Stati Generali Editoria, avvio lento e prudente. Crimi: la conclusione slitta a metà ottobre

E’ stato un avvio lento, quasi in sordina, quello che si è visto oggi nella sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri. L’incontro con il mondo delle agenzie di stampa, che apre la seconda fase dei confronti previsti dagli Stati generali dell’editoria è apparso all’insegna della prudenza, il freno a mano tirato. Pur essendo presenti i manager di tutte le principali agenzie di stampa nazionali, molti direttori o vicedirettori, molti dirigenti, quasi nessuno ha preso la parola, il dibattito non è decollato, si è mosso guardingo. Di certo a pesare è stata l’assenza del sottosegretario Crimi, che dopo un rapido saluto introduttivo e un augurio di buon lavoro (“Le agenzie di stampa costituiscono l’ossatura fondamentale dell’informazione, un settore che patisce la crisi dell’editoria, ma che è ancora vivo e che è fondamentale per la sopravvivenza dei giornali”) è stato risucchiato dagli impegni a Palazzo Chigi, facendo venir meno l’unico interlocutore politico al confronto. Una interlocuzione che forse ha anche bisogno di elaborare l’impatto delle consultazioni politiche di domenica, ma la cui mancanza si è sentita.

Nel suo breve intervento Crimi ha anche detto che la conclusione degli Stati Generali dell’editoria, inizialmente previsto per la metà di settembre, sarà a Torino un mese più tardi.

I vertici delle agenzie di stampa avevano già risposto all’invito nominale inviato a ciascuno di loro per la presentazione delle proposte per il risanamento e il rilancio del settore nella prima fase delle consultazioni, quella on line, forse ci si aspettava che una prima sintesi potesse già dare un’idea degli approfondimenti possibili. A reggere le fila del dibattito è stato Ferruccio Sepe, capo del Dipartimento editoria a P.Chigi, voce autorevolissima, ma squisitamente tecnica. E’ toccato a lui ripercorrere la storia dei rapporti tra le agenzie di stampa e il comparto pubblico, e ad indicarne i possibili scenari futuri. Ha tratteggiato certezze (“Lo Stato, qualunque sarà la proposta che emergerà, farà la sua parte, ci sarà e farà ogni sforzo possibile, ha ampia consapevolezza che questo settore sia fondamentale”) e auspici (“Bisogna che la frammentazione esistente tra le agenzie si traduca in ricchezza, imboccando la strada della specializzazione o con joint venture tra soggetti più grandi. Serve accorpamento”), difendendo l’esecutivo dalle accuse di aver fatto poco a difesa e sostegno del settore. “A chi porta come esempio l’esperienza della francese AFP che a fronte di circa 300 milioni di fatturato riceve dallo Stato circa 130 milioni di euro, ricordo che il valore complessivo dei 15 lotti nazionali è di 46 milioni di euro, a cui aggiungere 63 milioni del fondo che sostiene circa 170 testate e aziende. Senza contare gli aiuti indiretti” ha sottolineato Sepe. “Bisogna decidere se nel futuro si intende percorrere la strada normativa o avviarsi a una nuova stagione di gare, e con quali aggiustamenti – ha proseguito -. Se vogliamo andare in deroga serve una normativa. L’esperienza di France Press ha superato il vaglio degli aiuti di Stato e questo significa che lo spazio c’è. Un intervento legislativo dovrà distinguere tra agenzie di pubblica utilità e le altre, per cui immaginare un fondo di sostegno pubblico diretto o indiretto. Ma quelle essenziali per il Paese saranno 2-3 al massimo”.

