La riforma Ue del copyright naufragata per sempre? Ecco cosa sarebbe cambiato

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A rischio la riforma del copyright, che dopo la bocciatura di ieri da parte del Parlamento Ue (con 318 no, 278 sì, 31 astensioni) potrebbe definitivamente naufragare. Secondo quanto ricostruito oggi dal Sole 24 ore, “il testo verrà discusso alla prossima plenaria a settembre ma di fatto si tratta di una bocciatura”.

Il testo, spiega il quotidiano, “verrà discusso alla prossima plenaria, ma i tempi si fanno più risicati: a maggio 2019 si torna alle urne e la proposta rischia di arenarsi su nuove modifiche, senza arrivare neppure a una fase di prima lettura che consentirebbe lo slittamento della procedura al parlamento che sarà eletto la prossima primavera”.

Il respingimento “è stato accolto da un boato”, prosegue il Sole, “un segnale delle temperatura (e delle frizioni) interne agli stessi gruppi politici. A eccezione del Partito popolare europeo, più sbilanciato per la riforma, la mappa delle votazioni mostra una distribuzione trasversale di sì e no all’interno di Socialdemocratici, Alde e altre formazioni”. A salutare con soddisfazione l’esito del voto sono stati soprattutto Lega e Cinque Stelle, in Italia (Salvini: “non è passato il bavaglio alla Rete”; Di Maio: “nessuno si può permettere di silenziare il web”) e in Europa (Adinolfi, Cinque stelle: “una vittoria”).

Europarlamento (foto Ansa – EPA/FRED MARVAUX)

Come spiega l’Agi in un “vocabolario minimo per capire il dibattito su link tax e riforma del copyright“, la Commissione europea e il Parlamento hanno cominciato a discutere la proposta nel 2016. Duplice il motivo: “il legislatore europeo ritiene di dover correggere un vuoto legislativo che ha consentito alle piattaforme che ospitano contenuti caricati dagli utenti (come YouTube) di evitare di pagare una licenza equa per i contenuti creativi (musica, film, libri, spettacoli tv), generando danni all’industria culturale”; e poi “con la stessa riforma l’Europa vorrebbe tutelare l’altra industria messa in difficoltà da Internet: quella dei media visto che su Internet l’informazione è quasi esclusivamente gratuita e ad oggi, nonostante il pubblico dei lettori sia diventato enorme, non si è riusciti a trovare un modello sostenibile”.

Argomenti che sono al centro degli articoli che hanno fatto saltare il banco, i numeri 11 e 13. Ecco cosa contengono le norme sulle quali si è arenato il dibattito.

“L’articolo 13 – spiega l’Agi – è quello che riguarda il diritto d’autore per opere artistiche caricate dagli utenti sulle piattaforme, e quella che ha acceso maggiormente il dibattito tra favorevoli e contrari. L’obiettivo è risolvere quello che viene chiamato “value gap”, ovvero la discriminazione remunerativa che esiste nel mondo dello streaming tra quanto versano piattaforme come YouTube e altri servizi come ad esempio Spotify (la prima paga circa 20 volte di meno)”.

“Finora – prosegue l’Agi – queste piattaforme hanno goduto di una parte del regime che regola le piattaforme dell’ecommerce (Safe Harbour, porto sicuro) che prevede, tra le altre cose, che il responsabile dei contenuti sia chi carica il contenuto e non chi lo ospita, il quale deve solo rimuoverli in caso violino le norme sul copyright”.

La direttiva chiede alle piattaforme di creare un filtro automatico in grado di verificare tutti i contenuti caricati prima della loro pubblicazione, controllare che non siano stati violati i copyright e, se si, impedirne la pubblicazione. Ma anche di ottenere una licenza per i contenuti di copyright al fine di generare un equo ritorno economico ai creatori. E pubblicare solo contenuti da parte di utenti che abbiano acquistato la licenza.

“L’articolo 11 riguarda più da vicino il mondo dell’informazione e dei media”, spiega inoltre l’Agi. “E il legislatore si propone di difendere un principio analogo: quello che il lavoro giornalistico che va in rete venga in qualche modo remunerato dalle grandi piattaforme che aggregano contenuti”.

La proposta prevede l’introduzione dell’autorizzazione da parte degli editori e di corrispondere loro un compenso da parte degli utenti della rete, compresi i motori di ricerca, per la pubblicazione di uno snippet (il link, più la preview dell’articolo rintracciabile al link in questione). Una soluzione, che, fa notare l’Agi, è stata ribattezzata impropriamente “link tax”. Una soluzione di questo tipo, fa notare l’agenzia, in Spagna “ha portato alla scomparsa di Google News, principale indiziato insieme a Facebook di sfruttare i contenuti dei giornali per generare traffico e trattenere le persone sulle loro piattaforme, senza pagare nulla. Stessa cosa in Germania, dove però Google News è rimasto ma solo per far visualizzare titolo e foto, senza anteprima del contenuto”.

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