Il Consiglio d’Europa striglia Di Maio: invita le aziende pubbliche a non fare pubblicità sui quotidiani e annuncia tagli ai contributi

“Pressioni finanziarie, favoritismi e altre forme di manipolazioni indirette dei media sono sempre più utilizzate da politici di tutti gli orientamenti. In Italia, il vicepresidente del Consiglio e leader del Movimento Cinque Stelle Luigi Di Maio ha chiesto alle società controllate dallo Stato di smettere di fare pubblicità sui quotidiani ed ha annunciato piani per una riduzione dei contributi pubblici indiretti ai media nel bilancio 2019″. Lo sottolinea il rapporto sulla “Libertà d’espressione nel 2018” del Consiglio d’Europa, organizzazione internazionale estranea all’Unione europea, nel capitolo dedicato all’indipendenza dei media.

Le dichiarazioni di Di Maio vengono citate tra gli esempi delle “museruole” che possono essere “insidiose” per la stampa, subito dopo la situazione in Serbia (il Consiglio d’Europa non è un’istituzione dell’Ue, ma un’organizzazione internazionale con 47 Stati membri), Paese in cui si sono riscontrati “problemi con il programma di sostegno ai progetti mediatici di interesse pubblico, ivi inclusi mancanza di trasparenza, allocazioni politicamente motivate e fondi concessi a media non professionali”.

Viene menzionato anche il fatto che Di Maio “nel novembre 2018 ha pubblicato un post sui social media che conteneva un linguaggio insultante nei confronti dei giornalisti italiani e che chiedeva nuove restrizioni per gli editori”. In quell’occasione Di Maio, dopo l’assoluzione del sindaco di Roma Virginia Raggi, scrisse che “il peggio in questa vicenda lo hanno dato la stragrande maggioranza di quelli che si autodefiniscono ancora giornalisti, ma che sono solo degli infimi sciacalli”.

Si cita poi la riduzione del 20% del bilancio decisa in Danimarca per il servizio pubblico, misura che ha provocato la decisione dell’emittente pubblica Dr di chiudere sei stazioni radio e tv e di ridurre il personale. Si menzionano poi altri Paesi, come la Lituania, il Montenegro e la Bosnia-Erzegovina. Tra le buone notizie, invece, si citano il referendum svizzero che, nel marzo 2018, ha avuto esito favorevole per il servizio pubblico radiotelevisivo e le decisioni delle Corti Costituzionali di Germania e Croazia, che hanno respinto dei ricorsi contro il canone per il servizio pubblico, stabilendo, in entrambi i casi, che è in linea con le rispettive Costituzioni (AdnKronos).

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