Di Maio spegne Radio Padania? L’emittente: “normale interlocuzione col ministero, continuiamo anche sul Dab”

Il ministero dello Sviluppo economico intima a Radio Padania di smetterla con le trasmissioni nazionali digitali su Eurodab, minacciando la revoca dell’autorizzazione a livello locale. Così una lettera svelata da Repubblica e di cui il ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, e il suo gabinetto non sarebbero stati informati. Secondo l’emittente si tratta di “normale interlocuzione” con il ministero: “Radio Padania non sarà spenta in nessuna delle declinazioni in cui trasmette, tantomeno sul Dab”. Ecco una ricostruzione dei fatti.

L’articolo di Repubblica. Il ministro dello Sviluppo economico Luigi “Di Maio spegne Radio Padania: Stop alle trasmissioni nazionali”. Così titolava Repubblica mercoledì 1° maggio un articolo a pagina 12 in cui il quotidiano spiegava che “con una lettera della Direzione generale per i servizi di radiodiffusione e postali, il ministero dello Sviluppo economico ha ordinato all’emittente della Lega la sospensione immediata delle trasmissioni sulla rete digitale”. Una pratica che, secondo la ricostruzione di Repubblica, “in barba ai vincoli della licenza di cui” l’emittente “è in possesso, le ha consentito di essere ascoltata in tutto il territorio nazionale, da Bolzano a Palermo, da Bari a Trieste. E di trasformarsi, dunque, da stazione locale a megafono nazionale della campagna elettorale permanente di Matteo Salvini”.

L’articolo di Repubblica

La licenza di cui è in possesso Radio Padania, spiega Repubblica, dopo la vendita nel 2016 della concessione per radio comunitaria nazionale, “vale solo per la fornitura di contenuti in ambito locale, quindi non può coprire l’intero territorio italiano. Riesce a farlo appoggiandosi a Eurodab senza avere il permesso per farlo, come sostiene il ministero guidato da Luigi Di Maio, ed è stato un modo per far campagna elettorale a vasto raggio”.

Il quotidiano presenta la vicenda come “l’ennesimo braccio di ferro tra i due vicepremier” Di Maio e Salvini, peraltro “innescato dalla notizia, rivelata da Repubblica a gennaio, della richiesta al Mise fatta dall’emittente di Salvini per ottenere i contributi pubblici a sostegno del pluralismo dell’informazione”. In pratica “il governo, mentre toglieva i fondi statali a Radio Radicale spingendola fin sul baratro dello spegnimento, si apprestava a staccare un assegno da almeno 115.000 euro a Radio Padania”. E “a quel punto”, secondo la ricostruzione di Repubblica, “Di Maio ha provato a bloccare tutto annunciando un supplemento di istruttoria, ma i suoi dirigenti non hanno trovato motivi legali cui appellarsi perché la domanda di Radio Padania era del tutto legittima”.

L’emittente che ha sede di via Bellerio a Milano ha però “rinunciato ai soldi, con una mail inviata nottetempo al Mise alla vigilia della pubblicazione delle graduatorie dei beneficiari. “Lo abbiamo fatto per evitare ulteriori polemiche”, è stata la spiegazione dell’amministratore Davide Franzini a Repubblica.

Il Mise: Di Maio non c’entra. La smentita del ministero dello Sviluppo economico è giunta tempestiva tramite agenzie stampa sempre il 1° maggio: “Con riferimento agli articoli di stampa pubblicati in data odierna circa una presunta revoca dell’autorizzazione a trasmettere a carico dell’emittente radiofonica autorizzata in ambito locale denominata Radio Padania Libera disposta dal ministro Di Maio, si precisa quanto segue: la Direzione generale per i servizi di comunicazione elettronica, di radiodiffusione e postali con nota del 29 aprile scorso a firma del dirigente Giovanni Gagliano, ha intimato alla richiamata emittente di cessare la trasmissione dei contenuti in tecnica digitale attraverso il consorzio nazionale Eurodab. Tale nota, adottata dalla direzione generale senza che il gabinetto del ministro Di Maio ne fosse informato, si chiude con la previsione della possibilità di disporre la revoca dell’autorizzazione alla trasmissione in tecnica digitale in ambito locale a carico dell’emittente. Il procedimento eventuale di revoca della suddetta autorizzazione non è neanche quindi stato avviato dalla direzione competente”. Così quanto appreso dall’Ansa da fonti del ministero dello Sviluppo economico.

Da sinistra: Davide Franzini, Giulio Cainarca, Sammy Varin

La replica dell’emittente. Nel corso delle trasmissioni, Radio Padania ha dedicato una ventina di minuti alla vicenda, pubblicati anche su Youtube. In studio, con il giornalista Giulio Cainarca, il presidente del Consiglio di amministrazione della radio Davide Franzini, Sammy Varin e in collegamento telefonico l’avvocato Federico Freni che sta gestendo la partita dei rapporti con il Mise.

“Tecnicamente nulla di ciò che è scritto nell’articolo è vero né verosimile”, esordisce Freni, “Radio Padania non sarà spenta in nessuna delle declinazioni in cui trasmette, tantomeno sul canale Dab né sul Dab+, le trasmissioni continueranno”. La lettera pubblicata da Repubblica altro non è che un normale “controllo come tanti se ne avviano”, “parte di un’interlocuzione in corso”, “a cui abbiamo risposto e risponderemo nei prossimi giorni”.

Alla domanda se è vero che Radio Padania è una “radio locale che trasmette a livello nazionale aggirando la licenza”, Freni ha invece risposto che è una “contrapposizione che non esiste”, “la trasmissione in ambito locale è sempre coesistita con una diffusione nazionale tramite digitale” e che “il concetto di locale ai fini delle autorizzazioni Dab non va inteso come restrizione a livello territoriale”. Oltretutto ci sono “almeno quattro importanti emittenti nella stessa situazione autorizzatoria”. Il punto secondo il legale, è che la normativa necessita di un aggiornamento nel suo complesso.

L’articolo di Repubblica “è un attacco politico”, ha tagliato corto Varin e Franzini ha precisato: “la questione politica riguarda Repubblica, non il ministero con il quale abbiamo un rapporto corretto, dialettico”, senza contare che il professor Gagliano è una persona squisita con cui si può lavorare bene”. E ha aggiunto: “in una giungla normativa le questioni da dipanare ci sono”, il problema è stato piuttosto che una “manina” ha fatto arrivare la lettera a Repubblica e che “giornali e giornaloni hanno condito la notizia con il litigio tra Di Maio e Salvini”. Noi vogliamo adottare una “modalità zen”. E l’avvocato ha ribadito: “Gagliano è un gentiluomo, lavora con onestà e correttezza, non è il capro espiatorio, non credete a chi dice che è colpa sua, dispiace anche umanamente”.

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