Stati Generali Editoria, all digital: parità trattamento per aiuti pubblici e modifica condizioni accesso. E sui modelli di business digitali…

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L’editoria all digital, ovvero gli editori nativi digitali, sono stanchi di essere “sempre l’ultima ruota del carro” e chiedono parita’ di trattamento negli aiuti pubblici di sostegno rispetto agli altri soggetti, una riforma del copyright “che non condanni a morte” il settore, supporto dello Stato all’occupazione, in particolare per i nuovi assunti, e sul versante della pubblicità. Ma anche interventi in tema di diffamazione e liti temerarie, altra minaccia alla libertà di impresa degli editori nativi digitali, che si affiancano all’editoria locale nella debolezza nel far fronte alle minacce di liti, a causa delle loro piccole dimensioni. E’ questo in estrema sintesi il quadro emerso in occasione dell’incontro degli Stati generali dell’editoria dedicato ieri alle “Sfide, opportunità e trattamento degli editori nativi digitali”.

Si tratta di una realtà ancora indefinita e per lungo tempo non riconosciuta neppure dal legislatore e che paradossalmente, per la velocità dell’evoluzione tecnologica in atto, e’ destinata a vivere nell’indeterminatezza anche nel prossimo futuro. “Dopo una sorta di buco spazio temporale siamo stati riconosciuti per la prima volta nel 2016, nell’aprile del 2018 Agcom ha aperto il primo osservatorio sulle testate online e nel giugno 2018 abbiamo ottenuto il primo contratto nazionale di lavoro” ricorda Matteo Rainisio, vicepresidente di Anso, Associazione nazionale stampa online. “ Ma con l’avvento del 5G anche questo mondo sara’ sconvolto, come lo sara’ il nostro modo di vivere” incalza il presidente Uspi, Unione stampa periodica italiana, Francesco Saverio Vetere, secondo cui “gli Stati generali devono aiutare l’editoria, ben sapendo pero’ che ogni intervento sara’ provvisorio, limitato nel tempo e che tra 5 anni tutto mutera’ nuovamente. Il fatto e’ che non sappiamo neppure come”.

Cio’ nonostante il disagio di crescita dell’editoria nativa digitale esige una risposta da parte dello Stato e del legislatore. “Il punto centrale e’ che l’editoria online non riesce ad avere un impatto economico commisurato al suo impatto sociale, che e’ enorme, stiamo parlando di giornali letti da milioni di persone. Ma senza ricavi corrispondenti non riescono a costruire sistemi per crescere, assumere giornalisti e pagarli adeguatamente” incalza Vetere, ricordando che tranne pochi grandi gruppi, il 68% degli editori online non arriva a fatturare 100mila euro all’anno (“per il momento”). Poiche’ il modello di business su cui si basa l’editoria online e’ la pubblicita’ ecco che lo Stato e’ chiamato in causa su questo tema e su quello del sostegno all’occupazione. “Per la pubblicita’ chiediamo interventi dello Stato perche’ i proventi pubbliciari degli editori nativi digitali siano maggiori – continua il presidente Uspi – e poi c’e’ la forte richiesta di interventi dello Stato a sostegno delle nuove assunzioni nel settore, con l’applicazione del contratto Uspi-Fnsi, un contratto ad hoc siglato nel 2018, destinato esclusivamente alla stampa all digital ed ai piccoli periodici, che prevede un abbassamento del costo del lavoro e che genera possibilita’ di crescita dell’occupazione”.

Per quanto riguarda poi le regole di accesso alla contribuzione pubblica, queste dovrebbero adeguarsi alla realta’ degli editori nativi digitali e modificare le condizioni, equiparando la stampa digitale non piu’ ai quotidiani, come avviene ora, ma ai periodici, con l’abbassamento da 5 a 3 del numero minimo di dipendenti richiesti, per la maggior parte giornalisti. “Le nostre condizioni sono soglia a 3 dipendenti e applicazione del contratto Uspi per le nuove assunzioni” aggiunge Vetere che fa un passo ulteriore e lancia la sua provocazione: “Perche’ non creare un sistema di contributi diffuso, aperto a piu’ soggetti di prima? Si potrebbe innescare un processo virtuoso, un po’ come successe con la legge 416 dell’81 che per 5 anni introdusse agevolazioni per l’acquisto della carta per tutti, favorendo cosi’ la modernizzazione degli impianti e il superamento della crisi. Possiamo creare questo sistema magari per un periodo limitato, per verificare se funziona?” conclude. Per Alessandra Costante dell’Fnsi e’ fondamentale che lo Stato nel concedere sostegni si impegni anche in una rigida verifica dell’applicazione delle regole esistenti nel settore.

Pier Luca Santoro di Data Media Hub da esperto e studioso del settore propone altri spunti di riflessione: “Una delle armi di espansione dei giornali digitali e’ stato finora quello di basarsi prevalentemente sulla raccolta pubblicitaria, ma esistono anche altri modelli di business: in Francia due grandi testate di giornalismo investigativo all digital sono “subscription based” basate su abbonamenti; sulla stessa strada c’e’ il Post che da un paio di mesi ha lanciato la Membership, con ulteriori vantaggi oltre alla lettura di contenuti. Salvatore Aranzulla poi dimostra che lavorando su temi verticali e dando ai lettori cio’ che interessa loro si puo’ fornire un servizio e guadagnare bene”. Vittorio Pastelis, ex giornalista de La stampa.it ed esperto e docente di editoria multimediale, propone il crowdfunding. “Un buon sistema sarebbe anche che il pubblico contribuisse con un importo pari a quello raccolto tra i privati” aggiunge.

Sul tema del copyright la presa di posizione e’ netta. “Non siamo contrari al diritto d’autore, a tutela dei contenuti, anche perche’ siamo proprio noi della stampa on line o i piccoli giornali locali ad essere saccheggiati, spesso dalle grandi testate nazionali – sottolinea Rainisio -. Ma non amiamo la direttiva Ue perche’ per come e’ scritta e’ una condanna a morte per i piccoli editori, c’e’ un alto rischio per gli editori digitali di andare fuori mercato. Quanto chiediamo e’ la possibilita’ di concedere una licenza gratuita per l’editore. Ma se ci dovesse essere l’obbligo di accordo, allora bisognerebbe obbligare le piattaforme a chiudere un accordo con tutti, perche’ senza questa specifica finirebbero per sottoscriverlo solo con un numero ristretto di grandi editori. Chiediamo inoltre che ci sia una supervisione pubblica, un ente come Agcom preposto alla raccolta collettiva di questo accordo, a garanzia di maggiore trasparenza”. Sul copyright e’ intervenuto anche Umberto Frugiuele, presidente AssoRassegne Stampa e consigliere delegato Eco della Stampa, secondo cui si dovrebbero prevedere 3 punti fermi per il copyright: “Che il costo sia a carico dell’utente finale, che lo stesso non sia basato sul prezzo che il cliente paga per la rassegna stampa ma sul singolo pezzo, che il cliente paghi direttamente all’Agcom o a chi si decidera’”. Frugiuele rinnova inoltre la richiesta di un tavolo con il governo a cui possano partecipare anche i rassegnisti, come parte attiva nella ricerca delle soluzioni del problema.

Diverse infine le voci che si sono levate sulla necessita’ del rispetto delle regole deontologiche e di un adeguato sistema di controllo e verifica, per un’informazione di qualita’ anche sull’online, a tutela della credibilita’ nei confronti di giornalisti e media. In questo senso l’Ordine dei giornalisti per quanto superato viene considerato da alcuni un punto fermo.