Legge sull’editoria, Alleanza Coop: confronto con il Governo per migliorarla. No a tagli improvvisi delle risorse

Un confronto con il governo per migliorare la legge sull’editoria. È quanto ha chiesto, con una nota, l’Alleanza delle Cooperative Italiane Comunicazione, rivolgendosi al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega all’Informazione e all’Editoria Vito Crimi e al Parlamento e auspicando che la nuova norma si basi certo non su “tagli improvvisi e unilaterali delle risorse, che rappresenterebbero un fatto di assoluta gravità per il pluralismo nel Paese, ma su una nuova logica ‘comune’ di investimento sul pluralismo dell’informazione”. La legge sull’editoria, comunque, definita dall’Alleanza “frutto di un lungo e spesso difficile confronto tra Governo, Parlamento e parti sociali nella precedente Legislatura”, rappresenta un primo punto fermo da cui partire per lavorare.

Vito Crimi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega all’Informazione e all’Editoria.  (Foto ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

In particolare, secondo quanto ha sottolineato l’Alleanza, “la nascita del Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione si è accompagnata alla scelta di inasprire controlli e procedure di verifica sulle condizioni di accesso ai contributi e, nel contempo, a quella di limitarne la soglia massima, in cambio di una diversa certezza per le imprese giornalistiche di risorse, di tempi e modalità di erogazione dei contributi”.

“In questi anni, infatti”, precisa l’Alleanza delle Cooperative, “tante testate hanno dovuto chiudere anche per il fatto di non poter confidare su piani di sviluppo imprenditoriali che potessero avvalersi con qualche certezza della quota di contribuzione pubblica (di media attorno al 40% del totale delle attività) prevista dalla legge ma poi regolarmente dimezzata (ex post)”.

Quello che la nuova legge ha per ora avviato in modo positivo, aggiunge l’Alleanza, è un diverso meccanismo in grado di concedere alle cooperative e alle altre realtà non profit una nuova opportunità di programmare i propri piani industriali con efficienza, efficacia e valore sociale.

“In una situazione già particolarmente difficile per l’intera filiera editoriale e di fronte a fenomeni crescenti di concentrazione nazionale ed internazionale (in logica di più accentuata cross-medialità), risulta per l’Alleanza delle Cooperative Italiane Comunicazione sempre più evidente come non possa essere solo il mercato il regolatore in grado di garantire un effettivo pluralismo delle voci dell’informazione” prosegue la nota, precisando che l’Alleanza stessa “ritiene, infatti, che siano necessarie diverse politiche di sostegno, dirette ed indirette, connesse al pluralismo e alle politiche industriali che siano in grado di rivisitare gli attuali strumenti”.

La nota si chiude con l’auspicio che il governo e il sottosegretario Crimi accolgano la richiesta di confronto costruttivo con le Associazioni cooperative e le altre realtà non profit.

Sul tema dei tagli è intervenuta anche la File, la Federazione Italiana Liberi Editori. “Si tratta – spiega un comunicato – di un argomento che non rientra in quelli contenuti nel contratto di governo tra Lega e M5S. E si tratta di una minaccia grave alla libera informazione locale che va ad esclusivo vantaggio dei grandi gruppi editoriali, che non beneficiano di alcun contributo diretto da parte dello Stato ma solo di alcuni sgravi (sulle spese telefoniche e di collegamento ad internet, sulle spese postali e sull’Iva) che non rientrano nel Fondo per il pluralismo che si vuole azzerare”.

