Stati Generali Editoria, Molinari: uniti per nuovo modello di business. Crimi propone una piattaforma nazionale di news – INFOGRAFICHE

Da società di informazione, a società di relazione, a piattaforma. Tutto in una manciata di anni, nell’arco di tempo dal 1999 al 2013. E’ questo il tragitto evolutivo dettato dalle nuove tecnologie che ha cambiato il mondo e costretto informazione e giornalismo a fare i conti con una rivoluzione copernicana. A gettare uno sguardo in questo percorso, per meglio comprendere il fenomeno, e cercare qualche risposta per fronteggiare questo tsunami che sta spazzando oltre che le certezze di molti, anche un intero settore industriale, e’ stato ieri il terzultimo incontro degli Stati generali dell’editoria, intitolato “Giornali e nuove sfide dell’informazione tra presente e futuro”, riservato al confronto con i direttori della carta stampata.

Nella digital circulation – ha spiegato il docente e presidente del corso di laurea in Comunicazione alla Sapienza, Alberto Marinelli – il potere è nelle mani delle comunità, dove tutto assume contorni diversi: le stesse fake news non sono “il problema”, vengono mescolate, stritolate in un contesto informativo in cui altre forme vi si sovrappongono e le coprono. La maggior parte delle notizie arriva non ordinate secondo una gerarchia, come avviene e come ci ha educato la carta stampata, ma totalmente disintermediate e vincolate a meccanismi di amicizia. Si tratta di un trend già consolidato che proseguirà e si rafforzerà nei prossimi anni. E’ questo quello che ci attende nel nostro prossimo futuro. Anzi sara’ anche peggio, per il passaggio – gia’ iniziato – di questo meccanismo sulle piattaforme, dove a farla da padrone sono le logiche di “filtraggio” regolate dagli algoritmi. L’algoritmo insomma “alleva” il lettore, mettendolo sempre più in contatto con persone che la pensano come lui, in un diabolico meccanismo di costruzione della realtà.

Cosa significa tutto questo per i giornali? Che Il 54,5% dell’accesso all’informazione online nel 2017 (dati Agcom) è avvenuta attraverso fonti di algoritmi, come social, motori di ricerca, aggregatori di notizie e portali, rispetto al 39,4% delle fonti editoriali come siti web di quotidiani, tv e radio e di testate native digitali. Ma anche che gli stessi news aggregator contano poco (meno della metà) rispetto a siti social e chat. (vedere tabella, ndr)

In questo mondo alieno il ruolo del giornalista però non scompare, come ha ben spiegato Riccardo Luna, esperto in comunicazione digitale – ieri nell’ultima giornata da direttore dell’agenzia di stampa Agi -, perché la sua missione di narrazione della realtà, ma anche di contestualizzazione delle notizie e spiegazione delle cose difficili, si conferma. Semplicemente il suo mondo si arricchisce di nuovi strumenti e competenze diverse. Conquistare credibilità e utilizzare tecnologia devono essere le due parole d’ordine.

Ma come può rispondere il mondo dell’informazione a tutto questo? Per la prima volta sul tavolo degli Stati generali dell’editoria si sono fatte spazio proposte concrete, come quelle lanciate dal direttore de La Stampa, Maurizio Molinari, che per far fronte alle sfide della rivoluzione tecnologica ripesca una ricetta semplice ed antica come il mondo: quando il singolo non ha la forza di vincere un nemico troppo forte, bisogna cercare alleati, unire le forze. In questo caso alla ricerca di un modello di business “che stia in piedi”. “La sfida che fronteggiamo è così potente che tutti gli attori del mercato avrebbero convenienza a scambiarsi informazioni, condividere esperienze in un laboratorio di creazione di metodi di vendita, di modelli di business. Un po’ come succede già ora in Paesi come gli Usa, l’Olanda, la Svezia. La competizione può attendere, perché in 2-3 anni o troviamo una soluzione o moriamo tutti” ha spiegato.

