Da Papa Francesco una lezione di deontologia professionale sulla presunzione d’innocenza

In volo di ritorno dall’Irlanda, Papa Francesco non ha risposto soltanto alle due domande sul dossier Viganò invitando i giornalisti a leggere attentamente per trarre da sé le conclusioni. Tra le altre risposte, ha citato anche, dopo la domanda di Cecile Chambraud di Le Monde, il caso di un prete di Granada accusato senza fondamento di abusi e dopo tre anni di gogna mediatica assolto tanto dalla giustizia civile quanto da quella ecclesiastica. Un’occasione per ribadire il sacrosanto principio giornalistico e deontologico della presunzione di innocenza. Ecco il passaggio tratto dalla sbobinatura della conferenza stampa e passato in secondo piano:

“Questi uomini sono stati condannati dai media del posto prima della giustizia. E per questo, il lavoro vostro è molto delicato: voi dovete accompagnare, voi dovete dire le cose ma sempre con questa presunzione legale di innocenza, e non la presunzione legale di colpevolezza! E c’è differenza tra l’informatore che informa su un caso ma non si gioca per una previa condanna, e l’investigatore, che fa lo “Sherlock Holmes”, che va con la presunzione di colpevolezza. Quando noi leggiamo la tecnica di Hercule Poirot: per lui, tutti erano colpevoli. Ma questo è il mestiere dell’investigatore. Sono due posizioni diverse. Ma quelli che informano devono sempre partire dalla presunzione di innocenza, dicendo le proprie impressioni, i dubbi…, ma senza dare condanne. Questo caso successo a Granada per me è un esempio che farà a bene a tutti noi, nel nostro [rispettivo] mestiere”.

Papa Francesco insieme a Greg Burke, direttore della Sala Stampa della Santa Sede sul volo di ritorno dall’Irlanda

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