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Onu accusa Myanmar: governo reprime stampa e giornalisti indipendenti

In Myanmar governo ed esercito stanno attuando una campagna politica di respressione contro il giornalismo indipendente.È questa l’accusa di un report dell’Onu sui diritti umani, citato dalla portavoce dell’organizzazione delle Nazioni Unite Ravina Shamdasani durante una riunione a Ginevra, e riportata [1] dalla giornalista di Reuters Stephanie Nebehay.

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Wa Lone, giornalista di Reuters, condannato a sette anni di prigione / Credits AnsaFoto

Il titolo del documento non lascia dubbi:  ‘Il confine invisibile – persecuzioni criminali del giornalismo in Myanmar’.  Lo spaccato che offre il rapporto non è dei migliori: se si tiene conto della libertà dei professionisti della stampa da quando Aung San Suu Kyi ha preso potere, nel 2015, l’unica conclusione che si può trarre è che “è diventato impossibile per i giornalisti fare il loro lavoro senza paura o senza far favori”.

Un preoccupante campanello d’allarme per la libertà di stampa che trova conferma nei dati e nelle notizie raccolte da altri enti.  Il gruppo Reporters senza Confini ha stimato che sono circa una ventina i giornalisti che sono stati perseguitati in qualche modo in Myanmar solo lo scorso anno.

Il report dell’Onu prende in considerazione cinque casi, tra i quali figura anche quello di Wa Lone (32 anni) e Kyaw Soe Oo (28 anni), i due giornalisti birmani di Reuters condannati a sette anni di reclusione mentre indagavano sull’uccisione di dieci Rohingya.  L’accusa con la quale sono stati incarcerati i due reporter è quella di aver infranto una legge sulla segretezza di Stato risalente al periodo coloniale per “aver raccolto e ottenuto documenti riservati”.  E proprio la sentenza di condanna viene presa in esame nel rapporto delle Nazioni Unite, dove si insinua l’idea che il governo e l’esercito stiano ricorrendo a cavilli giudiziari e leggi poco chiare per limitare l’azione dei giornalisti sul territorio.  Il caso dei due reporter di Reuters viene definito proprio un esempio di “abuso giudiziario” attuato dal Myanmar.

Alla notizia della condanna dei due giornalisti, sono state tante le voci che si sono alzate in difesa dell’operato dei reporter, parlando di “una trappola organizzata dalla polizia”.  AsiaNews cita in un articolo [3] U Win Htein, membro di spicco della National League for Democracy (Nld), il partito di governo guidato da Aung San Suu Kyi, che aveva manifestato dubbi poi confermati da un testimone al processo:  Wa Lone e Kyaw Soe Oo erano stati ingannati da alcuni agenti che avevano loro offerto dei “documenti segreti”.


Per chi conosce la situazione in Myanmar, non è una novità il fatto che le leggi a tutela della libertà di stampa siano molto limitate e limitanti per i professionisti.  E di questo sono consapevoli anche alcuni esponenti del governo, come il viceministro dell’Informazione U Aung Hla Tun, che si è dichiarato dispiaciuto per i due reporter, riconoscendo la poca libertà concessa ai giornalisti.  Ma U Aung Hla Tun ha anche difeso il sistema legislativo del paese, sostenendo che recentemente c’è stata una revisione delle leggi in questione, e che “comunque i giornalisti devono seguire l’etica”.

Ad essere messo alla gogna non è solo l’insieme delle leggi, ma anche il sistema giudiziario, che U Sein Wn, direttore della formazione per il Myanmar Journalism Institute, definisce “paralizzato in modo grave”. “Il messaggio lanciato dalla sentenza – ha aggiunto U Sein Wn – è :’Non dovete cercare la verità, la libertà di stampa non importa. Potete stare al sicuro solo facendo favori a chi comanda’. Per costruire un Paese – conclude il direttore – non si può ignorare la verità”.  Anche Ko Thalun Zaung Htet, membro del Consiglio della Stampa del Myanmar, si scaglia contro i limiti dettati dallo stato, e minaccia una protesta dei giornalisti nei prossimi giorni.