Canone Rai, proposta M5s scatena un putiferio. Il consigliere Laganà chiede parere legale; l’Usigrai: tutelare azienda

L’uso del canone stabilito dalla Legge di Stabilità 2016 appare “incoerente con il quadro costituzionale e con la struttura e la funzione del servizio pubblico radiotelevisivo. Ciò impone all’intero Consiglio di amministrazione della Rai spa e a ciascuno dei suoi componenti, nell’ambito delle proprie funzioni, di tenere una condotta atta a preservare gli interessi della società concessionaria, evitando che a essa possa essere recato pregiudizio in applicazione di una disciplina sospetta di incostituzionalità”. E’ quanto si legge nel parere legale, di cui l’AdnKronos è in possesso, e che il consigliere Rai Riccardo Laganà illustrerà al Cda in corso in Viale Mazzini. Un parere a seguito del quale Laganà chiede di fatto al consiglio di fare ricorso per evitare che possa configurarsi il rischio di danno erariale.

Sulla proposta M5S di abolizione del canone Rai leggi qui

Riccardo Laganà (foto
ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

“In difetto – si legge, infatti, nel parere, considerando cioè l’ipotesi che non si dia seguito ad alcuna azione a protezione della Rai – quello recato al patrimonio sociale dai componenti del consiglio di amministrazione, in ragione di proprie condotte attive od omissive, dovrebbe qualificarsi quale danno erariale, ferma restando la responsabilità verso la società”.

Il parere in questione è stato scritto dall’avvocato Luigi Principato, lo stesso avvocato che per conto dell’Usigrai ha fatto la diffida al Cda nell’epoca Gubitosi-Tarantola per costringerli a fare ricorso contro il taglio dei 150 milioni imposto dal governo Renzi ed è anche l’autore del parere consegnato, sempre dall’Usigrai, in Commissione di Vigilanza Rai l’esate scorsa per documentare i motivi giuridici per i quali Marcello Foa non poteva esercitare come presidente con pieni poteri quando era in carica solo come consigliere anziano. Ma dove si annida il profilo di incostituzionalità?

La legge di stabilità 2016, che inserisce il canone Rai in bolletta, prevede anche che per gli anni dal 2016 al 2018 le eventuali maggiori entrate (il cosiddetto extragettito), siano riversate all’Erario per essere poi destinate ad ampliare la soglia di reddito per l’esenzione dal pagamento del canone stesso; al finanziamento del Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione; al Fondo per la riduzione della pressione fiscale. Il canone, però, come si legge nel parere, “è una imposta di scopo il cui introito è conseguentemente vincolato alla esclusiva funzione di dotazione finanziaria della concessionaria del pubblico servizio”. E il pagamento del canone è “giustificato” in quanto “atto a sostenere finanziariamente il perseguimento delle finalità imposte all’esercizio del pubblico servizio”.

Ecco, quindi, che “i proventi del canone dovrebbero essere destinati ad attività direttamente imputabili, nella logica del servizio pubblico, alla società concessionaria”. Alla luce di ciò l’innalzamento delle soglie reddituali di esenzione dall’obbligo di pagamento del canone “con un certo sforzo si potrebbe considerare coerente con tale vincolo di scopo, rispetto al quadro costituzionale”; “maggiori perplessità solleva” poi il finanziamento del Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione, considerato che “si perde radicalmente la connessione con il servizio pubblico radiotelevisivo, pur se permane la finalità di promozione della cultura e dell’informazione”.

Mentre “dubbi più radicali investono la terza modalità di impiego delle risorse ricavate dalla riscossione del canone” e cioè il finanziamento del Fondo per la riduzione della pressione fiscale perché in questo caso “si perde ogni rapporto con l’organizzazione del sistema radiotelevisivo e con le finalità di tutela e promozione dell’informazione e del pluralismo che sono poste a sostegno dell’istituzione del canone di abbonamento quale imposta di scopo”.

Non solo. “Privare di sostanze la concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo rischia”, secondo il parare stilato dall’avvocato Principato, “di compromettere l’adempimento degli obblighi di servizio con conseguente induzione all’inadempimento del relativo contratto. La gravità dell’assunto – si legge – si coglie ancora di più esaminando la determinazione della Corte dei Conti del 16 luglio scorso n.89 (Determinazione e relazione sul risultato del controllo eseguito sulla Gestione finanziaria della Rai) relativa all’esercizio del 2017 nella quale si legge che ‘le risorse da canone integralmente imputate al servizio pubblico specifico non sono sufficienti a pareggiare i costi sostenuti dalla concessionaria per l’assolvimento dei compiti di servizio pubblico. Emerge un disavanzo di 106 milioni di euro, quale differenza tra ricavi complessivi pari a 1.855,3 milioni e costi diretti e indiretti (transfer charge) ammontanti a 1.961,3 milioni”.

