Agcom, crisi editoria richiede ampia riflessione, in 10 anni perso metà del peso. Cardani: Sic vale 17,6 mld

Il 2017 è stato “l’anno della definitiva consacrazione della ‘televisione liquida’, con una stima di circa 3 milioni di cittadini che guardano abitualmente la tv in streaming e in numero 3/4 volte superiore che scaricano abitualmente contenuti televisivi sui propri device”. A sostenerlo il presidente Agcom Angelo Marcello Cardani durante la presentazione della Relazione annuale al Parlamento, nella quale ha rilevato come sia inarrestabile invece la crisi dell’editoria, con il settore che nel 2017 ha registrato una nuova flessione del valore economico.

Il presidente dell’Agcom Angelo Marcello Cardani (foto ANSA/GIORGIO ONORATI)

Analizzando in dettaglio i numeri, dalla relazione è emerso che nel 2016 il Sistema integrato delle comunicazioni vale complessivamente 17,6 miliardi di euro, in aumento del 3% rispetto al 2015. Tra le aree economiche che costituiscono l’aggregato del sistema delle comunicazioni, quella dei servizi di media audiovisivi e radiofonici (anche sul web) conferma il proprio primato per incidenza sul totale. Sebbene con un’incidenza sul totale in diminuzione di due punti percentuali rispetto al 2015, il comparto editoriale costituito da quotidiani, periodici e agenzie di stampa (anche sul web) mantiene la seconda posizione. Una sempre maggiore incidenza è esercitata dall’area che include l’editoria elettronica e la pubblicità online, mentre sostanzialmente stabile rimane l’incidenza del settore cinematografico.

(elaborazione Agcom)

Con riferimento alla distribuzione delle quote dei principali soggetti presenti nel Sic, si rileva come nessuno realizzi, nel 2016, ricavi superiori al limite del 20%. Più precisamente, si osserva che i primi nove gruppi operanti nelle aree economiche che compongono il SIC – 21st Century Fox, Fininvest, Rai Cairo Communication/RCS Media- Group, Google, GEDI Gruppo Editoriale, Facebook, Italiaonline e Gruppo 24 Ore – rappresentano congiuntamente, con quasi 11 miliardi di euro, il 61% del SIC. In dettaglio, 21St Century Fox e Fininvest sono al 15,2%, la Rai è al 15%, Cairo al 3.9%. Google lo tallona al 3.7%, seguono Gedi con il 3%, Facebook con l’1.9%, Italiaonline all’1.4% e Gruppo 24 Ore all’1.2%.

I ricavi del settore delle comunicazioni, nel 2017, hanno raggiunto quota 54,2 miliardi di euro, in crescita dell’1,2% rispetto all’anno precedente: la fetta più grossa (32,2 miliardi, +0,9%) è delle comunicazioni, con la rete fissa che cresce del 3,8% a 16,4 miliardi e la mobile che cala dell’1,9% a 15,8 miliardi. I media registrano un calo dello 0,9% a 14,6 miliardi e il settore postale cresce del 6,6% a 7,4 miliardi.

Il settore, ha spiegato Cardani rappresenta “anche per il 2017 oltre il 3% del Pil nazionale”. Cardani ha sottolineato in particolare come la crescita del segmento tlc, dove gli investimenti infrastrutturali sono cresciuti dell’1,6% a 7 miliardi, con un ritorno alla telefonia fissa veloce, a lieve scapito di quella mobile. “La crescente domanda di contenuti video online su rete fissa è alla base del sensibile incremento del consumo di banda e traffico dati (+30%). Il consumo dati da parte degli utenti è cresciuto in misura ancora maggiore (+48%) nella telefonia mobile”. Tanto che, proprio nella telefonia mobile, per la prima volta la spesa in servizi dati ha superato quella in servizi voce: insomma, con il cellulare si ‘chatta’ e si naviga sempre di più e si parla sempre di meno.

(elaborazione Agcom)

Quasi il 45% della spesa degli utenti italiani per i servizi di telefonia, sia su rete fissa che mobile è finita nelle casse di Tim, che ha anche aumentato di un punto percentuale la propria quota di mercato. A seguire figura Wind Tre, con una quota del 20,4% (-1,1) e, terza in classifica, Vodafone, stabile intorno al 20%. Rimane, pertanto, sostanzialmente costante (intorno all’85%) il peso dei primi tre operatori. Cresce invece la quota di Fastweb, che supera il 7%, mentre si riduce considerevolmente quella di BT Italia (che passa all’1,2%). Tra gli operatori minori, la quota di quelli Fixed Wireless Access (FWA) aumenta di 0,3 punti. Tim svetta sia nella telefonia fissa, con il 57% della spesa totale (36% sulla banda larga), che in quella mobile, dove torna in testa superando Wind Tre con una quota del 33,1% contro il 31,8%.

L’editoria palesa ancora risultati negativi (-5,2%)” con il settore dei quotidiani che “registra una ulteriore contrazione dei ricavi dell’8,9%”. “Il settore nell’ultimo decennio ha perso all’incirca metà del suo peso economico“, ha evidenziato Cardani. “Essendo qui in gioco non solo i destini di una filiera industriale, ma anche quelli di un bene di valore strategico e sociale quale l’informazione, la crisi di questo comparto e la contestuale ascesa di Internet quale tendenziale mezzo sostitutivo si configura quale tema di policy che interroga in primis Governo e Parlamento e che richiede una riflessione di ampio respiro”.

