Si è spento ieri Gian Galeazzo Biazzi Vergani, presidente della Società Europea di Edizioni, editrice del Giornale

Era al quotidiano milanese dalla fondazione, nel febbraio 1974 (il primo numero uscì il 25 giugno) dopo aver lasciato il Corriere della sera mesi prima con Indro Montanelli, Enzo Bettiza, Egisto Corradi e Leopoldo Sofisti. Anche se formalmente non faceva parte del comitato dei cinque che con Indro Montanelli fondò la testata, Biazzi Vergani da subito divenne una colonna insostituibile del quotidiano come caporedattore centrale per diventarne nel 1982 condirettore e , quindi, assumere nel 1991 la presidenza della società editrice.

Gian Galeazzo Biazzi Vergani (foto archivio Prima Comunicazione)

Nato a Cremona il 19 giugno 1925, iniziò a scrivere di arte e teatro alla Provincia di Cremona per poi passare nel 1955 al Corriere della Sera diretto Missiroli nel 1955. Con la direzione di Alfio Russo divenne caposervizio e con la gestione di Giovanni Spadolini vice direttore. Piero Ottone lo nominò caporedattore centrale.
“Presidente – padre”, così Paolo Berlusconi, azionista di maggioranza del Giornale, definisce Gino Galeazzo Biazzi Vergani, “Presidente e padre, perché presiedeva il Consiglio d’amministrazione della società europea di edizioni con l’autorevolezza della sua persona, ma anche con passione e affetto per tutte le vicende del nostro e del suo quotidiano”, scrive Paolo Berlusconi sul quotidiano in ricordo di Biazzi Vergani.  “Quotidiano che aveva creato con coraggio, 45 anni fa, insieme ad Indro Montanelli”, continua l’editore. “Se Montanelli ne era il frontman, Biazzi Vergani era il motore che lavorava incessantemente dietro le quinte, il custode dell’ossatura del Giornale e della sua liturgia quotidiana. E, soprattutto, il primo e più ascoltato consigliere di Indro”. “Fino a pochi mesi fa ha continuato a partecipare ai Consigli di amministrazione della nostra testata”, ricorda Berlusconi, “e, anche quando le forze fisiche ormai lo stavano abbandonando, nei suoi occhi ha sempre brillato l’amore per la sua creatura. Con lui Il Giornale perde un componente fondamentale della sua famiglia”.

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