WhatsApp, fondatore pentito di aver venduto privacy utenti a Facebook

“Sono un venduto”. Così Brian Acton, co-fondatore dell’app di messaggistica istantanea WhatsApp, ammette di aver venduto i dati dei propri utenti a Facebook – che aveva acquisito la società di Acton per 22 miliardi di dollari nel 2014 – per ottenere un guadagno più alto. La confessione è stata fatta da Acton in un’intervista rilasciata a Forbes, nella quale racconta i motivi del suo addio a Facebook e la rottura dei rapporti con Mr. Zuckerberg.

Brian Acton

“Ho venduto la mia società, ho venduto la privacy dei miei utenti per un profitto maggiore. E convivo con questa scelta ogni giorno”. Queste le parole di Acton, che ha snocciolato i dettagli della sua uscita dalla società di Menlo Park.

A far incrinare i rapporti tra i due ci sarebbero alla base due filosofie di vita (e di lavoro) diverse: se per Mark il motto è “move fast and break things” (che in italiano suona come “chi non risica, non rosica”), per Acton vale il “take the time to get it right”, ossia “prenditi il tempo per fare le cose bene”. Un modo molto diverso di concepire il lavoro, e il modo di guadagnare, che ha portato spesso i due allo scontro.

Ma il nodo cruciale che ha portato all’abbandono di Acton sarebbe stata la pubblicità mirata, miniera d’oro per Facebook – l’azienda ne trae circa il 98% del fatturato. Stando a quanto dichiara il co-fondatore di WhatsApp, quello della pubblicità costruita sullo sfruttamento dei dati e della privacy degli utenti era un meccanismo che non gradiva particolarmente, mentre Zuckerberg vi improntava il proprio impero. Due anni dopo l’acquisizione di WhatsApp da parte di Facebook, i dati degli utenti dell’app erano stati utilizzati per calibrare la mira della pubblicità sul social network. Una mossa che era costata alla società di Zuckerberg 110 milioni di euro di multa da parte della Commissione europea, che aveva già avuto alcune avvisaglie di questa violazione pochi mesi dopo la fusione delle due società.

Una sfida vinta per Acton, voluta dopo l’errore di aver ceduto i dati dei suoi utenti, è stata invece l’introduzione della crittografia end-to-end, che impedisce a chiunque, compresi WhatsApp e Facebook, di leggere i messaggi inviati tramite l’app. Una funzione che – ammette Acton – è stata aggiunta dopo molte reticenze da parte di Facebook.

La vera rottura però è avvenuta sul futuro della società. Di fronte alle richieste di inserire la pubblicità nell’app di messaggistica, Acton ha prima suggerito di far pagare il servizio dopo il raggiungimento di una soglia di messaggi inviati, poi, al rifiuto di Menlo Park, si è tirato indietro, arrivando a perdere fino a 850 milioni di dollari.

È la prima volta, dopo mesi di silenzio, che Acton rilascia dichiarazioni pubbliche. L’ultima era stata un tweet pubblicato sul suo profilo Twitter in piena bufera Cambridge Analitica, nel marzo scorso. “È ora. Eliminiamo Facebook”. Un invito che, fatto proprio da chi con Facebook aveva avuto importanti rapporti di lavoro, aveva fatto discutere molto.

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