Un guanto di sfida subito raccolto, con entusiasmo, dal sottosegretario con delega all’Editoria, Vito Crimi: “Perché non pensare ad esempio un mercato globale delle news, un ecosistema nazionale in cui stare dentro tutti insieme?”, sulla falsariga di quanto fa Netflix per i film e le serie tv o Spotify per la musica. “Perché non utilizzare lo strumento delle piattaforme a vantaggio del sistema Paese, prima che arrivi un terzo da fuori a scoprire il business a suo proprio vantaggio costringendoci poi a rincorrerlo, ma a quel punto sotto scacco? Ne sono convinto: nella guerra tra le piattaforme vincerà la piattaforma delle piattaforme” rilancia il sottosegretario. “L’ho detto anche alla Fieg, è un’occasione da valutare: i lettori di una singola testata sarebbero felici di confermare la loro spesa se allo stesso prezzo venissero offerti loro anche tutti gli altri giornali. Il bacino dei lettori resterebbe come minimo lo stesso, se non in crescita”.

Ma la ricetta di Molinari per il rilancio del settore comprende anche altre istanze. A partire dal superamento del contratto nazionale dei giornalisti,”legato a modelli del secolo scorso e oggi fuori mercato”. Serve maggiore flessibilità, dice il direttore de La Stampa, perché “oggi i suoi vincoli impediscono la creazione di nuovi posti di lavoro, soprattutto nel bacino delle nuove professionalità che stanno nascendo nel mondo dell’informazione. Un vulnus reale al quale porre rimedio in gran fretta”. D’accordo il sottosegretario Crimi, secondo cui “il contratto nazionale non tutela più nei fatti i giornalisti e ingessa gli editori”.

Molinari infine – e insieme a lui molte altre voci di direttori – richiama il governo alle sue “responsabilità esclusive e urgenti” per quanto riguarda il web. “Serve una governance del digital. Dobbiamo sapere quali informazioni devono essere tutelate e quali possono essere liberamente scambiate. Serve una legge che protegga i nostri dati. In Italia siamo arretrati rispetto a tanti altri Paesi anche europei, dove chi diffonde falsità viene punito”.

A queste proposte, che per Salvatore Cannavò, vicedirettore de Il Fatto Quotidiano, rappresentano “la presa d’atto del fallimento della Fieg”, si aggiungono le istanze da parte di quest’ultimo per incentivi agli abbonamenti digitali, per una soluzione alla tassazione dei giganti del web “che succhiano le nostre notizie” e al pagamento dei diritti d’autore, di un punto fermo alla questione delle liti temerarie. Cannavò pone poi una “questione culturale” per cui il lavoro giornalistico deve tornare ad essere una professione, il cui valore va preservato.

C’è poi il coro di chi chiede una moratoria al taglio dei finanziamenti pubblici (dal fondo per il pluralismo) a molte testate, o almeno una tempistica più graduale, ma per tutti la replica di Crimi è tetragona: “Senza uno stop non si attivano i meccanismi virtuosi. Lo Stato ha accompagnato per 20 anni la transizione, senza che si vedesse mai la luce fuori dal tunnel”. Ma il sottosegretario ha anche ribadito la ferma intenzione di indirizzare il sostegno pubblico soprattutto alle testate locali e di quelle minori, in stretta connessione con il territorio. “Deve essere tutelata l’informazione locale e aggiungo, non sulla base della regola: più vendite più soldi, ma al fine del mantenimento di una soglia etica di sostenibilità”.

Sulla pirateria informatica Crimi mette in guardia dai rischi di una guerra senza speranza. “Se un sito vi ruba le notizie è veramente un danno economico per voi? Io credo che il lettore del sito non potendo leggere la notizia sul cellulare probabilmente non comprerebbe mai una copia del vostro giornale. Volgete piuttosto le cose a vostro favore: pretendete di essere citati, trovate le sinergie possibili, fate in modo che i vostri pezzi non vengano manipolati, ma non esistono restrizioni che reggano”.

 

Speciale Stati Generali dell’Editoria. Tutte le tappe del percorso

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