Le risposte di Tim alle richieste di integrazione della Consob

Tim, su richiesta Consob del 13 aprile ha integrato la Relazione sulla Corporate Governance, quella sulla Gestione per l’esercizio 2017, il documento informativo sul Piano LTI 2018-2020, la relazione del collegio sindacale e l’informativa resa da con i comunicati stampa del 22 marzo, 9 e 24 aprile. In particolare, spiega l’agenzia Ansa riassumendo il documento disponibile sul sito della telco, vengono fornite alcune precisazioni sulla cessione della quota di Persidera. L’ad, in coordinamento con il Trustee “verificata l’indisponibilità del socio di minoranza a cedere la sua partecipazione” ha tentato “una revisione al rialzo dell’offerta pervenuta” e di “verificare l’esistenza di ulteriori offerte da parte di altri investitori”. “Il processo è tuttora in corso, fermo restando, lo si ribadisce nuovamente, che qualunque opportunità dovesse profilarsi sarà sottoposta all’esame ed alla decisione del Consiglio di Amministrazione, nel rispetto della procedura per l’effettuazione di operazioni con parti correlate”.
Secondo il parere del professor Mauro Bini il “valore di mercato del 100% dell’Enterprise Value di Persidera al 31 dicembre 2017 era compreso in un range tra 257 e 282 milioni”. Tale range, “che non include il valore dei contributi da riconoscersi in futuro a Persidera ex Legge di Bilancio 2018 (a compensazione dei costi di conversione alla tecnologia DVBT2) ed il potenziale indennizzo relativo ad un contenzioso sulle frequenze, potrà inoltre essere incrementato in funzione delle eventuali sinergie addizionali realizzabili dall’effettivo acquirente (valore negoziale equitativo)”.

Giuseppe Recchi e Arnaud de Puyfontaine (Foto Ansa/Mourad Balti Touati)

Consob ha chiesto a Tim di indicare le motivazioni delle dimissioni di ognuno degli otto consiglieri che hanno annunciato l’addio al cda il 22 marzo e che, fatta eccezione per quelle immediate di Giuseppe Recchi, scatteranno alle 10.30 del 24 aprile. Nel complesso tutti dicono di essere stati presi di mira per la loro nazionalità, con la società sotto attacco da parte di Elliott non era più possibile lavorare.

Recchi è l’unico che aveva già comunicato l’incompatibilità con il nuovo ruolo all’esterno del gruppo. Per Hervé Philippe “il progetto iniziale si è dimostrato di molto difficile realizzazione”, troppe discussioni in cda “inattesi vincoli di natura amministrativa” e la società “presa di mira da players opportunistici che, con una quota minima di capitale, pretendono di nominare sei amministratori, in spregio delle regole del gioco” hanno “reso arduo concentrarsi sul business e sul piano industriale”. Si è dimesso “per assicurare che il nuovo vertice sia debitamente valutato e sostenuto da tutti gli stakeholders, nel rispetto delle norme e dello Statuto, evitando di esporre la società ad azioni legali improprie”. Frédéric Crépin ha dichiarato di essere stato “preso di mira da Elliott solo perché manager di Vivendi “anziché dare la possibilità a questo hedge fund di avviare una campagna volta alla sua revoca” si è dimesso. Felicité Herzog si è dimessa dopo aver “rilevato che Elliott non solo attacca personalmente i Consiglieri in base a mere considerazioni di nazionalità, a presunte questioni d’indipendenza, a motivazioni assurde”. Motivazioni simili adducono Marella Moretti, Camilla Antonini e Anna Jones. Quest’ultima sottolinea anche che “l’insolita richiesta di Elliott (di revoca, ndr) giunge in un momento in cui il Consiglio di Amministrazione ha appena ratificato un nuovo piano di trasformazione industriale, bene accettato dal mercato” al cui confronto il piano di Elliott “impallidisce”. Quale amministratore indipendente, dichiara di essersi sempre spesa nell’interesse della Società e, pertanto ed in buona fede, non può accettare l’approccio suggerito. “A causa di pressioni esterne e della costante speculazione da parte della stampa, ritiene che il proprio ruolo sia divenuto insostenibile nel corso delle ultime settimane”.

