Rapporto Censis sulla comunicazione: desincronizzazione dei palinsesti, mobile tv, radio online, press divide…

Cresce la diffusione dei media digitali e il numero degli utenti social, mentre la tv tradizionale, pur risentendo dell’attacco dei servizi streaming, resta il media più amato in Italia. Sono questi alcuni dei principali trend di consumo fotografati dal 15esimo Rapporto sulla comunicazione del Censis, che dal 2001 monitora i consumi dei media analizzando i cambiamenti nella dieta mediatica degli italiano e la loro ricaduta sulla vita del Paese.

Intitolato ‘i media digitali e la fine dello star system’, l’analisi è stata presentata questa mattina a Roma dal direttore generale del Censis Massimiliano Valerii in un dibattito a cui hanno partecipato Gina Nieri di Mediaset, Gian Paolo Tagliavia della Rai, Massimo Porfiri di Tv2000, Massimo Angelini di Wind Tre, Fabrizio Paschina di Intesa Sanpaolo, Francesco Rutelli di Anica e il presidente del Censis Giuseppe De Rita.

(elaborazione Censis)

Dai dati emerge che l’uso di internet e degli smartphone interessa rispettivamente il 78,4% e il 73,8% degli italiani, e nel 2018 il primo ha registrato una crescita del 3,2%, il secondo dell 4,2%. In crescita anche gli utenti dei social network, che salgono al 72,5% della popolazione, con più della metà degli italiani che sceglie Facebook (56%) e YouTube (51,8%). Tra gli altri social un notevole balzo in avanti lo registra Instagram, che raggiunge il 26,7% di utenti con 55,2% di giovani; al contrario declina Twitter, che scende al 12,3%.

(elaborazione Censis)

La televisione tradizionale però resta ancora oggi il media più amato. L’89,9% di italiani vedono la tv digitale terrestre e il 41,2% la tv satellitare, ma c’è un cambiamento: perdono entrambe il 2,3% di spettatori. Quelle che crescono invece in maniera molto significativa, specie tra i giovani, sono le televisioni che si prestano al palinsesto fai da te e cioè le web-tv e le smart-tv che raccolgono il 30% dell’utenza, e la mobile tv che conta 25,9% di spettatori.

(elaborazione Censis)

Altro segnale forte delle trasformazioni in atto è la crescita degli abbonati alle piattaforme on demand di video streaming – da Netflix ad Infinity a Tim Vision – che in un anno sono passati dall’11% al 18% con punte del 29% tra i giovani under 30.

La radio invece si presenta come un mezzo all’avanguardia nell’ibridazione tra i media. Se i radioascoltatori rappresentano il 79,3% degli italiani a testimoniare la popolarità del mezzo, la radio tradizionale perde il 2,9% dell’utenza cresce invece l’ ascolto delle trasmissioni radiofoniche via pc (il 17% degli italiani) o via mobile (il 21% e +1,6% sul 2017).

(elaborazione Censis)

Lo sviluppo impetuoso dei media digitali si accompagna ad un discorso diametralmente opposto che riguarda la carta stampata e l’ampliamento del press divide: il 56% degli italiani non contempla abitualmente nella sua dieta mediatica i mezzi cartacei, libri, giornali, riviste, periodici di carta. Crisi anche del libro e dei lettori: solo il 42% degli italiani ha letto almeno un libro nel corso dell’anno e gli e-book si fermano all’8,5%. Una tendenza che paradossalmente si accompagna ad un aumento dei livelli di istruzione per una maggiore incidenza di laureati.

(elaborazione Censis)

(elaborazione Censis)

Quest’ultimo Rapporto  appare particolarmente significativo perché mostra in piena evidenza la rivoluzione indotta in tutta la filiera dei media e non solo dai processi di disintermediazione digitale e della digital life tanto che si arriva a parlare di ‘mutazione antropologica’.

“Questo Rapporto segna un salto d’epoca – commenta Massimiliano Valerii – non soltanto perché i media digitali continuano a battere nuovi record: otto italiani su dieci utilizzano internet, sette su dieci hanno lo smartphone connesso in rete ed altrettanti utilizzano i social network. L’effetto finale di tutto questo grande processo di disintermediazione digitale è la fine dello star system per come l’avevamo conosciuto”.
Nell’era biomediatica, si legge nel documento, la metà degli italiani ritiene che chiunque può diventare un divo, un terzo considera che per essere una celebrità bisogna essere attivi sui social network un quarto dice che i divi del passato non esistono più. Solo uno su dieci si riferisce ai divi come dei miti a cui ispirarsi per la propria vita.