Le aziende hanno assistito attente ma impassibili. C’è stata la voce dell’ad di Ansa, Stefano D’Alessandria, che ha auspicato il rapido recepimento della direttiva sul copyright “perchè per le agenzie di stampa può essere una fonte importante di reddito”, il “rapido” rifinanziamento degli ammortizzatori sociali e la defiscalizzazione degli investimenti per sostenere la trasformazione digitale in atto. C’è poi l’auspicio condiviso da più parti che in caso di una nuova stagione di gare le basi d’asta si riposizionino sui livelli di partenza, per non legarsi a una sequela di ribassi. Alle sollecitazioni del direttore commerciale di Radiocor-Sole 24 Ore per la tutela della specificità del notiziario, Sepe ha osservato come il rispetto del pluralismo potrebbe passare in una fase di gare anche dalla creazione di lotti con vocazione specifica (economia, finanza, sociale, sanità e così via), ai quali però corrisponda non una frammentazione delle agenzie esistenti, ma una loro vocazione specifica. Il vicedirettore di askanews, Gianni Todini ha chiesto se esistono “prevedibili percorsi di aggregazione, o possibilità di interventi a sostegno di chi decide di procedere a crescere su una piattaforma, come soggetto sistemico”.

Da parte sindacale si è sollecitata la necessità di considerare e tutelare l’aspetto occupazionale di ogni soluzione proposta, mentre il segretario dell’Associazione stampa romana (Asr), Lazzaro Pappagallo ha riassunto la proposta per l’informazione primaria elaborata con la consulta dei comitati di redazione: tutte le agenzie sono da ritenersi di utilità pubblica (“Per noi le notizie non sono assimilabili ai beni fungibili, quindi no ai bandi di gara, che non esistono in nessun Paese europeo”), quelle strategiche trovano sostegno nel fondo attuale, le più piccole, fino a 20 dipendenti o specializzate, nel fondo per il pluralismo. Le erogazioni avvengono per contrattazione o concessione e con contratti di servizio almeno triennali, per garantire un minimo di stabilità. La definizione di agenzia di utilità pubblica risponde a certe caratteristiche, tra cui: rispetto dei contratti di lavoro, numero minimo di lanci settimanali, copertura di un numero minimo di eventi fondamentali, separazione tra informazione e commerciale.

Fnsi, per voce di Anna Del Freo della giunta, ha ricordato l’apertura a politiche di concentrazione delle agenzie, ma nel rispetto del pluralismo delle voci e nell’ambito di un tavolo per la riforma del sistema; in generale serve salvaguardare l’occupazione e verificare che chi riceve sostegno rispetti integralmente il contratto nazionale.

Per quanto riguarda Fieg, che non era tra i partecipanti dell’incontro di oggi, la federazione degli editori ha diffuso al termine dell’incontro una sintesi della sua posizione, in termini generali, non relativi solo alle agenzie di stampa. In cui ricorda il calo del fatturato dell’editoria giornalistica di oltre il 55% dal 2007 al 2018 (da 7 a 3,1 miliardi di euro). Nei primi 3 mesi del 2019 la crisi si è acuita per la contrazione del fatturato pubblicitario del 12,3%. I ricavi delle vendite sono scesi del 43,9% (2007-2018), con un calo delle copie vendute del 57% a fronte di una riduzione del numero dei lettori del 24%. Per Fieg al fine di bloccare il calo delle vendite servono azioni di promozione alla lettura (sostegno abbonamenti a quotidiani e periodici anche on line); contrasto alla pirateria digitale; tutela e valorizzazione dell’informazione professionale di qualità; sostegno alla rete distributiva della stampa (in primis edicole).

Per il contrasto del crollo dei ricavi pubblicitari (-70% nel 2007-2018 da 3,23 miliardi a 992 milioni di euro) Fieg chiede: finanziamento del credito per investimenti pubblicitari incrementali sulla stampa; trasparenza mercato pubblicitario; limitazione ruolo dei centri media; riequilibrio mercato pubblicitario con contrasto all’indebito incrocio tra canone del servizio pubblico e ricavi pubblicitari da attività commerciale; non penalizzazione di comunicazione da parte di enti e società pubbliche su quotidiani e periodici.

Fieg chiede inoltre un intervento sul costo del lavoro, con una regolamentazione del lavoro giornalistico con costi più compatibili, più flessibile, votata all’utilizzo di piattaforme digitali e svincolata da automatismi retributivi. E che favorisca il ricambio generazionale nelle redazioni, anche con accompagnamento al pensionamento del personale giornalistico e poligrafico.

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