Il Fatto condannato a risarcire Tiziano Renzi. Travaglio ai lettori: sosteneteci in edicola

“Marco Travaglio, una sua collega, la società del Fatto Quotidiano sono stati citati in giudizio da Tiziano Renzi per numerosi articoli. Oggi la prima sentenza. Travaglio con i suoi colleghi è stato condannato a pagare a mio padre 95.000 euro: è solo l’inizio. Il tempo è galantuomo”. E’ stato lo stesso ex premier Matteo Renzi ad annunciare su Twitter il 22 ottobre l’esito del contenzioso legale che ha opposto suo padre al giornale diretto da Marco Travaglio, querelato insieme a l’Editoriale Il Fatto spa, al direttore de ‘il fattoquotidiano.it Peter Gomez, e due giornalisti per 6 articoli usciti tra il 15 dicembre 2015 e il 16 gennaio 2016.

 

Il giudice della prima sezione civile del tribunale di Firenze Lucia Schiaretti ha riconosciuto le ragioni del padre dell’ex premier per tre di questi articoli condannando l’editore, il direttore Travaglio e una giornalista, in solido, per complessivi 95mila euro. Secondo le disposizioni la sentenza dovrà essere pubblicata, per estratto, sul quotidiano e sull’on line, mentre non può essere invece “ritenuto responsabile il direttore del Quotidiano on line” per il reato di omesso controllo “giacché – scrive il giudice citando precedenti sentenze della Cassazione – l’attività on-line non è riconducibile nel concetto di stampa periodica”. Per questo Tiziano Renzi dovrà pagare le spese processuali di Gomez e di un giornalista: per ciascuno in complessivi 6.415,00 euro.

Marco Travaglio (foto Olycom)

Alla sentenza il 23 ottobre ha dedicato un editoriale lo stesso Travaglio, chiamando in causa i lettori del giornale. “Cari lettori, sapete bene di essere l’unica nostra fonte di sostentamento e il nostro unico scudo contro le aggressioni dei potenti: non incassiamo soldi dallo Stato, abbiamo pochissima pubblicità, non siamo sponsorizzati da società o concessionarie pubbliche né da aziende private. Viviamo delle copie vendute in edicola e degli abbonamenti, due voci che sono addirittura aumentate negli ultimi mesi, in controtendenza con il mercato sempre più in crisi della carta stampata. E finora questo bastava e avanzava a garantirci di lavorare sereni, forti del vostro sostegno e dei nostri bilanci attivi. Ma purtroppo, in Italia, fare un buon giornale, libero e indipendente, che incontri il favore dei lettori, non basta più. Il bombardamento delle cause civili e delle querele penali ‘a strascico’ sta diventando insostenibile, perché rende il nostro mestiere più pericoloso di quello degli stuntman o dei kamikaze”.

“A botte di sentenze come queste, un piccolo giornale libero come il Fatto non può reggere: ancora un paio di mazzate come queste e si chiude. Perché non c’è alcun’arma di difesa”, ha continuato, citando anche la sentenza, non ancora esecutiva, del Tribunale di Roma con una condanna da 150mila euro da pagare ai giudici di Palermo che avevano assolto Mori per la mancata cattura di Provenzano.
Anche perché, aggiunge ancora Travaglio.

Un appello che è stato ascoltato, viste le lettere da parte dei lettori che sono giunte alla redazione. “Per fortuna, la nostra società editoriale è sana e solida, cioè in grado di far fronte anche a questo salasso”, ha scritto oggi Travaglio commentando le manifestazioni di sostegno.
Una posizione ribadita anche dall’ad della società editoriale, Cinzia Monteverdi, con una nota. “In merito alla sentenza di condanna per diffamazione e al conseguente risarcimento dovuto a Tiziano Renzi da parte della Società Editoriale Il Fatto, che manleva in toto la direzione e i giornalisti, e a seguito delle numerosissime manifestazioni di vicinanza da parte di lettori che vogliono effettuare donazioni al nostro giornale, si comunica che le risorse economiche della Società consentono ampiamente di adempiere a quanto disposto dal giudice”, ha scritto Monteverdi, confermando l’intenzione di ricorrere in apopello. “Ringraziamo comunque coloro che ci sostengono in modo così rilevante. La forza economica della Società, che permette anche di saldare i risarcimenti, è sempre dipesa e dipende dai lettori che acquistano il giornale ogni giorno o che si abbonano”.