(elaborazione Censis)

“E’ entrato in crisi quel congegno sociale di proiezione e imitazione, che il divismo invece aveva molto segnato nella seconda metà del novecento, in quell’epoca in cui l’Italia cresceva, aveva un’agenda sociale molto compatta e condivisa e in cui il divismo giocava un ruolo anche dal punto di vista sociale”, ha aggiunto Valerii a proposito delle implicazioni figlie della smitizzazione del divismo.
Oggi “siamo tutti divi, il che vuol dire che in realtà nessuno lo è più e questo blocca quel meccanismo sociale di proiezione e di tipo aspirazionale”. “Non lo diciamo con nostalgia perché non bisogna mai rispetto ai cambiamenti reclinare la testa all’indietro , ma questo è un aspetto importante in termine di impatto dei cambiamenti delle diete mediatiche degli italiani sul corpo sociale”.

Nella fotografia del Censis si evidenzia anche la forte cesura generazionale nei consumi mediatici. Tra di under 30 la quota di utenti di Internet supera il 90% mentre si ferma al 42,5% tra gli over 65 Come pure l’86% dei giovanissimi usa lo smartphone contro il 35% degli anziani, E se più della metà dei giovani si informa sul web lo fa appena un quinto della tribù dei capelli grigi.

E l’informazione? Se i telegiornali sono ancora la principale fonte di notizie per gli italiani il Rapporto fotografa il crollo dei lettori dei quotidiani. Se nel 2007 il 67% degli italiani non rinunciava alla lettura del quotidiano la percentuale è scesa al 37,4% nel 2018 ( anno in cui peraltro si registra un +1,6% di utenza). Un calo che non è stato compensato dalle testate on line dei quotidiani seguiti dal 26,3% degli italiani mentre crescono molto gli aggregatori di notizie e i portali generici di informazione (46%).

Ma anche da questo punto di vista il 2018 segna una novità: l’informazione on line attraverso i social e soprattutto via Facebook – cresciuta negli ultimi anni al punto tale che il social di Zuckerberg è diventato il secondo mezzo di informazione dopo i telegiornali – registra invece una battuta d’arresto. Ha pesato probabilmente il dibattito sulle fakenews e lo scandalo di Cambridge Analitica che devono aver fatto sì, si legge nel Rapporto, che in generale l’informazione on line, quella non professionale e autorevole dei giornalisti, abbia perso di credibilità. C’è quindi un ritorno alle forme di informazioni autorevoli e professionali ed è la prima volta che si registra questa svolta.

Eppure l’uso politico dei social network viene visto con favore da quasi la metà degli italiani (47,1%) per il fatto che cittadini e politici possono parlarsi bypassando i tradizionali mediatori. Il 29,2% degli italiani è invece contrario perché si favorirebbe il populismo mentre per il 23,7% si fa solo gossip e le notizie importanti si trovano solo sui giornali e in tv. “C’è una crescita di consapevolezza degli italiani – commenta il direttore generale Censis – che non rinnegano i meccanismi di disintermediazione digitale e ne è una conferma che la metà della italiani giudica preziosa o comunque utile l’uso dei social in politica. Allo stesso tempo è però cresciuta la consapevolezza nei termini di affidabilità dei media che vengono consultati per informarsi per cui i giornali radio, i telegiornali, le all news, la carta stampata hanno più credibilità nell’opinione degli italiani rispetto alle altre fonti che si possono trovare sul web”.

(elaborazione Censis)

Tra gli interventi alla presentazione, anche quello di Fabrizio Paschina, direttore comunicazione e immagine di Intesa Sanpaolo. A dimostrazione di come il report, oltre a delineare la situazione media nel paese, abbia valore anche per i brand, nell’aiutarli a capire come relazionarsi con i diversi pubblici, Paschina ha detto: “In Intesa Sanpaolo, misuriamo costantemente la nostra reputazione e sappiamo che, se aumentiamo anche solo di un punto il grado di familiarità con il brand, la reputazione della banca cresce di 4.4 punti. Ciò significa che chi ci conosce bene, ci apprezza maggiormente e si rende portavoce dei nostri valori e delle nostre iniziative. Per le marche non esistono rendite di posizione. Per mantenere alto il livello di fiducia nell’azienda, uno degli asset più importanti per ogni azienda, ma fondamentale per una banca, occorre innovare e comunicare facendo conoscere con continuità le proprie attività. La fiducia è alla base della reputazione: entrambe si costruiscono giorno per giorno studiando i target e coltivando con loro un dialogo aperto e costruttivo con contenuti di qualità tagliati per i diversi pubblici”.

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