Bonomi, Assolombarda, scatenato. Al Governo: alimenta paure per ottenere consenso, no a reddito cittadinanza; sì a Tav, Tap e grandi opere

Il senso di responsabilità da parte delle istituzioni, delle imprese e della società civile per affrontare le sfide del futuro. Ma anche la proposta di un metodo nuovo per l’agenda pubblica, oltre che una forte delusione per la manovra di bilancio. Questi i temi che il presidente di Assolombarda Carlo Bonomi ha affrontato durante l’assemblea al Teatro alla Scala, nel suo discorso che, ha detto lo stesso Bonomi, vuole rivolgersi non solo agli associati e a Confindustria ma “idealmente a tutte le forze della vita pubblica italiana”.

“Come comunità di imprese il nostro dovere è rivolto all’intera società. Come parte del ceto dirigente del nostro Paese, non possiamo e non dobbiamo discutere solo delle nostre esigenze in vista della legge di bilancio. Dobbiamo tutti contribuire a una nuova strategia di responsabilità nazionale, con gli occhi rivolti all’Europa”. “Non è il momento di abbandonare processi potenzialmente disgregativi così profondi nelle mani di qualcuno che non pensa all’interesse di tutta la comunità”, ha esordito Bonomi tracciando a grandi linee il quadro di un contesto internazionale europeo fragile, tra le difficoltà della Gran Bretagna a gestire la Brexit, la delusione per Macron e le scelte dei tre giganti dell’economia – Usa, Cina e Russia – che, benché divise tra loro “mirano per ragioni diverse a indebolire l’Ue”. Ma soprattutto per l’avanzare di forze con spinte sovraniste.

Carlo Bonomi

“È avvenuta nel volgere di pochi mesi una trasformazione profonda degli italiani. Assume forme di ripulsa verso la stessa idea di democrazia rappresentativa, verso i fondamenti garantisti della giustizia e della presunzione d’innocenza. Esprime sfiducia crescente verso la scienza – si pensi al fenomeno NoVax – e le nuove tecnologie, imputate di sostituire lavoro umano accrescendo le fila dei disoccupati. Questi due ultimi fenomeni minano anche la fiducia verso la libera impresa, considerata come un attore di processi organizzativi, gestionali e finanziari non più volti a rafforzare l’occupazione e la coesione sociale, bensì potenzialmente tali da accrescere i divari di reddito e il disagio sociale”, ha spiegato.

“È inutile fingere di non vedere la portata convergente di tutto ciò”, ha aggiunto Bonomi. “Il clima sociale e culturale che ha portato al voto dello scorso 4 marzo non chiede alle imprese di mettere in campo forme di opposizione ai partiti e al governo. Noi non tifiamo per questo o per quello. Né per questo contro quello. Noi tifiamo per l’Italia, da sempre. Noi rispettiamo la politica e i partiti perché rispettiamo le istituzioni repubblicane, la nostra Costituzione. Noi siamo un pezzo essenziale della società italiana. Diamo lavoro a milioni di italiani. Noi sosteniamo con le nostre tasse gli 840 miliardi di spesa pubblica italiana”.

“Ma dalla crisi – ha detto Bonomi – non siamo usciti per diritto divino. Ne siamo usciti grazie soprattutto a impegno e sacrificio di migliaia di imprenditori italiani, e di tutti i nostri collaboratori. Come imprenditori abbiamo pagato un caro prezzo, con quasi 700 vite umane spezzate e migliaia di aziende chiuse. E sulle 700 vite spezzate io penso che potevamo e dovevamo fare di più. Non importa a quale associazione fossero iscritti, se fossero manifatturieri, artigiani o commercianti. Non fa differenza alcuna. È il forte senso di solitudine di fronte al ritardo dei pagamenti, alle pretese del fisco, alla vischiosità delle procedure amministrative, ad aver spinto tanti imprenditori a farla finita”.

