Così l’emendamento Patuanelli vuole azzerare i fondi all’editoria: tagli progressivi fino all’abolizione

Fondi progressivamente ridotti fino all’abolizione totale nel 2022. Ecco la strada verso l’azzeramento dei fondi all’editoria così come prevista dall’emendamento Patuanelli alla Legge di bilancio in discussione al Senato.

L’emendamento, che ha per primo firmatario il capogruppo del Movimento 5 Stelle Stefano Patuanelli, è quello per cui Fnsi e Odg hanno espresso l’auspicio che le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella (“il pluralismo dell’informazione è presidio irrinunciabile in uno Stato democratico”) facciano fare marcia indietro al governo, chiedendone il ritiro onde evitare la scomparsa di ulteriori posti di lavoro nel settore del giornalismo. E che ha portato in piazza tutte le organizzazioni dei giornalisti al grido: “così si spegne la libera informazione”.

Tagli progressivi. Nel testo dell’emendamento Patuanelli, così come riferito dall’Ansa, si sottolinea che i tagli ai contributi diretti alle imprese editrici di quotidiani e periodici, di cui al decreto legislativo 15 maggio 2017, n.70, sono previsti nel quadro di una “revisione organica della normativa di settore, che tenga conto anche delle nuove modalità di fruizione dell’informazione da parte dei cittadini”. I tagli, in base all’emendamento, sono progressivi: per l’annualità 2019 l’importo complessivamente erogabile a ciascuna impresa editoriale sarà ridotto del 20% della differenza tra l’importo spettante e 500 mila euro; per l’annualità 2020 sarà ridotto del 50%, per l’annualità 2021 del 75% e infine a decorrere dal 1 gennaio 2022 abrogati del tutto”.

Nell’emendamento si legge inoltre che saranno individuate anche le modalità per il sostegno e la valorizzazione di progetti volti a sostenere il settore della distribuzione editoriale anche avviando processi di innovazione digitale.

L’emendamento prevede poi che a valere sul fondo per il pluralismo vi siano delle forme di finanziamento per progetti di promozione della “cultura della libera informazione plurale”.

Secondo Articolo 21, “a subire le conseguenze subito sono almeno 24 giornali, tra cui spicca il Manifesto in compagnia dell’Avvenire e di numerosi fogli locali”, scrive Vincenzo Vita. “Sulla via del tramonto, in generale, almeno 80 testate”.

L’ aula al Senato (Foto ANSA/ANGELO CARCONI)

Secondo la Federazione Nazionale della Stampa e il Consiglio nazionale dell’ordine dei giornalisti, l’emendamento va nella direzione auspicata dal ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, e dal sottosegretario con delega all’Editoria, Vito Crimi: “soffocare il pluralismo dell’informazione e colpire il diritto dei cittadini ad essere informati. Non potendo adottare provvedimenti punitivi contro i grandi giornali, il Movimento 5 Stelle – è scritto nella nota congiunta – avvia un regolamento dei conti con la categoria dei giornalisti, di cui mal sopporta libertà e autonomia, accanendosi contro i più piccoli, realtà che rappresentano il giornalismo di opinione o sono la voce di piccole comunità territoriali o di minoranze linguistiche. L’unico effetto di questa misura sarà – dicono – quello di svuotare le edicole di giornali e di allargare l’esercito dei giornalisti precari”.

L’Alleanza delle Cooperative, File, Fisc e Uspi si sono appellati al Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, chiedendo che venga ritirato l’emendamento e avviato con urgenza un tavolo di confronto con tutte le categorie impegnate nella filiera editoriale dell’informazione. Si auspica “un ripensamento urgente del Governo rispetto ai tagli indiscriminati che avranno ripercussioni pesantissime su diversi giornali cooperativi e delle altre realtà no profit, e su tutto l’indotto. Crediamo che il Governo e lo Stato debbano invece essere parte attiva e vigile per la promozione e la tutela del fondamentale diritto ad un informazione plurale, in coerenza con l’art.21 della Costituzione, e non mortificare il pluralismo con tagli così pesanti e repentini”.

 

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