Rsf: giornalisti sempre meno al sicuro nel mondo. Italia risale in classifica ma preoccupano minacce da mafia e odio politico

I giornalisti sono sempre meno al sicuro nel mondo: l’odio nei loro confronti è degenerato in violenza e alimenta la paura di una categoria che può dirsi in condizioni buone solo nel 24% del globo. E’ quanto emerge dal World Press Freedom Index 2019, il rapporto sulla libertà di stampa stilato annualmente da Reporters sans frontieres (Rsf).
“L’anno scorso la condizione di libertà di stampa era ‘buona’ o ‘soddisfacente’ nel 26% dei 180 Paesi e territori analizzati”, rileva l’analisi sottolineando come sui due punti percentuali persi incidano in particolare l’aumento dell’ostilità contro i giornalisti, e l’odio diffuso in molti paesi dai leader politici, che ha portato ad atti di violenza più seri e più frequenti.

L’Ong rileva “un aumento dei pericoli e, di conseguenza, un nuovo livello di paura in alcuni luoghi” tra i giornalisti. Le molestie, le minacce di morte e gli arresti arbitrari fanno sempre più parte dei “rischi sul lavoro”.

(elaborazione Rsf)

(elaborazione Rsf)

In testa alla graduatoria annuale della Ong francese c’è di nuovo la Norvegia, seguita dalla Finlandia (+2 posizioni) e dalla Svezia (che perde una posizione). Ultimi la Corea del Nord e il Turkmenistan, dove, si segnala “la maggior parte dei media è controllata dallo Stato”, con i corrispondenti “perseguitati senza sosta”.
L’Italia continua a guadagnare posizioni e supera gli Stati Uniti. Nel ranking 2019 il nostro Paese sale al 43esimo posto rispetto al 46esimo dell’anno scorso e al 52esimo del 2017. Gli Usa indietreggiano al 48esimo posto contro il 45esimo del 2018. Nel paese il “clima di ostilità va oltre i commenti di Donald Trump” e “Mai come oggi i giornalisti sono stati soggetti a così tante minacce di morte o si sono rivolti così spesso ad aziende private per la propria protezione”, si legge nel rapporto.

Nelle Americhe, viene registrato il peggiore deterioramento delle condizioni di praticabilità dei media. In Brasile (105esimo, perdendo 3 posizioni dal 2018), Rsf denuncia gli attacchi ai giornalisti dei sostenitori del nuovo presidente Jair Bolsonaro, mentre il Nicaragua è arretrato di 24 posizioni dopo le aggressioni ai giornalisti impegnati nel racconto delle proteste contro il governo di Daniel Ortega. Eccezione la Costa Rica (decimo), pietra miliare nel continente americano, dove i giornalisti possono lavorare tranquillamente.

Nel rapporto viene anche ricordata l’uccisione all’interno del consolato saudita di Istanbul del giornalista dissidente, Jamal Khashoggi. Un delitto che ha “inviato un messaggio raggelante ai giornalisti bel al di là dei confini dell’Arabia Saudita”, scesa di tre posizioni al 172esimo posto.

In Vietnam come in Cina, la stampa ufficiale controlla il dibattito pubblico e decine di giornalisti, professionisti o meno, sono dietro le sbarre. Altrove, il pluralismo della stampa “resiste sempre meno alla logica della concentrazione commerciale e degli interessi economici”, come in Giappone (67esimo) o Australia (21esima, -2).

Anche in Europa la situazione si è deteriorata. Qui i giornalisti “devono oggi affrontare le peggiori minacce”, descrive Rsf che ricorda gli omicidio di reporter a Malta, in Slovacchia e in Bulgaria, attacchi verbali e fisici in Serbia o Montenegro, o un nuovo livello di violenza durante le proteste di “gilet gialli” in Francia (32esima).
Anche altri paesi hanno cambiato volto con i nuovi governi. In Malaysia (123esima, +22), Maldive (98esime, +22), Etiopia (110esima, +40) o Gambia (92esimo, +30), l’arrivo di nuovi leader ha portato una ventata di aria fresca per la stampa.

Focus sull’Italia – “Per rispondere alle gravi minacce di morte contro i giornalisti, attribuibili a reti mafiose o organizzazioni estremiste” sono “quasi una ventina” i cronisti italiani sotto scorta permanente, il doppio rispetto all’anno scorso, si legge nel focus sull’Italia. “Il livello di violenza espressa contro i professionisti dell’informazione della penisola si aggrava soprattutto in Campania, Calabria, Puglia e in Sicilia, ma anche a Roma e dintorni”.
Non è passato inosservato anche il linguaggio usato dalla politica contro i cronisti. “Molti giornalisti italiani sono sati apertamente criticati e insultati per il loro lavoro da rappresentanti politici, in particolare da alcuni membri dei M5S, che non hanno esitato a chiamarli ‘sciacalli senza valore’ e ‘prostitute’. Per questo, alcuni di loro cedono oggi alla tentazione di autocensurarsi per evitare pressioni da parte dell’universo politico”.

Nel collage (foto Ansa): Paolo Borrometi e Roberto Saviano

Tra le situazioni italiane vengono citati i casi di Paolo Borrometi e Roberto Saviano. Il primo, “deve la sua sopravvivenza solo alla costante protezione della polizia italiana, che ha sventato lo scorso maggio un tentativo di assassinarlo da parte della mafia”. Nel caso dell’autore di ‘Gomorra’, Rsf scrive che “il ministro dell’Interno e leader della Lega Matteo Salvini ha suggerito che la protezione della polizia a Roberto Saviano possa essere ritirata”, dopo le critiche espresse dal giornalista nei confronti del vicepremier.

Il commento della Fnsi – Il rapporto di Reporter Senza Frontiere “non fa che confermare le situazioni denunciate nel corso degli ultimi mesi dalla Fnsi e che hanno portato i giornalisti italiani anche a promuovere iniziative pubbliche”.

“Le minacce ai cronisti da parte della criminalità organizzata e dei gruppi neofascisti e neonazisti, le querele bavaglio, gli insulti e i tentativi di intimidazione che provengono dal mondo politico e da alcuni esponenti del governo non fanno che aggravare il quadro”, scrivono in una nota segretario generale e il presidente, Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti. “Non si deve abbassare la guardia, anche perché se andasse in porto il disegno dell’esecutivo di spegnere Radio Radicale e di azzerare il fondo per l’editoria a sostegno delle voci delle minoranze e delle diversità, l’Italia farebbe un nuovo passo indietro”.

 

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