È l’idea di cosa sia l’imprenditore che va riaffermata, secondo Bonomi. “Per anni in Italia troppi hanno pensato che per essere imprenditori bastasse aprire una partita Iva. Non è così”. “Essere imprenditori, ha spiegato, è avere il senso del rischio, guardare a nuovi mercati, ricercare e attuare maniacalmente l’innovazione, perseguire la crescita con tutti i nostri collaboratori”. “E, a proposito di lavoro, noi non siamo quelli dei campi, che sfruttano col caporalato italiani e stranieri. Siamo stufi di essere confusi con chi lucra sulla fame. Le leggi ci sono. Lo Stato intervenga, li metta in galera. Quelli non sono imprenditori. Noi con i delinquenti non abbiamo nulla a che fare”.

“Siamo noi – ha continuato Bonomi – che dobbiamo proporre una nuova visione di un’Italia coesa, che dia risposte a chi ha meno, che ripristini gli ascensori sociali oggi bloccati, che valorizzi le competenze e che premi il merito, che torni a comprendere che come Paese trasformatore non possiamo isolarci dal mondo, ma al contrario dobbiamo scommettere su una sua maggiore apertura”.

“Prima di tutto – ha sottolineato Bonomi – si tratta di recuperare un linguaggio più adeguato. Perché è il linguaggio compulsivo della comunicazione pubblica, il primo elemento che alimenta le paure per sfruttarle a fini di consenso. Se si attaccano le Autorità indipendenti che presidiano i mercati e se ne travolgono i vertici, si torna indietro di 40 anni e ci si esclude dalla comunità dei mercati. Se si tacitano i magistrati perché non eletti, si abbatte la fiducia nell’eguaglianza di fronte alla legge e la si sostituisce con la giustizia dei partiti. La politica ha il suo mandato popolare. Ma le istituzioni di un Paese libero dai tempi di Montesquieu vivono dell’equilibrio tra poteri diversi. Guai a rinunciarvi!”

“E’ questa generale mancanza di responsabilità – ha detto Bonomi – a travolgere la fiducia verso le istituzioni. Perché le istituzioni sono il nerbo della Repubblica, come ha detto il Capo dello Stato. Dobbiamo dirlo con forza: se siamo arrivati al 4 marzo, e se da allora non cessano toni e argomenti che dividono frontalmente la società italiana, il primo dovere dei ceti dirigenti è quello di ripristinare il linguaggio della civiltà. Ed è per questo che ci riconosciamo con totale convinzione nell’infaticabile opera quotidiana che svolge in questi difficili mesi il Capo dello Stato, Sergio Mattarella”.

“In discussione è l’idea stessa di Stato – ha proseguito Bonomi – e dobbiamo impegnarci con forza perché non si radichi e si diffonda sempre più in Italia il ritorno in grande stile dello Stato paternalista. Non abbiamo bisogno di uno Stato che torni ad essere padre e madre: perché nella storia del Novecento questa formula ha prodotto guai immensi. L’etica pubblica non è l’etica di uno Stato che vuole dall’alto imporre ai cittadini la sua visione di cosa sia morale e cosa no”, ha ribadito esprimendo la sua contrarietà ad altre iniziative promosse dal Governo.

“Dobbiamo dire no a uno Stato che chiude gli esercizi commerciali la domenica, sostenendo di difendere le famiglie. Viola la libertà di milioni di consumatori, abbatte consumi e lavoro, mina la possibilità che proprio le famiglie in cui lavorano due componenti si possano contemperare i tempi di lavoro con le scelte di consumo”. “No a uno Stato che crede di poter gestire nuovamente il trasporto aereo”, ha affermato riferendosi ad Alitalia e avanzando la proposta di fare un referendum per “chiedere agli italiani se vogliono ancora pagare di tasca propria” per la compagnia aerea. “Abbiamo profuso sei volte l’ammontare di quello che il Venture Capital dà alle start-up in un anno e tutto questo per un vettore che perde 1,2 milioni al giorno”.