(elaborazione Agcom)

Nel settore televisivo,  la maggiore flessione degli introiti osservabile in quella “in chiaro” (-3,5%) rispetto a quella “a pagamento” è dovuta alle minori risorse provenienti dal canone di abbonamento, mentre la tenuta della pay tv è riconducibile principalmente all’andamento della spesa d’utente, che ha parzialmente assorbito le minori entrate pubblicitarie. La tv resta “il mezzo con la maggiore valenza informativa, sia per frequenza di accesso anche a scopo informativo, sia per importanza e attendibilità percepite”, mentre Internet “cresce come mezzo di informazione, oltre che come veicolo pubblicitario”, ma “l’attendibilità percepita” delle fonti online “rimane mediamente inferiore rispetto a quella delle fonti tradizionali”, ha spiegato il presidente Agcom.

(elaborazione Agcom)

Il settore resta molto concentrato, con i primi tre operatori che detengono nel 2017 circa il 90% delle risorse complessive e “quote non dissimili fra di loro”. Al primo posto si colloca 21st Century Fox/Sky Italia con una quota del 33% (in crescita di 1 punto); segue il gruppo Rai con oltre il 28%, pur in contrazione (-1,5 punti rispetto al 2016). Al terzo posto, con un peso pari al 28% (sostanzialmente invariato), il gruppo Fininvest/ Mediaset.

La radio, “perde qualcosa nel suo complesso (-0,7%), ma in un contesto che manifesta segnali di ripresa. Il mezzo secondo Cardani “registra segni di tenuta e consolidamento delle proprie posizioni tradizionali sia in termini di ricavi complessivi, sia in termini di audience”.
Passando ai servizi postali, “continuano a contrarsi i servizi tradizionali (-12,6%), mentre cresce in misura consistente il valore dei servizi di corriere espresso, che supera i 4,5 miliardi di euro (+11,7%), rappresentando ormai il 60% delle risorse complessive del mercato postale”.

(elaborazione Agcom)

Per quanto riguarda infine gli investimenti pubblicitari globali, questi “appaiono sempre più re-indirizzati dai media tradizionali alle piattaforme online, che complessivamente crescono di oltre il 12%. Google e Facebook sono naturalmente i principali beneficiari di questo trend”. “L’aumento della raccolta pubblicitaria è dovuto esclusivamente all’online, che cresce ancora a due cifre e vale ora 2,2 miliardi (la raccolta pubblicitaria di quotidiani, periodici e radio assieme non arriva a 1,9 miliardi), mentre quasi tutti i mezzi tradizionali registrano un andamento negativo”, ha rilevato Cardani.

Nel suo intervento Cardani ha affrontato anche altre questioni legate al mondo della comunicazione. Il presidente Agcom ha definito la legge per la par condicio “datata”, sostenendo che “richiederebbe un aggiornamento al passo con le nuove forme di comunicazione”. “Per il futuro ritengo che, pur nel rispetto dell’indipendenza delle scelte editoriali e della libertà dei palinsesti informativi, sarebbe nell’interesse del Paese e dei cittadini disporre di una informazione e comunicazione politica più vocata al contraddittorio e alla condotta responsabile, seguendo l’esempio di altri paesi le cui Autorità codificano e vigilano su regole di comportamento nei periodi elettorali e non, con il rispetto dovuto agli organi dello Stato”.
L’Agcom sta “provando a condurre un delicato e complesso esperimento di co-regolamentazione e di auto-regolamentazione”, ha spiegato, ricordando anche le proposte e il monitoraggio dei media portate avanti dall’autorità in questo ambito.

Cardani ha ricordato che “l‘informazione è un valore fondante della convivenza democratica e della libera manifestazione delle opinioni e per questo va utilizzata, costruita e diffusa con estremo rigore e cautela”. Nell’ambito della e-democracy, sottolinea Cardani, il più importante ambito di intervento è la “tutela di quel bene pubblico che è l’informazione: una informazione plurale, professionale, trasparente e verificabile nelle sue fonti, autorevole e credibile quanto ai suoi contenuti. Il contrasto alla disinformazione ed alla deriva delle fake news acquisisce senso e sostanza solo se collocato nel contesto della difesa dei principi dei nostri ordinamenti democratici. Siamo ben consapevoli, infatti, che quei fenomeni e quella deriva mettono a rischio non solo, banalmente, la sopravvivenza dei mezzi d’informazione classici, quanto, soprattutto, la salvaguardia dei modelli classici di formazione dell’opinione pubblica e di costruzione del consenso, e dunque, in definitiva, dei nostri assetti democratici”.

Sul fronte Big Data, Cardani ha parlato della presenza di molti “rischi”, a cominciare dall’esistenza di “un ecosistema governato da poche grandi multinazionali”, senza tralasciare gli “allarmanti fenomeni di polarizzazione delle opinioni” e sulla “crescente esposizione alle derive dell’odio”. “Se questi sono i rischi, è dovere di tutti noi interrogarsi anche su quali siano le possibili soluzioni” che, secondo Agcom corrono lungo tre direttrici: disciplina dei mercati, neutralità e trasparenza degli algoritmi, proprietà dei dati.

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