Il direttore del Corriere: da esponenti di governo attacchi per colpire economicamente gli editori

“Negli ultimi giorni c’è stato un crescendo di dichiarazioni di ministri e sottosegretari con un unico e ossessivo obiettivo: punire i giornali e i mezzi d’informazione che hanno raccontato i problemi del governo e del Movimento Cinque Stelle o si sono permessi di criticare alcuni provvedimenti, realizzati o più spesso solo annunciati”. Così risponde il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana a un lettore che gli chiede se il sottosegretario all’Editoria Vito Crimi e il vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio siano informati sul fatto “che l’art. 21 della Costituzione tutela la libertà di stampa e, quindi, anche quella di critica”. Il riferimento è all’annuncio di Di Maio di voler vietare alle aziende statali di fare pubblicità sui giornali e alla giustificazione del provvedimento da parte di Crimi perché i giornali “parlano male del governo”.

Il direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana (Foto ANSA/ALESSANDRO DI MARCO)

La lettera, con relativa risposta, è stata pubblicata anche in homepage sul sito del Corriere.it con il titolo: “Punire i giornali che criticano? Un nervosismo preoccupante”.

“Io penso che i politici abbiano tutto il diritto di criticare quotidiani e tv, non scambio le accuse di oggi (molto simili a quelle dei politici di altre stagioni) per bavagli o fine della libertà d’informazione”, prosegue Fontana. “Qui siamo però a qualcosa di diverso: si vuole usare il proprio ruolo pubblico di governo per colpire economicamente le aziende editoriali e danneggiarle per ritorsione. Prima minacciando la fine dei finanziamenti pubblici poi, quando si sono resi conto che i grandi giornali non ne prendono, annunciando leggi per imporre «editori puri» e costringere le aziende partecipate dallo Stato a non fare più pubblicità sui media tradizionali. Come se la pubblicità fosse un regalo e non uno strumento che le aziende utilizzano per vendere i propri prodotti e affermare i propri marchi presso i lettori: nel caso del Corriere, diversi milioni tra carta e digitale, infinitamente di più di quella piattaforma Rousseau sbandierata come lo strumento della democrazia diretta”.

E conclude: “per l’«editore puro» anche se il discorso non ci riguarda (il nostro gruppo ha una proprietà concentrata esclusivamente sulle attività editoriali), immaginare di definire per legge, o per punizione, chi può o non può occuparsi di un settore industriale è abbastanza preoccupante. I principi liberali in economia ultimamente non vanno tanto di moda. E il nervosismo di fronte alle prime critiche e ai sondaggi in calo può giocare brutti scherzi”.

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