Editoria, Fnsi: governo colpisce piccole testate non grandi giornali. File: del Fondo beneficiano solo 5 giornali nazionali…

“Il governo conferma, nello schema di manovra, di voler colpire l’informazione e il diritto dei cittadini di essere informati. Più che una misura di contenimento della spesa, si tratta di una guerra a tutte le voci libere e a qualsiasi forma di dissenso”. Lo dice all’Ansa il segretario della Fnsi, Raffaele Lorusso, commentando le decisioni del governo sul fondo all’editoria.

“Si illude chi pensa che ad essere colpiti saranno i grandi giornali. A farne le spese saranno le testate no profit, le cooperative senza scopo di lucro, i giornali delle diocesi. Si ammazzano le piccole voci, il pluralismo dell’informazione, i punti di riferimento per intere comunità”, ha spiegato il segretario della Federazione Nazionale della Stampa.

Raffaele Lorusso, segretario generale della Fnsi (Foto Ansa/Fabio Frustaci)

“L’elenco è lungo”, ha continuato. “Si pensi a giornali come Avvenire, il Manifesto, il Roma, il Messaggero di Sant’Antonio, una miriade di piccole testate: se si considerano i numeri del settore e dell’indotto, circa diecimila posti di lavoro vengono messi a rischio dalla furia cieca di chi, non da oggi, ha deciso di colpire scientificamente l’articolo 21 della Costituzione e il diritto dei cittadini ad essere informati. Un conto è pretendere l’uso rigoroso e trasparente delle risorse, che il sindacato dei giornalisti ha sempre sostenuto, un altro è azzerare tutto”.

“Il combinato disposto 5 Stelle-Lega è devastante per l’informazione -“, ha spiegato ancora Lorusso. “Da una parte si distrugge occupazione, dall’altra si avviano regolamenti di conti soprattutto con chi pubblica notizie sgradite al governo o, più semplicemente – si pensi ai tanti giornali cattolici – ha sposato la linea della Chiesa di Papa Francesco sulle politiche di accoglienza”.

“L’auspicio è che il Parlamento faccia valere la propria autonomia e scelga di salvaguardare il pluralismo dell’informazione, pilastro insostituibile della democrazia liberale”, ha concluso.

Sul tema dei tagli è intervenuta anche la File, la Federazione Italiana Liberi Editori. “Si tratta – spiega un comunicato – di un argomento che non rientra in quelli contenuti nel contratto di governo tra Lega e M5S. E si tratta di una minaccia grave alla libera informazione locale che va ad esclusivo vantaggio dei grandi gruppi editoriali, che non beneficiano di alcun contributo diretto da parte dello Stato ma solo di alcuni sgravi (sulle spese telefoniche e di collegamento ad internet, sulle spese postali e sull’Iva) che non rientrano nel Fondo per il pluralismo che si vuole azzerare”.

File precisa poi “alcune cose che pochi conoscono”. Ecco di seguito l’elenco:

1) Il fondo per il pluralismo dell’informazione oggi è un Fondo unico che ogni anno deve essere ripartito in parti uguali tra ministero Industria e Sviluppo Economico (per i contributi a radio e tv locali) e Dipartimento editoria della Presidenza del Consiglio (per la carta stampata). La mozione chiede l’azzeramento solo della seconda parte, lasciando in vita i contributi a radio e tv locali, gestite (a differenza della carta stampata) da imprenditori privati e non da cooperative ed enti morali no profit.

2) Nel 2017 il fondo destinato alla carta stampata ammontava a circa 50 milioni di euro, ed è in costante diminuzione a causa della progressiva chiusura di testate. Meno di un euro pro-capite all’anno. Un’inezia nel bilancio dello Stato.

3) A beneficiare di questo fondo sono solo testate edite da cooperative di giornalisti o da fondazioni o enti morali, comunque senza scopo di lucro e con l’obbligo in statuto di non dividere eventuali utili.

4) Nessun grande giornale riceve questi contributi, né Repubblica, né il Corriere della Sera né la Stampa, il Messaggero, il Mattino eccetera. Anzi, i grandi gruppi editoriali e la Fieg sono sempre stati contrari a questi contributi che alimentano centinaia di piccole testate i cui lettori e il cui bacino di pubblicità fanno gola proprio ai grandi gruppi, sempre più in crisi di copie e di inserzionisti. Gli unici a brindare per un eventuale azzeramento del fondo per l’editoria sarebbero proprio loro: i grandi gruppi editoriali.

5) A beneficiare di questo contributo sono solo cinque quotidiani a tiratura nazionale (in quanto editi da cooperative o da fondazioni o da enti morali): Libero, Avvenire, Italia Oggi, il Manifesto, il Foglio. Ci sono poi decine e decine di quotidiani provinciali o regionali come il Roma-Giornale di Napoli, il Corriere di Romagna, la Voce di Rovigo, Cronache Qui Torino, Latina Oggi, Ciociaria Oggi, Il Quotidiano del Sud, il Crotonese, Taranto Buonasera, il Sannio eccetera eccetera. Quotidiani che garantiscono una capillare informazione di prossimità, vicina ai territori e ai cittadini (la maggior parte di questi quotidiani sono associati alla File, Federazione italiana liberi editori). Infine, beneficiano del contributo pubblico oltre un centinaio tra settimanali e mensili di stampo cattolico, editi da diocesi e parrocchie (la maggior parte dei quali associati alla Fisc, Federazione italiana stampa cattolica).

6) Questi piccoli giornali hanno un’altissima intensità di occupati, giornalisti, poligrafici e tecnici. Organismi di categoria hanno calcolato che tra i dipendenti diretti e quelli dell’indotto (edicole, distribuzione, tipografia, collaboratori, agenzie di service eccetera) siano in gioco circa diecimila posti di lavoro. Come è noto, le piccole aziende editrici non possono stare da sole sul mercato, perché il mercato dell’informazione, e in particolare della pubblicità, non tollera i soggetti di dimensioni minori. La sopravvivenza di questi giornali dipende, quindi, dal sostegno pubblico, ossia dall’intervento pubblico che riequilibra il deficit di mercato. Del resto questo è vero per tutto il settore della cultura, dell’arte e dello sport, dove i soli ‘tickets’ non permettono la sopravvivenza di teatri, balletti, musei, biblioteche eccetera. E questo accade in tutto il mondo, non solo in Italia, tant’è vero che tutti gli Stati occidentali hanno forme di finanziamento pubblico alla cultura e all’editoria.

7) L’azzeramento dei fondi all’editoria porterebbe alla chiusura di queste centinaia di testate e comporterebbe nell’immediato, come primo risultato, un deficit di libera informazione in decine e decine di province italiane. Inoltre, comporterebbe la perdita di migliaia di posti di lavoro, con un notevole costo a carico dello Stato prima come ammortizzatori sociali e poi come eventuale reddito di cittadinanza. È plausibile pensare che il costo per lo Stato sarà molto superiore all’entità dei contributi finora erogati, senza contare poi il costo sociale e culturale di un simile terremoto nell’editoria italiana.

Precisati questi “incontrovertibili dati di fatto”, conclude la File, “ogni forza politica si assuma di fronte al Paese la responsabilità delle proprie scelte, dei propri voti in Parlamento e delle decisioni che verranno prese, consapevole delle conseguenze che queste scelte comporteranno in termini di libertà di informazione e di posti di lavoro persi”.

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