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Meno pubblicità sui siti per migliorare l’esperienza degli utenti, facendo crescere allo stesso tempo il valore degli spazi e i ricavi. L’approccio ‘less is more’ di alcuni editori Usa

Per i siti di news generalmente più pubblicità significa più guadagni. Ecco perchè spesso molti portali sono invasi da banner o video che partono in automatico. Alcuni editori hanno deciso di cambiare approccio, abbracciando la filosofia ‘less is more’ quando si tratta di inserire messaggi promozionali sui loro siti. A raccontarlo qualche settimana fa il Wall Street Journal [1]. Secondo il quotidiano, alla base dell’iniziativa ci sarebbe la convinzione che eliminando i formati più fastidiosi e limitando il numero degli spazi pubblicitari si possa aumentare il coinvolgimento dei lettori, e in sostanza aumentare i guadagni.

All’inizio del 2016, ad esempio, il portale femminile LittleThings [2] si è posto come obiettivo quello di eliminare almeno un formato pubblicitario dal suo sito ogni trimestre, ma senza indebolire i ricavi. Via via sono stati tolti anche anche pop up, video autoplay e le inserzioni ingannevoli, lasciando solo la pubblicità in formato display, i video, e i contenuti sponsorizzati. Il risultato? Sulle pagine ci sono ora solo poche pubblicità; il sito genera meno ricavi per singola pagina che l’utente visita, ma nel complesso i guadagni pubblicitari sono cresciuti.

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Justin Festa

“Gli utenti vedono più pagine, condividono più contenuti e in generale aumenta il loro engagement”, ha spiegato Justin Festa, chief digital officer del sito, sottolineando come nel solo mese di giugno i ricavi generati da singola sessione per utente siano aumentati del 38%, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. In più, ha aggiunto, avere poche pubblicità per pagina aiuta a migliorare le performance e il valore dell’inserzione, che ha più possibilità di essere vista e di ricevere click.

A spingere alla scelta di tagliare il numero di pubblicità, evidenzia ancora il giornale, può essere anche la necessità di fronteggiare la crescente tendenza ad adottare sistemi di ad-blocking, soprattutto davanti alla possibilità che anche Google possa inserire in Chrome dei filtri che blocchino i video autoplay o altri formati pubblicitari che si caricano da soli.

A seguire l’esempio di LittleThing anche Dotdash [4], editore di sei portali, che ha deciso di eliminare tra gli altri i video inseriti negli articoli nella convinzione che una migliore esperienza per l’utente possa aiutare a generare più guadagni nel lungo periodo. Via anche i post con contenuti sponsorizzati che rimandano a società esterne. “I nostri utenti devono fidarsi dei nostri consigli su finanza, salute e viaggi”, ha commentato il chief executive Neil Vogel.

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Neil Vogel

Gli editori, ha spiegato ancora Festa, dovrebbero pensare maggiormente all’impatto che sul lungo periodo possono avere certi tipi di pubblicità sui loro siti, e non solo ai maggiori guadagni. Come con i cosiddetti video ‘outstrem’ che si aprono tra i paragrafi di un post: “La nostra convinzione”, ha aggiunto, “era che questo tipo di pubblicità potesse assicurare facili guadagni. Ma poi abbiamo realizzato che questi video confondevano gli utenti e avevano un effetto negativo sul loro coinvolgimento e sulle loro attività all’interno del portale”.

“Con questo nuovo approccio”, ha concluso, “abbiamo dimostrato che gli editori possono massimizzare l’esperienza dell’utente e allo stesso modo dare valore alle pubblicità”.