Un marchio per il giornalismo “Made in Italy”. La provocazione dell’arcivescovo di Milano all’incontro con i giornalisti

L’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, lancia la provocazione di un “giornalismo made in Italy” nel tradizionale incontro con gli operatori dell’informazione nel giorno di San Francesco di Sales, loro protettore.

“Così come il nostro Paese è conosciuto in tutto il mondo per le sue eccellenze, lo potrebbe essere anche per il giornalismo”, ha detto sabato l’arcivescovo. “Perché non inventare un giornalismo che abbia un marchio di prestigio, “Il made in Italy”?”.

Eccellenza e qualità. Introdotto da don Walter Magni, portavoce dell’arcivescovo e responsabile dell’Ufficio comunicazioni sociali della Diocesi, Delpini ha spiegato: “è una provocazione, e in quanto non so come effettivamente possa concretizzarsi”. “So, però, che in Italia si producono cose di qualità, alcune sono note nel mondo, altre, come per esempio l’aspetto culturale e quello del giornalismo, invece, non risultano così evidenti – ha proseguito Delpini -. Forse questa sorta di complesso di inferiorità verso il giornalismo così come si pratica in altri Paesi deve essere superato. Poi, che cosa concretamente succederà ce lo spiegheranno i giornalisti se riusciranno a farlo”.

Le domande dei giovani dei master. A dialogare con Delpini 6 giovani che frequentano le 3 Scuole Universitarie della città in cui ci si forma alla professione. Ecco le loro domande e le risposte di Delpini.

Giornalismo di pace. Rispondendo alle domande Delpini ha parlato anche del giornalismo di pace: “le informazioni tendenziose e ideologicamente orientate a identificare un ‘nemico’, come quelle che individuano nei profughi il capro espiatorio di tutti i mali d’Europa, sono deboli e ‘colpevoli’, perché non sono una lettura della realtà e non aiutano a comprendere la realtà”, scandisce l’arcivescovo. Serve un giornalismo “che favorisca l’ intesa invece che la contrapposizione, e che ci fa apprezzare l’informazione come un bene comune, come quel modo di avere a cuore il convivere pacifico che trova nella comunicazione un elemento necessario », afferma il presule. Serve un vero ‘giornalismo di pace'”.

Informazione e provocazione. In tal senso la sfida è “passare dall’ essere semplicemente informazione all’ essere provocazione, che costringe il lettore a prendere posizione di fronte alle ingiustizie e alle possibilità di rimedio”. Perchè il giornalismo di pace “non può risolvere tutti i problemi” ma, con “l’ umiltà della non violenza”, sa porre quel “gesto minimo” che diventa “messaggio e provocazione” e “dal gesto simbolico può nascere anche un cambiamento epocale”.

Lavoro e nuovi prodotti. Quanto alla crisi occupazionale che investe il giornalismo, un “dramma comune dei giovani d’ oggi”, Delpini chiede impegno a politica e istituzioni ma aggiunge: “bisogna che anche voi giovani vi diate da fare in prima persona, creando prodotti nuovi di qualità da mettere sul mercato. Con quell’intraprendenza intelligente, onesta, sobria che fa parte dello spirito italiano”.

Le trasformazioni in atto. Gli interventi, che hanno preceduto il dialogo con l’arcivescovo, sono stati affidati – con la moderazione di Alessandro Zaccuri di Avvenire – a Claudio Lindner vicedirettore del Master in giornalismo Walter Tobagi all’Università degli Studi di Milano, a Marco Lombardi, direttore della Scuola di Giornalismo dell’Università Cattolica di Milano, e a Ugo Savoia, coordinatore didattico del Master in Giornalismo alla Iulm.

Fausto Colombo, direttore del Dipartimento di Scienze della comunicazione e dello spettacolo dell’Università Cattolica di Milano, ha invece offerto il quadro di riferimento. Tre, a suo avviso, le trasformazioni in atto nel panorama mediatico: “la prima riguarda le pratiche nei confronti delle nuove tecnologie che consentono, sempre più, un giornalismo da tastiera, ma d’altro canto, l’alleggerimento delle tecnologie che permette una maggiore possibilità di reportage video, ad esempio. Poi, il valore economico del prodotto giornalistico, che passa dalla generazione di traffico, dai click; infine, la notizia che è sfidata dal fatto che stiamo notiziando l’intero sapere”.

Raccontare la realtà. Secondo il presidente dell’Ordine della Lombardia, Alessandro Galimberti, “il giornalismo deve riscoprire la voglia di raccontare la realtà, non la verità, che nessuno possiede, ma il filo conduttore degli eventi, la logica e il perché di ciò che ci accade intorno”. “E’ necessario uscire dagli schieramenti, da un erroneo concetto di militanza che al giornalismo non può appartenere – ha proseguito Galimberi -: il giornalista è un portatore di valori etici, deontologici, anche religiosi per chi li possiede, ed è solo un testimone libero da ideologie e, soprattutto, da linguaggi e comportamenti da cui abbiamo il dovere di prendere ogni giorno le distanze, da qualunque parte provengano”.

Share on FacebookTweet about this on TwitterPin on PinterestShare on LinkedIn

Articoli correlati

Fox Corp: debutta in borsa la nuova società dei Murdoch. Nel Cda anche l’ex speaker della Camera Usa Ryan, e il presidente di F1 Carey

19 marzo Angela doppia Bisio e Siani e Le Iene. Floris non stacca Berlinguer

Google modifica Android e il servizio shopping per rispondere alle richieste dell’Antitrust Ue