Il presidente di Tim Arnaud de Puyfontaine spiega le sue dimissioni come reazione all’attacco di Elliott che vuole “riportare Tim indietro nel passato”. E’ “profondamente preoccupato per l’iniziativa di un fondo attivista che agisce contrariamente agli interessi della società e dei suoi stakeholders”. “Una buona struttura di governance è il risultato delle decisioni di tutti gli azionisti” dice il manager e pertanto non può “accettare il tentativo di un fondo azionista di minoranza di demolire il legittimo Consiglio”. “Qualora tale tentativo dovesse riuscire, ne conseguirebbe un abbandono del piano industriale recentemente approvato, senza valide alternative industriali” e per questo ha ritenuto “fosse più opportuno lasciare agli azionisti la nomina dei membri di tutto il Consiglio”.

Il cda di Tim ribadisce di considerare “illegittimo” l’intervento del Collegio Sindacale e quindi la decisione di inserire all’ordine del giorno della prossima assemblea del 24 aprile la proposta di revoca dei 6 consiglieri vicini a Vivendi. Ma sarà il Tribunale e non il vicepresidente Franco Bernabè il giorno stesso dell’assemblea a decidere se le proposte possono essere messe ai voti. E’ questo il senso, lo chiarisce su richiesta Consob lo stesso cda di Tim, delle deleghe date all’ad e al vicepresidente di “agire davanti all’autorità giudiziaria”.

Nella relazione sul governo societario, segnala ancora Ansa, trova spazio un chiarimento sulle indagini interne che hanno riguardato il riassetto organizzativo e in particolare la funzione di responsabile acquisti affidata a Michel Sibony così come alcuni problemi riscontrati con i fornitori. Il cda precisa che la valutazione del nuovo assetto era stata oggetto di preventiva istruttoria da parte del Comitato Controllo e Rischi che ha acquisito il rapporto fatto dalla funzione Audit. Dal rapporto emerge che Sibony svolge “un ruolo non coerente con il titolo della sua presenza in azienda (inizialmente configurato in termini di consulenza prestata presso una società a lui riconducibile)”. Nella nuova organizzazione ci sono “profili di potenziale indebolimento del presidio in termini di separazione dei compiti” e l’Audit segnala agli organi di controllo “il sostanziale blocco e poi comunque un significativo rallentamento nella gestione degli ordinativi d’acquisto, correlata ad attività di negoziazione e/o rinegoziazione di numerosi rapporti con fornitori, finalizzata all’ottenimento di risparmi”.

Amos Genish (foto telecomitalia.it)

L’ad Amos Genish ha spiegato le logiche della riorganizzazione e confermato “la progressiva regolarizzazione dell’operatività della funzione, a seguito del suo assestamento (da ritenere concluso con la nomina di Michel Sibony), con riconduzione dell’invecchiamento degli ordini a livelli ritenuti fisiologici”. “Le problematiche relative alle (ri)negoziazioni dei rapporti con i fornitori non hanno invero a che vedere con l’assetto organizzativo e la sua adeguatezza, ma con scelte manageriali volte a conseguire risparmi su tutti i contratti in essere o di nuova stipula, alla luce delle esigenze e delle priorità strategiche aziendali”. Gli organi di controllo comunque “hanno chiesto al revisore interno di proseguire nel monitoraggio degli impatti operativi di business riconducibili al processo aziendale di acquisto, fornendo un’informativa periodica di aggiornamento”.

L’amministratore delegato di Tim “ha deciso di tenere il progetto di jv con Canal Plus in stand-by e di proseguire nel frattempo autonomamente nello sviluppo dei contenuti, riprendendo le trattative con vari operatori, tra cui Mediaset, con il quale sono in fase di finalizzazione accordi commerciali”. Lo precisa il cda su richiesta della Consob.

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