Il giudizio degli altri giornali americani sull’editoriale anonimo del Nyt

La scelta del New York Times di pubblicare l’editoriale anonimo contro Trump continua, a distanza di qualche giorno, a scatenare dibattiti e discussioni. Non è solamente la politica a scendere in campo, con il presidente Trump che ha detto la sua in un’intervista a FoxNews, ma anche le altre testate statunitensi rivali del quotidiano.

Pubblicare un editoriale anonimo è già di per sè un evento eccezionale, come precisa lo stesso New York Times in una nota che anticipa il pezzo, in cui si definisce la scelta un “rare step”. Diventa anche un rischio quando l’articolo in questione è “non firmato” da un alto funzionario della Casa Bianca, che attacca apertamente l’operato e la figura del presidente degli Stati Uniti, e rivela l’esistenza di una resistenza silenziosa all’interno del governo.

L’editoriale anonimo pubblicato sul sito del New York Times

Trattandosi di una situazione così particolare, sono in molti a chiedersi cosa avrebbero fatto gli altri grandi giornali americani, se uno dei loro redattori si fosse trovato tra le mani uno scoop del genere. La Cnn ha interpellato i principali quotidiani del paese proprio per capire la loro posizione sulla questione.

Il Washington Post, principale rivale del Times, critica la scelta del New York Times. Il quotidiano ha infatti delle linee guida editoriali ben precise per quanto riguarda articoli anonimi o firmati con pseudonimi nelle sue pagine di opinione: non pubblicare. “La nostra politica è quella di non dar voce ai pezzi anonimi” dice il responsabile della pagina di opinione Fred Hiatt, precisando di non aver nessun altro commento sulla situazione attuale del quotidiano rivale.
“Se stai intavolando una discussione – aggiunge poi un collega di Hiatt, il deputato e giornalista Ruth Marcus – dovresti avere i mezzi e la fiducia di firmare con il tuo nome”.  Ma Marcus ammorbidisce i toni di condanna al Times,  sostenendo che “allo stesso tempo, non so dire se cosa avremmo fatto noi, quindi non voglio suonare rude. Ricorrere a fonti anonime è uno strumento importante nella cassetta degli attrezzi per i miei colleghi della redazione, quindi non giudico”.

Anche il Miami Herald è molto cauto nel commentare l’accaduto. Nancy Ancrum, responsabile del consiglio di redazione del giornale, dice di ricordare solamente un caso di pubblicazione di un pezzo anonimo da parte della testata, 15 anni fa. Si trattava di una lettera di denuncia scritta da una donna che era stata violentata quando era ancora una bambina. “E comunque c’era stato un gran discutere e dibattere prima di decidere di pubblicare” precisa la giornalista.  Ancrum, che è capo della pagina degli editoriali dal 2013, aggiunge di non aver mai accolto una richiesta di pubblicare un pezzo anonimo, e sostiene chiaramente di non essere sicura che il suo giornale avrebbe agito come il New York Times. “Non saprei davvero.  Avremmo trattato la cosa con estrema cautela. E la pubblicazione sarebbe stata subordinata alla fiducia riposta nella fonte e nell’identità dell’intermediario. Sarebbe stato quello il fattore chiave”.

Per altre testate, l’editoriale – e la fonte da cui proveniva – era semplicemente troppo importante per essere ignorato. Marjorie Pritchard, direttore della pagine degli editoriali del Boston Globe, sostiene che il suo giornale avrebbe gestito la vicenda in un modo molto simile al New York Times. “Dopo un’attenta e accurata analisi, avremmo pubblicato il pezzo”. Dall’altra parte della costa statunitense si alza la voce del Los Angeles Times, che sostiene la scelta del quotidiano newyorkese. “Credo che, considerate le circostanze eccezionali, il New York Times sia stato eticamente giustificato a pubblicare il pezzo – presupponendo ovviamente che la redazione sapesse con certezza chi è l’autore e che è realmente un alto funzionario del governo”.

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