Della questione si è occupato anche la Fnsi, che ha colto l’occasione per affrontare il tema delle condanne per diffamazione. “La sentenza di condanna in sede civile del direttore e di una collega del Fatto Quotidiano ad una pena pecuniaria complessiva di 95mila euro ripropone il tema della riforma del reato di diffamazione a mezzo stampa. Fermo restando che, come sottolinea lo stesso direttore del Fatto, Marco Travaglio, le sentenze vanno rispettate, e fermo comunque restando il diritto a ricorrere in appello, la vicenda presenta aspetti che non possono passare in secondo piano. Non può non essere sottolineata, per esempio, l’evidente sproporzione fra la condanna inflitta ai giornalisti e al giornale (95mila euro) e la sanzione comminata al querelante, Tiziano Renzi, che dovrà pagare soltanto 13mila euro per spese del giudizio, nonostante si sia visto respingere quattro delle sei richieste presentate”

“Si tratta”, ha proseguito, “di una situazione paradossale, che però è in linea con il quadro legislativo datato e carente in vigore in Italia. Chiunque può provare a far tacere un cronista e un giornale presentando una richiesta di risarcimento danni per milioni di euro (le cosiddette querele temerarie) perché c’è la certezza che, anche se la richiesta si rivelerà infondata, si rischia soltanto di pagare qualche migliaio di euro di spese giudiziarie. La richiesta di introdurre nel nostro ordinamento il principio più volte sancito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, quello secondo il quale chi promuove un giudizio temerario contro un giornalista va condannato ad una pena proporzionale al risarcimento richiesto, oltre che al pagamento delle spese del giudizio, è caduta più volte nel vuoto”.

Nella passata legislatura, ha ricordato il segretario Lorusso, “la proposta, formulata dalla FNSI, fu recepita nel progetto di riforma del processo civile, che però si fermò al Senato in quarta lettura. In questa legislatura, nonostante i buoni propositi manifestati da qualche parlamentare e, timidamente, anche dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, nulla si è ancora mosso. Lo stesso discorso vale per il reato di diffamazione a mezzo stampa, previsto dall’articolo 595 del codice penale e retaggio del Ventennio, della cui cancellazione non si parla più. Così come sono scomparse dal dibattito politico proposte come quella di rendere vincolante l’obbligo di rettificare le notizie false o inesatte con la conseguente estinzione dell’azione giudiziaria. Non si tratta, come afferma da sempre un fronte politicamente trasversale ostile a qualsiasi ipotesi di riforma, di sostenere che il giornalista è legibus solutus. Come ha ricordato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nessuno è al di sopra della legge e, aggiungiamo noi, meno che mai lo sono i giornalisti. Se sbagliano, è successo e succederà ancora, è giusto che vengano chiamati a pagare per i loro errori, esattamente come tutti i cittadini. La sanzione, però, non può essere sproporzionata rispetto all’offesa e alle capacità economiche di chi viene condannato. La sanzione, nel caso del Fatto quotidiano come di tante altre testate giornalistiche, non può mettere a rischio la sopravvivenza di un’impresa editoriale”.

Per questo, ha concluso Lorusso, “è necessario riprendere quel percorso riformatore che si è arenato più volte perché, ad un fronte parlamentare favorevole, si è sempre contrapposto, riuscendo ad avere la meglio, un altro fronte parlamentare, altrettanto trasversale, che ritiene che sia meglio lasciare tutto com’è. Come dire: è bene che la stampa sia libera, ma i giornalisti non devono esserlo troppo”.

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