Anzaldi (Pd): Di Maio applichi risoluzione conflitti interessi
– “Di Maio non è riuscito a far tagliare i mega stipendi dei conduttori Rai e ora vuol farci credere di essere in grado di tagliare, anzi addirittura di eliminare il canone? Ma chi ci crede? L’unico ad aver ridotto davvero il canone è stato Renzi. Se davvero vuole fare qualcosa di concreto contro sprechi e privilegi Rai, Di Maio chieda all’amministratore delegato Salini, che ha nominato lui insieme a Salvini, di dare finalmente applicazione alla risoluzione approvata all’unanimità in commissione di Vigilanza contro i conflitti di interessi di agenti, conduttori e autori”. Lo scrive su Facebook il deputato del Partito democratico e segretario della commissione di Vigilanza Rai Michele Anzaldi. “Invece di cercare mirabolanti proposte – prosegue Anzaldi – che non vedranno mai la luce, Di Maio porti avanti il lavoro fatto in questi anni dai suoi colleghi Fico, Airola e Nesci, che di Rai ne sanno qualcosa più di lui, e faccia applicare la risoluzione, che permetterebbe subito di tagliare gli stipendi dei ‘paperoni’ della tv. E’ davvero vergognoso che Di Maio e Salvini, la coppia dell’occupazione selvaggia di ogni strapuntino di Viale Mazzini, abbia ancora il coraggio di nominare la parola ‘Rai'”. (Agi)

SIDDI (CONFINDUSTRIA TV), ‘CANCELLARE CANONE E’ STOP A SERVIZIO PUBBLICO’ 

“Cancellare il  canone per la Rai non è indice di riforma ma è un indirizzo verso la sospensione se non cancellazione del servizio pubblico radiotelevisivo con negative ricadute a cascata su tutta l’area dei media a cominciare da quella più sofferente della carta stampata”. Lo spiega  all’Adnkronos il presidente di Confindustria Radio Televisioni Franco Siddi, evidenziando come “senza canone anche la Rai dovrebbe
finanziarsi con le risorse del mercato pubblicitario, oggi in qualche modo regolato e, per acquisirle, dovrebbe fare una politica commerciale e non di servizio pubblico, snaturandosi”. “Un servizio pubblico per il cittadino, in un sistema duale e regolatodi convivenza pubblico-privato – osserva Siddi – non può prescindere dal canone o comunque da una precisa e adeguata forma di finanziamento pubblico a fronte di obblighi sociali, culturali e di pluralismo da assicurare a tutti i cittadini italiani”. “Se proprio dal canone si vuole partire per fare una riforma – argomenta – semmai sarebbe più lineare finanziare il servizio pubblico
solo con il canone in misura appunto adeguata rispetto agli obblighi richiesti per sottrarre il servizio pubblico a qualsiasi interesse privatistico”.

SOLIDARIETA’ A LAGANA’ DA USIGRAI

Pieno sostegno alla iniziativa del Consigliere di Amministrazione Riccardo Laganà. La sua denuncia rispetto ai profili di incostituzionalità delle norme sul canone introdotte dal governo Renzi, e poi confermate dal governo M5S-Lega, è in piena sintonia con quanto diciamo ormai da anni: 340 milioni di euro pagati dai cittadini per finanziare la Rai Servizio Pubblico vengono distratti ad altri fini.
Questo è inaccettabile. Come dimostra il parere legale dell’avvocato Luigi Principato consegnato oggi al CdA della Rai da Laganà. E ora il Consiglio di Amministrazione ha il dovere di agire a tutela del patrimonio aziendale. Esattamente come chiedemmo 5 anni fa dopo il taglio dei 150 milioni, in merito al quale ci auguriamo che a breve possa arrivare il pronunciamento sui 3 ricorsi presentati dalla Rai, a seguito della diffida Usigrai, e pendenti davanti al Consiglio di Stato da oltre 1 anno. Ancor di più è necessario fare chiarezza oggi che il vice presidente del Consiglio, e ministro dello Sviluppo economico, Luigi di Maio torna a minacciare l’abolizione del canone, che avrebbe come conseguenza la distruzione della Rai Servizio Pubblico.
Esecutivo Usigrai

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