“No a uno Stato che si oppone alle grandi opere infrastrutturali come Tap, Tav, e Terzo Valico. Il governo ha evitato un grave errore respingendo la tentazione di chiudere l’Ilva, scelga ora sulle grandi opere di trasporto ed energetiche di parlare la lingua del futuro e non quella del passato”, ha rimarcato. “No a uno Stato che ci chiama ‘prenditori’ e che dopo anni di promesse continua a non pagarci oltre 40 miliardi”, ha chiosato richiamando alcuni interventi del vicepremier Luigi Di Maio. “Chi è il vero prenditore?”.

“No a uno Stato che crede di poter strappare 35 mila contratti di concessione”. “La vicenda tragica del ponte Morandi vede con troppa disinvoltura dimenticate le responsabilità della vigilanza tecnica e di sicurezza del concedente pubblico, ignorata la necessità che le responsabilità si accertino con indagini amministrative e penali, calpestata la prescrizione vigente che la realizzazione della nuova opera sia fatta con gara di evidenza europea e non con affidamento diretto”. “Il ponte Morandi – ha detto Bonomi – ha anche mostrato che, quando li commette, l’impresa i suoi errori deve ammetterli. Non difendiamo il sistema dell’impresa, nascondendo i nostri errori. Così rafforziamo solo l’ostilità all’impresa, che è già troppo vasta nella politica e nella società italiana. E che mette in difficoltà chi, come noi, fa rappresentanza sul territorio. Dobbiamo noi per primi dire che chi sbaglia deve pagare, secondo le regole dello stato di diritto”.

“Abbiamo visto che il governo convoca a palazzo Chigi le controllate pubbliche, e chiede loro di far questo e quello. Un governo dovrebbe sapere che grandi aziende quotate rispondono ai mercati e la loro autonomia è un bene primario. Ma il tema è un altro. Se un governo chiede alle controllate pubbliche di fare quel che nella manovra il governo non pensa di riuscire a realizzare, è il governo che ha un problema”, ha aggiunto ancora, suggerendo la necessità di un metodo diverso per l’agenda pubblica italiana. “Scegliamo dove allocare le scarse risorse pubbliche a disposizione seguendo un metodo preciso e condiviso. Convogliamole verso le scelte che vengono stimate come più rilevanti per accrescere il prodotto potenziale, in calo purtroppo da anni. È questo il metodo per ottenere comprensione e sostegno sui mercati e in Europa. Non quello delle promesse elettorali, scassa bilancio e di scarso impatto su crescita e lavoro. Come nel caso del Decreto Dignità, che secondo i primi dati attualmente disponibili col suo regime di causali obbligatorie e aumento dei costi esercita esattamente gli effetti contrari alla conferma dei contratti”.

La prima svolta è sull’idea stessa del lavoro. “Lo sforzo culturale da compiere su questo terreno è immenso – ha detto Bonomi – Dobbiamo come imprese darci un compito preciso: descrivere nelle scuole e nelle università che cosa è il lavoro oggi. Non ha più senso l’antica separazione tra lavori manuali e lavori intellettuali. Le competenze richieste dalle nuove tecnologie e dai nuovi modelli organizzativi disegnano sempre nuovi intrecci tra capacità tecnica di gestione di macchinari e di processi. Per questo noi vogliamo cambiare l’Italia dal basso, attraverso i contratti. Senza intromissioni da parte della politica. Insieme ai nostri collaboratori e ai loro sindacati. Perché attraverso i nuovi contratti aziendali si crea fiducia nelle nuove competenze, si dimostra che le nuove tecnologie creano lavori e saperi nuovi, si afferma ed estende il welfare aziendale, si promuove la formazione continua che è un nuovo fondamentale diritto/dovere dei lavoratori ed è leva per la crescita di tutte le imprese. Ed è così che cresce la produttività”.

