop, appositamente organizzato sul tema ‘Protezione dei contenuti in un mondo che cambia’ – affiancata dal direttore del marketing strategico di Mediaset Federico Di Chio – annunciava la formalizzazione di una “richiesta di un accordo commerciale con Sky”, spiegando che “chiediamo a Sky un accordo sulle ‘retransmission fee’ e siamo consolidati nella nostra richiesta dalla delibera Agcom 128/15, pubblicata lo scorso 23 marzo, che decide nella controversia Rai-Sky”. Nieri insiste anche sulla “necessità che la politica a livello europeo diventi più sensibile sul sempre più estensivo sfruttamento dei contenuti dei broad­caster (che garantiscono l’80% delle produzioni originali) da parte di piattaforme pay o di aggregatori”. La richiesta fatta a Sky è un tassello della guerra alla pirateria dei contenuti di cui Mediaset da anni è il portabandiera.

Con Sky è una trattativa lampo: i manager di Santa Giulia dicono di no e fine dei giochi. In molti erano convinti che Mediaset bluffasse e invece alla scadenza dell’ultimatum, il 7 settembre, i canali sono stati criptati e d’allora sul satellite Canale 5, Italia 1 e Retequattro sono visibili solo su Tivùsat, la piattaforma satellitare gratuita di Rai, Mediaset e Telecom ricevuta da 2,5 milioni di famiglie.
A Cologno parlano di “una decisione ponderata in lungo e in largo”, infatti non si abbandonano a cuor leggero 4,7 milioni di famiglie che sono la quota degli abbonati Sky. Sono state fatte analisi e simulazioni e si è anche considerato che con la penetrazione raggiunta da Tivùsat l’esodo sarebbe stato indolore.
A Sky motivano la loro posizione contestando alla radice che nello specifico italiano si possa accampare un diritto di ‘retransmission fee’, perché “la pay in Italia si limita a prendere il segnale in chiaro che è aperto a tutti e non commercializza i contenuti free all’interno della sua offerta, tanto che i canali sono visibili anche togliendo la scheda Sky dal decoder”.

L’articolo integrale è sul mensile Prima Comunicazione n. 464 – Settembre 2015

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