La File precisa poi “alcune cose che pochi conoscono”. Ecco di seguito l’elenco:

1) Il fondo per il pluralismo dell’informazione oggi è un Fondo unico che ogni anno deve essere ripartito in parti uguali tra ministero Industria e Sviluppo Economico (per i contributi a radio e tv locali) e Dipartimento editoria della Presidenza del Consiglio (per la carta stampata). La mozione chiede l’azzeramento solo della seconda parte, lasciando in vita i contributi a radio e tv locali, gestite (a differenza della carta stampata) da imprenditori privati e non da cooperative ed enti morali no profit.
2) Nel 2017 il fondo destinato alla carta stampata ammontava a circa 50 milioni di euro, ed è in costante diminuzione a causa della progressiva chiusura di testate. Meno di un euro pro-capite all’anno. Un’inezia nel bilancio dello Stato.
3) A beneficiare di questo fondo sono solo testate edite da cooperative di giornalisti o da fondazioni o enti morali, comunque senza scopo di lucro e con l’obbligo in statuto di non dividere eventuali utili.
4) Nessun grande giornale riceve questi contributi, né Repubblica, né il Corriere della Sera né la Stampa, il Messaggero, il Mattino eccetera. Anzi, i grandi gruppi editoriali e la Fieg sono sempre stati contrari a questi contributi che alimentano centinaia di piccole testate i cui lettori e il cui bacino di pubblicità fanno gola proprio ai grandi gruppi, sempre più in crisi di copie e di inserzionisti. Gli unici a brindare per un eventuale azzeramento del fondo per l’editoria sarebbero proprio loro: i grandi gruppi editoriali.
5) A beneficiare di questo contributo sono solo cinque quotidiani a tiratura nazionale (in quanto editi da cooperative o da fondazioni o da enti morali): Libero, Avvenire, Italia Oggi, il Manifesto, il Foglio. Ci sono poi decine e decine di quotidiani provinciali o regionali come il Roma-Giornale di Napoli, il Corriere di Romagna, la Voce di Rovigo, Cronache Qui Torino, Latina Oggi, Ciociaria Oggi, Il Quotidiano del Sud, il Crotonese, Taranto Buonasera, il Sannio eccetera eccetera. Quotidiani che garantiscono una capillare informazione di prossimità, vicina ai territori e ai cittadini (la maggior parte di questi quotidiani sono associati alla File, Federazione italiana liberi editori). Infine, beneficiano del contributo pubblico oltre un centinaio tra settimanali e mensili di stampo cattolico, editi da diocesi e parrocchie (la maggior parte dei quali associati alla Fisc, Federazione italiana stampa cattolica).
6) Questi piccoli giornali hanno un’altissima intensità di occupati, giornalisti, poligrafici e tecnici. Organismi di categoria hanno calcolato che tra i dipendenti diretti e quelli dell’indotto (edicole, distribuzione, tipografia, collaboratori, agenzie di service eccetera) siano in gioco circa diecimila posti di lavoro. Come è noto, le piccole aziende editrici non possono stare da sole sul mercato, perché il mercato dell’informazione, e in particolare della pubblicità, non tollera i soggetti di dimensioni minori. La sopravvivenza di questi giornali dipende, quindi, dal sostegno pubblico, ossia dall’intervento pubblico che riequilibra il deficit di mercato. Del resto questo è vero per tutto il settore della cultura, dell’arte e dello sport, dove i soli ‘tickets’ non permettono la sopravvivenza di teatri, balletti, musei, biblioteche eccetera. E questo accade in tutto il mondo, non solo in Italia, tant’è vero che tutti gli Stati occidentali hanno forme di finanziamento pubblico alla cultura e all’editoria.
7) L’azzeramento dei fondi all’editoria porterebbe alla chiusura di queste centinaia di testate e comporterebbe nell’immediato, come primo risultato, un deficit di libera informazione in decine e decine di province italiane. Inoltre, comporterebbe la perdita di migliaia di posti di lavoro, con un notevole costo a carico dello Stato prima come ammortizzatori sociali e poi come eventuale reddito di cittadinanza. È plausibile pensare che il costo per lo Stato sarà molto superiore all’entità dei contributi finora erogati, senza contare poi il costo sociale e culturale di un simile terremoto nell’editoria italiana.

Precisati questi “incontrovertibili dati di fatto”, ha concluso la File, “ogni forza politica si assuma di fronte al Paese la responsabilità delle proprie scelte, dei propri voti in Parlamento e delle decisioni che verranno prese, consapevole delle conseguenze che queste scelte comporteranno in termini di libertà di informazione e di posti di lavoro persi”.

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