“È una visione antitetica a quella che vediamo oggi diffondersi”, ha continuato Bonomi. “I 9 miliardi del reddito di cittadinanza destiniamoli invece a un Fraunhofer italiano della ricerca per l’industria e la manifattura. Sullo stesso modello del 30% di finanziamento pubblico e del 70% a carico delle imprese, come in Germania. Negli anni, si tradurrebbe in un balzo della produttività, dell’occupabilità dei giovani e del trasferimento tecnologico alle imprese, immensamente più utile di qualunque sussidio pubblico slegato dall’idea di un reddito da lavoro”

“No a uno Stato che torna a prepensionare aggravando il furto ai danni dei più giovani. Nessun dato empirico comprova l’ipotesi che un pensionato anzitempo lasci il suo lavoro a un disoccupato giovane. Al contrario, i dati dei Paesi Ocse mostrano che a crescere di più è chi ha insieme più occupati giovani e anziani, senza nessun automatico effetto sostitutivo. E allora spendiamo i miliardi destinati ai prepensionamenti negli ITS e nelle Università professionalizzanti, che ci servono come il pane per risolvere il mismatch dei tecnici che oggi mancano e che le nostre imprese non riescono a trovare! Vogliamo politiche attive del lavoro, non uno Stato maxi fabbrica di persone subalterne ai suoi trasferimenti!”

Infine, Bonomi ha parlato della manovra di bilancio. “Abbiamo già pagato un prezzo elevato alle modalità con cui il governo è giunto ad aggiornare il Def, per poi modificarlo. Senza per questo convincere mercati ed Europa. Il punto di fondo non era e non è l’innalzamento del deficit 2019 al 2,4% del PIL. Se il maggior deficit fosse dovuto a un drastico innalzamento degli investimenti e degli stimoli alla crescita assumerebbe tutt’altro significato agli occhi di Europa, mercati e agenzie di rating e soprattutto al mondo delle imprese. Se invece il maggior deficit si persegue per continuare sulla vecchia strada di miliardi aggiuntivi alla spesa corrente – come a tutti gli effetti avviene destinandoli a reddito di cittadinanza e prepensionamenti – ecco che allora le stime di maggior crescita del Pil del governo non risultano credibili, e il debito pubblico continuerà a salire”.

“Il punto è tutto qui: il governo del cambiamento non ha prodotto una manovra di vero cambiamento. Ma tutti comprendiamo che il dividendo che si ricerca è quello elettorale, non quello della crescita”.

“Nel frattempo – ha proseguito Bonomi – il maggior costo delle emissioni pubbliche si trasferisce subito a quello delle emissioni obbligazionarie bancarie e d’impresa. Il capitale delle banche si erode. E nel conto patrimoniale le banche cariche di titoli del debito pubblico devono ogni trimestre abbassarne il valore seguendo il mercato, bruciando i risparmi di milioni di persone. È evidente a tutti che per questo canale torna a manifestarsi il rischio di una ulteriore restrizione del credito, e di traslare su famiglie e imprese il maggior costo del debito pubblico”.
“Una manovra da Paese responsabile – ha detto Bonomi – dovrebbe non solo accrescere in maniera molto più significativa gli investimenti pubblici. È sul fisco, che avrebbe dovuto essere molto diversa. Ed è innanzitutto su questo che il governo ci ha molto deluso”.

“Lo sappiamo – ha concluso Bonomi – il nostro proposito è ambizioso. Dare una scossa all’intera società italiana. Costruire dal basso nuova fiducia. Promuovere i nostri giovani e non pensare solo a chi un reddito l’ha già. Riequilibrare la finanza pubblica non perché ce lo dice l’Europa, ma perché sappiamo che è nostro primario interesse. Tornare a credere nella forza della libertà e non in quella del paternalismo dall’alto. Radicare uno spirito pubblico da Paese vincente e non vinto. Ma nulla consuma gli uomini tanto rapidamente come il risentimento. Ed è sempre più facile incolpare altri di vizi che sono anche nostri. Noi non siamo velleitari. L’Italia che sarà vive oggi, nostra è la responsabilità del futuro”.

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